All’inizio del 2008, un gruppo di eterogenei artisti europei ha dato vita ad AntiVJ, con l’obiettivo di sviluppare, produrre e promuovere nuove contaminazioni tra arti visive e musica. Il progetto si focalizza su un utilizzo peculiare delle proiezioni e della luce e su come questi due elementi influenzino le nostre percezioni. Combinando strumenti, una solida preparazione tecnica e forme artistiche differenti, i risultati che questi artisti ottengono, di solito durante performance live o attraverso installazioni, sono una vera esperienza artistica neurotonica.

Tra le loro prime realizzazioni si annoverano le performance di mapping, tecnica di cui sono stati tra i pionieri nel campo delle proiezioni su grande scala e per la quale hanno sviluppato un software specifico. Tecnicamente il tutto è reso possibile dalla generazione e riproduzione di proiezioni stereoscopiche su superfici piane, grazie a potenti videoproiettori e processi di mappatura digitale che danno allo spettatore l’illusione della profondità tridimensionale creando enormi schermi virtuali ad alta precisione. Memorabili sono state le proiezioni in una cattedrale in Olanda, su un futuristico edificio in Corea (esperimento che mirava a rappresentare lo sviluppo urbano di una città-modello e come esso può organizzare le persone in reti controllate ed interconnesse) e su una nave-cisterna in Canada.

Questa tecnica di mapping sta attirando negli ultimi tempi diversi video designer, come testimoniano le segnalazioni fioccate in rete (un esempio italiano è il progetto La Torre Riflette di Elisa Seravalli). E si configura come un intento di «ricodifica» dell’esistente secondo parametri sensoriali alternativi, concetto vicino e combinato a quello di realtà aumentata e multisensorialità, tematiche trattate anche nell’ultima iterazione di NeXT, intitolata proprio Maps.

Sfogliando gli altri progetti di AntiVJ, un ulteriore risultato degno di attenzione è Principles of Geometry. Utilizzando la stereoscopia (la tecnologia adottata nel cinema 3D) è stato prodotto un viaggio nello spazio della terza dimensione, della durata di ben 50 minuti, attraverso paesaggi wireframe e sottili linee lattescenti intersecanti prospettive infinite, con una colonna sonora realizzata grazie a sintetizzatori d’epoca.

I componenti di AntiVJ sono attivi anche nello studio e nell’applicazione della luce a strutture interattive, tipologia di installazioni che di recente ha avuto parecchia risonanza grazie all’allestimento presso l’autorevole Centro Artistico 104 di Parigi di una collettiva incentrata sull’interazione tra luce, piani spaziali e immagini, che coinvolgeva inoltre gli stessi spettatori. Antivj aveva presentato qualcosa di analogo con il progetto 3Destruct, che in versione completamente rinnovata è stato da poco riproposto a San Pietroburgo e in Francia. 3Destruct è costituito da un grande cubo di fogli semitrasparenti, a cui sono collegati quattro proiettori che ne mappano le superfici, generando luci, flash e suoni: immergendosi totalmente in questa installazione, lo spettatore perde ogni punto di riferimento razionale e coerenza spaziale, coinvolto in una suggestione che va oltre la logica dell’universo lineare.

Questo tipo di sperimentazione ha radici ricollegabili alle realizzazioni di Lucio Fontana, che già attorno agli anni Cinquanta iniziò a impiegare nelle sue opere la luce in senso spaziale, ossia come elemento in grado di rivelare plasticità inedite e creare nuovi ambienti spaziali attraverso proiezioni di immagini luminose e l’alternanza di zone in chiaro ed altre oscure. L’utilizzo di tubi al neon o del sofisticato effetto della luce di Wood diede vita ad alcune delle prime installazioni della storia dell’arte (si pensi ad Ambiente spaziale a luce nera presentato presso la Galleria del Naviglio di Milano nel 1948), caratterizzate da una sensibilità nuova, rivolta a una spazialità dai labili confini e dalle mille suggestioni recondite, tesa tanto verso l’infinito, il mistero, quanto al nulla, al di là dei confini dell’opera stessa, di cui lo spettatore è parte attiva e integrante. Non a caso, la prima silloge di poesie connettiviste porta un titolo deliberatamente ispirato proprio a Fontana, Concetti Spaziali, oltre.

La nuova frontiera artistica proposta da AntiVJ, quindi, riesce a stimolare un’esperienza di percezioni plurime altamente condensate, nella simulazione della realtà aumentata o del multiverso. E chissà quali altri obiettivi e commistioni sensoriali, grazie a un sempre più avanzato impiego della tecnologia (ad oggi si dicono impegnati nella ricerca di nuove soluzioni che fruiscano della scansione 3D, di un nuovo tipo di motion tracking, delle più avanzate interfacce uomo-computer), sapranno ancora testare in futuro questi pionieri della contaminazione artistica.

Si chiama Planetary Resources e se state cercando un impiego che unisca la visionarietà all’avventura potrebbe fare al vostro caso. Si tratta di una nuova società fondata da due veterani della scalata allo spazio: Eric Anderson, ingegnere aerospaziale e pioniere dei voli spaziali commerciali, e Peter H. Diamandis, presidente della X Prize Foundation (con cui stimola imprese innovative a colpi di premi da 10 milioni di dollari), direttore della Singularity University e già fondatore con lo stesso Anderson di Space Adventures, iniziativa con cui hanno portato negli anni sette turisti privati a soggiornare sulla Stazione Spaziale Internazionale. Per questo i due sono accreditati come gli specialisti più quotati nella corsa all’esplorazione spaziale al di fuori della NASA. Non paghi del giro d’affari che hanno già saputo stimolare, i due sembrano intenzionati a tener fede fino in fondo al motto di Diamandis: “Il modo migliore per pronosticare il futuro è crearselo da sé”. E Planetary Resources è il veicolo societario attraverso il quale stanno lanciando in questi giorni la loro ultima sfida: sfruttare le ricche risorse minerarie degli asteroidi orbitanti in prossimità della Terra.

Come ricorda Tor.com, già nel 2005, nel corso dell’annuale conferenza TED, Diamandis annunciò che “ogni cosa di valore presente sul pianeta – metalli, minerali, superfici edificabili ed energia – è disponibile in quantità infinita nello spazio”. Nel comunicato stampa circolato prima della presentazione ufficiale della società lo scorso 24 aprile, la Planetary Resources promette di creare “una nuova industria e una nuova definizione di risorse naturali”. E la loro impresa ha in breve tempo guadagnato proseliti, attirando investitori di primissima fascia: da Larry Page ed Eric Schmidt, rispettivamente fondatore e amministratore delegato di Google, a Ross Perot Jr, erede del miliardario texano fondatore di EDS e della Perot Systems e sfidante indipendente alle presidenziali del 1992. Tra i suoi collaboratori Planetary Resources può inoltre vantare la consulenza dell’astronauta Tom Jones (quattro volte nello spazio a bordo dello Shuttle per complessivi 53 giorni di missione in orbita) e James Cameron, visionario regista di opere miliari del cinema di fantascienza come i primi due Terminator, Aliens, The Abyss e Avatar e fresco reduce dalla conquista degli abissi, che dichiara di nutrire una passione per lo spazio altrettanto forte di quella per le profondità oceaniche. Lo scopo della società è quello di lanciare una corsa allo spazio che produca due ricadute benefiche: una immediata per l’economia della Terra, e una di più vasto respiro consistente nella conquista umana dello spazio.

Per farlo ha messo in cantiere una serie di progetti volti a intercettare e raggiungere asteroidi su orbite vicine alla Terra ed estrarne minerali preziosi grazie a sciami di sonde robotiche. Si conoscono ad oggi oltre novemila oggetti rocciosi più grandi di 50 metri in prossimità della Terra e ogni anno il numero si accresce di un migliaio di nuove scoperte. Ogni asteroide contiene riserve significative di metalli, che spaziano dal ferro al silicio, passando per nichel, cobalto e carbonio, ma anche platino e metalli simili, come l’iridio, il rodio o il palladio, piuttosto rari sul nostro pianeta e per questo estremamente preziosi. In particolare, il platino e gli elementi del suo gruppo, adottati in applicazioni mediche, nel campo delle energie rinnovabili, dei convertitori catalitici e utilizzabili nelle celle a combustibile per l’industria automobilistica, hanno un valore che sui mercati internazionali sfiora quello dell’oro. A differenza della Terra, dove i metalli si concentrano in profondità nel sottosuolo, gli asteroidi presentano una caratteristica che li rende particolarmente appetibili: i metalli sono abbondantemente distribuiti anche in prossimità della superficie. Così scavando anche solo pochi metri sulla superficie di un asteroide di piccola taglia, diciamo grande mezzo miglio, si potrebbero ricavare oltre 130 tonnellate di platino, per un valore complessivo di circa 6 miliardi di dollari.

Se un risultato di questo tipo basterebbe a ripagare diverse decine di volte il costo di una missione spaziale, dalla messa in orbita di telescopi al lancio di sonde per la ricognizione degli asteroidi fino all’invio di uno sciame di robot minatori/raffinatori, non mancano le controindicazioni. In particolare, un’indagine commissionata a un team di scienziati e ingegneri dal Keck Institute for Space Studies prospetta il rischio finanziario di una forte inflazione come risultato dell’accresciuta disponibilità di metalli rari, che è un po’ quello che capitò all’oro proveniente dal Nuovo Mondo ai tempi dei conquistadores, che per altro alcuni studiosi indicano come una delle cause all’origine del declino dell’Impero Spagnolo. Ma anche ipotizzando uno scenario meno catastrofico, grazie a una più oculata immissione dei beni di valore nel mercato terrestre, restano al momento di difficile attuazione le soluzioni legate allo sfruttamento commerciale degli asteroidi: tra le strade proposte ci sono quella di catturare i corpi e spingerli verso la Terra grazie a dei motori alimentati a energia solare per intrappolarli nella sua orbita; o in alternativa di estrarre i minerali e raffinarli lungo il tragitto di rientro verso la Terra.

Per quanto avveniristiche possano sembrare, alla Planetary Resources contano di realizzare il progetto nel giro al massimo di 7 anni, comunque entro la fine del decennio. Obiettivo ambizioso, che comunque appare poca cosa rispetto al risvolto dell’impresa. Gli asteroidi sarebbero infatti anche delle più ricche riserve di acqua del sistema solare. Alcune stime indicano in un quinto della massa complessiva di un asteroide il suo contenuto in acqua: risorsa preziosa, sia per gli habitat spaziali al servizio dell’umanità del futuro, sia come fonte di carburante da ricavare per via elettrolitica (ossigeno liquido e idrogeno sono i due reagenti che vengono combinati negli stadi di lancio dei vettori orbitali).

E di fronte alla prospettiva della conquista dello spazio, l’approccio di Anderson e Diamandis non prevede tentennamenti: la loro filosofia si basa un presupposto molto yankee, quello del pensare in grande per generare un volume d’affari commisurato, ma anche su un principio più condivisibile, che nasce dalla constatazione di dover pur partire da un primo piccolo passo, per poter arrivare a spiccare un balzo. Al 50% ci sentiamo di abbracciare le motivazioni della loro causa, con l’augurio che l’esplorazione dello spazio, prossimo alla Terra oppure profondo, non si riduca comunque a una pura e semplice impresa di sfruttamento commerciale. Il sogno del futuro e di una civilizzazione spaziale è davvero troppo bello per meritarsi di venire tradito in questo modo.

Laura Li - Ultradandies

Un’immersione nei colori psichedelici di un mondo al limite tra l’onirico e lo psichico, voluttuose tracce di nero china che delineano avvenimenti di un’altra dimensione, distopica ma anche ammaliante. Questo è Ultradandies di Laura De Luca, in arte Laura Li, “illustratrice e investigatrice della psiche, viaggiatrice di mondi reali e paralleli”, come ama definirsi, con la quale ho avuto il piacere di scambiare una chiacchierata virtuale a proposito della sua opera.

Laura, che cos’è Ultradandies?
Ultradandies è un progetto artistico-letterario che unisce scrittura e disegno, mescola differenti tecniche artistiche (stile figurativo e astratto, fumetto, fotografia, grafica digitale) e influenze provenienti da cinema e letteratura fantastica, e sotto la metafora delle avventure dei personaggi vuole trasmettere la speranza di un progresso di coscienza per l’umanità.

Qual è la trama della storia?
Dopo un efferato conflitto e trasformazioni tecno-biologiche, il mondo si è diviso in Dimensioni. Sovrani dispotici e assoluti ne sono gli Dèi, imperituri e incorporei, padroni di tutta la più elevata conoscenza, che possono rendere la vita più o meno tollerabile a seconda del livello di devozione loro offerto.
I tre personaggi protagonisti sono Chei, Tanit e Pola, creature angeliche e crudeli, poetiche e medianiche, discendenti di un’antica casta di maghi scienziati sterminati dagli Dèi durante le faide per la presa del potere. Chei è un artista scienziato con uno stile di vita che rammenta Oscar Wilde, Pola è la più trasgressiva e ama agire al di fuori dalla legge, Tanit è attratta da tutto ciò che è bizzarro, sensuale e ai limiti del razionale.
Relegati nell’oblio nella decadente terra di Amenti, asilo di sbandati ed emarginati, essi sopravvivono come contestatori e fuorilegge, osando opporsi alla politica della Quinta Dimensione. Tuttavia, il tempo li ha resi ormai abulici per la privazione di ogni orizzonte, immobilizzati in una realtà di espedienti, traffici illeciti, estraniamento. Sarà l’arrivo di un tondo viaggiatore dello spazio, un alieno filosofo e ricercatore, che saprà spingere i tre a rivoluzionare completamente le loro esistenze.

Da dove nasce l’idea?
L’idea è nata da un sogno reale che ho poi trascritto, una fiaba nera dove un uomo e due donne si risvegliano da un lungo sonno e fuggono da un tiranno che li ha imprigionati in un mondo parallelo oscuro e claustrofobico, e per mantenere la loro libertà i tre devono scrivere un racconto ogni giorno.

Dei tuoi disegni mi piace molto sia la linea morbida che scivola quasi senza soluzione di continuità sulla tavola dando vita alle forme, sia l’accostamento del bianco/nero a colori molto accesi. Come definiresti il tuo stile?
Il mio stile è una fusione di innumerevoli ispirazioni, dalla grafica giapponese a quella psichedelica, da Tamara De Lempicka, al mondo della moda, al dandysmo.
Mi stimola molto la contemporaneità, la mescolanza di linguaggi dis-continui, a-logici, cogliere come un’antenna informazioni e messaggi da tutto il mondo, stratificazioni in evoluzione.

Perché una scenografia fantastica?
È stata una scelta istintiva: la fantascienza e il gotico sono le mie prime letture. Fin da bambina, infatti, mi perdevo nei fumetti anni ’70 di mio padre (Flash Gordon, Mandrake, Valentina, Corto Maltese). In seguito le mie letture si sono orientate tanto al fantastico che ai fondamentali Edgar A. Poe, Franz Kafka, Jorge Borges, William Burroughs.
Le ambientazioni di Ultradandies, comunque, sono più che altro suggerite: descrivo un mondo fluido, onirico, frutto di uno stato mentale. Violenza e sesso esplicito sono banditi; aveva senso darne rilievo nel passato per infrangere i tabù e sfidare una morale ipocrita, mente adesso è diventato piuttosto un cliché commerciale.

Nel tuo lavoro parli di tecnologia combinata a magia. Lo scrittore Arthur C. Clarke sostenne che “ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia”. Cosa ne pensi?
In Ultradandies non si tratta di tecnologia nel senso comune, poiché si sfrutta il potenziale psichico dei personaggi, il paranormale, i flussi energetici. Ultradandies è, per citare William Gibson, è “un’avventura di viaggio direttamente collegata al sistema nervoso”.
La frase di Clarke è più che mai profetica; ad esempio si pensi al Junk DNA: DNA non codificante la cui frequenza, ovvero la stessa informazione genetica, sarebbe influenzabile tramite raggi laser opportunamente regolati. Questo richiama i Veda, il pensiero esoterico del Logos, le guarigioni miracolose…

Charles Baudelaire assimilava la natura (il mondo, generalizzando) a “foreste di simboli”. Anche nel tuo lavoro la simbologia non manca. Ritieni che sia importante per l’uomo riuscire a scoprire i simboli dai quali è circondato?
Il simbolo mi ha sempre affascinato, l’albero della vita era una delle mie ossessioni. È un mezzo potentissimo: il glifo che ci permette la sintesi, la comunicazione con aspetti del subcosciente altrimenti sigillati.

Uno dei messaggi che hai voluto trasmettere è la necessità di rivoluzionare il proprio io per sperare in un progresso di coscienza per l’umanità. Secondo te è possibile nella nostra realtà?
Me lo auguro! Il tema cruciale degli Ultradandies è il viaggio, psichico e reale, e vuole spronare ad aprire le porte all’immaginazione, al cambiamento, ad uscire dalla mediocrità. Le persone sono condizionate dall’immobilità di pensiero e di azione, si rinchiudono nella routine nella speranza di arrestare il tempo nell’illusione di averne chissà quanto a disposizione. In Italia domina una sorta di catalessi e rassegnazione, in questo senso, ma io non ci sto e nel mio piccolo combatto da sempre la mia battaglia.

È disponibile per ora solo un’anteprima di Ultradandies. Dove e quando si potrà acquistare l’opera completa?
Per adesso sono alla ricerca di un editore, è un prodotto non facilmente catalogabile ma ha un suo potenziale commerciale e quindi sono ottimista.

Altri progetti?
Al momento sono impegnata in un progetto in Marocco, dove sto costruendo una casa-laboratorio per artisti e creativi di tutto il mondo (un piccolo anticipo sarà il progetto Marocco Club).
Il viaggio degli Ultradandies però prosegue, verso un nuovo mondo, dove il rapporto fra immagine e parola sarà ancora più magico.

Laura Li - Ultradandies

Jamie Todd Rubin è uno scrittore di fantascienza e blogger. Le sue storie sono apparse su diverse riviste specializzate, tra le quali Analog e Apex Magazine; scrive inoltre per la rubrica Wayward Time Traveler su SF Signal e fa parte della  Science Fiction and Fantasy Writers of America. Il suo nome ha iniziato a circolare in Italia solo di recente, grazie alla pubblicazione da parte della casa editrice 40k di In the cloud e If by reason of strenght, quest’ultimo tradotto anche in italiano con il titolo Se per ragioni di forza.

La protagonista di In the cloud è Manyara Chan, afflitta da una malattia degenerativa a una gamba, ormai in inevitabile recrudescenza soprattutto per gli effetti collaterali dovuti ai farmaci, motivo per il quale si vede costretta a migrare nella nuvola, ovvero ad effettuare una sorta di mind uploading, trasferire una copia del proprio io, della mente cosciente, in un corpo e in un mondo ricostruito digitalmente, una realtà cloud based.

Mani, tuttavia, a differenza della maggior parte delle persone, non è mai stata completamente convinta della schiettezza di questa operazione e proprio a pochi giorni dal suo passaggio, si profonde in un estremo tentativo di dimostrare che quell’apparente paradiso, quella panacea alla malattia e alla morte, non è ciò che sembra e che si è voluto far credere da anni e anni: la città dei Costruttori secondo Mani nasconde una falla o qualcosa di poco chiaro che persino i suoi architetti alieni potrebbero aver individuato e trascurato, anzi, forse proprio qualcosa da tenere intenzionalmente nascosto per scopi ben precisi, mistero che Mani è più che mai pronta a smascherare, grazie anche all’aiuto di due amici fidati.

A causa di una sosta imprevista nei pressi della luna Phobos, in una situazione cruciale che potrebbe farle rischiare la vita, Mani riesce a trovare alcune risposte, sfortunatamente ormai troppo tardi.

Una storia breve ma incisiva, corroborata da momenti di vera suspense e imperniata su interrogativi cardinali.

Rubin, difatti, mette in campo uno dei desideri atavici e più ambigui dell’uomo, quello dell’immortalità, che nel racconto si è attuata grazie alla possibilità di vivere al di fuori dei vincoli del corpo in una specie di mondo virtuale. Se così l’umanità è riuscita ad eludere morte e malattia, sono sottese le domande su quale sia allora il significato della morte e se la sua ineluttabilità non dia invece maggior senso alla vita stessa, sul significato profondo di cosa sarebbero l’uomo e l’esistenza in una sorta di eden artificiale, imperituro, immutabile e allo stesso tempo costruito e gestito da altri.

 Il libro ha una conclusione inattesa, un po’ agrodolce, che lascia aperti questi interrogativi, ai quali forse non cerca tanto di dare risposta, ma piuttosto di suscitarli e farci riflettere, come la buona fantascienza sa fare.

2035: il mondo intero è diventato un’unica Città, un “un oceano virtuale, una giungla digitale” dilaniata dal rumore. L’anno della Singolarità è trascorso, l’uomo si è altamente ibridato con la tecnologia.

È questo lo sfondo di A City To Make Me, cortometraggio progettato e diretto da Ryan Miller, che mette in scena un futuro distopico non troppo lontano e irreale, lacerato da conflitti sociali, divari economici, disoccupazione, gestito dietro le quinte dallo schiacciante potere di multinazionali delle telecomunicazioni e della tecnologia. Sarà il protagonista, David Phoenix, che tenta di sopravvivere a questa Città dispotica che tutto fagocita, ad avvertire il lato oscuro della nuova tecno-società: se la Rete a cui sono connessi i nostri innesti cerebrali è al contempo controllata da influenti oligarchie, i cui interessi sono soltanto economici e politici, chi governa davvero il cyberspazio e il pensiero, la coscienza umana, secondo il proprio vantaggio? Fino a che punto siamo influenzati o manovrati nel nostro agire? L’uomo ha ancora la possibilità di ribellarsi e resistere? Comprendendo il rischio che l’umanità sta correndo, David diventa un agente transumano in lotta per la rivoluzione e contro il controllo della mente e dell’informazione.

Realizzato grazie alla raccolta di fondi tramite Kickstarter e alla distribuzione su Vodo.net – strumenti che stanno permettendo a giovani e capaci artisti di trovare il denaro necessario per le proprie produzioni e canali di diffusione alternativi –, il corto sarà presto visibile in streaming sul web, nella speranza di attirare sufficiente attenzione per poterlo sviluppare in futuro in un lungometraggio maggiormente articolato e complesso.

Ryan Miller non è nuovo a queste iniziative, essendo da sempre fortemente interessato a produzioni impegnate, che sviscerano la conflittualità sociale e i rischi dei media e della tecnologia, per dare voce a una possibile nuova condizione umana protesa al futuro e al progresso, ma non a scapito della salvaguardia della dignità e della libertà degli esseri umani.

A City To Make Me si incentra su alcune idee cardine essenziali, come spiega lo stesso Miller.
In primo piano vi è la tecnologia e una profonda riflessione sul suo ruolo sociale e sui cambiamenti, positivi e negativi, che sta arrecando con sé − valutazioni che spesso rimangono trascurate o marginali, a causa del suo sviluppo a velocità esponenziale. In particolare, l’aspirazione alla perfetta fusione uomo-tecnologia, che darebbe vita a un essere umano superiore, nasconde parecchie insidie, non da ultimo il fatto che non tutti – forse molto pochi – avranno capitali sufficienti per poter accedere a risorse e mezzi necessari per tale cambiamento. La Singolarità e il transumano sarebbero tali, quindi, solamente per coloro che potranno permetterselo.
Questo produrrebbe divari sociali ancora più profondi di quelli odierni, che potrebbero convogliarsi verso una vera e propria guerra globale di classe – sulla scia di quanto già iniziato in questi anni in tutto il mondo, come dimostra la protesta del movimento Occupy.
Miller per primo sottolinea che una simile posizione non è affatto contro il progresso tecnologico, ma è un’esortazione a osservare i cambiamenti con la necessaria consapevolezza, senza cadere nelle trappole edulcorate tese in maniera subdola dal martellamento mediatico.
Il futuro prospettato dal cortometraggio mette in guardia anche verso un’umanità che viene assimilata e assorbita in una rete globale per gli impianti innestati cerebralmente: tale Rete tuttavia non è un luogo neutrale, ma il core business di chi ne detiene e gestisce gli interessi, che sfrutta la virtualizzazione della coscienza umana e dell’esperienza individuale riducendole a un mero fattore economico.
“Stiamo contribuendo a creare una cultura mercificata della coscienza?” si chiede il regista. “Chi ci guadagna davvero?”
Socialmente e culturalmente stiamo già diventando dei consumatori ipnotizzati da un eccessivo bombardamento visivo; le nostre vite mediate e uploadate nei sistemi virtuali e nei social network stanno divenendo nulla più che un paradigma del virtuale che aziende quotate in borsa impiegano e indirizzano per aumentare i propri profitti.

A City To Make Me è un film che mette in campo grandi idee, che cerca di mostrare come la marcia verso un futuro transumano possa essere la più grande sfida esistenziale, ma anche il più grande rischio, per l’umanità del XXI secolo.

Che cosa rende appetibile la tecnologia, o un nuovo standard multimediale, o ancora un metodo di fruizione dei contenuti rivoluzionario, agli occhi del consumatore? C’è interazione tra l’oggetto, la tecnologia e i tempi storici in cui nasce la novità o, per essere più precisi, il momento in cui il nuovo oggetto vede la luce nella forma di prodotto commerciale?

Guardando un po’ di indizi disseminati nel nostro presente, analizzandoli, ci si può accorgere che la differenza, il fattore discriminante che il consumatore avverte, risiede nel prezzo di acquisto. Ciò che guida l’acquirente più di prima, in questi anni di ristrettezze e incertezze economiche, è il prezzo con cui riesce a portarsi a casa il bene che ha scelto; avveniva pure nel passato, certo, ma la sensazione che la ricerca spasmodica di un prezzo basso sia aumentata a dismisura, e che il mercato stia cominciando a mangiare se stesso, è pregnante.

Di esempi che suffragano queste osservazioni ce ne sono molti: si può citare tanto per cominciare Amazon, che ha da poco aperto la filiale italiana dove vende, così come accade nel resto del mondo, oggetti e software di vario tipo a prezzi bassissimi (libri, musica, ebook, lettori e-book, quest’ultimi con pochi competitor sul mercato). Tali vendite sono spesso sottocosto, ovvero sotto la soglia del prezzo di produzione. E almeno nel campo editoriale hanno subito scalfito l’interesse delle lobby, che si sono immediatamente attivate attraverso il legislatore, ottenendo una normativa liberticida nonché potenzialmente disincentivante nei confronti della cultura.

Anche nel mondo dei tablet si può trovar traccia di queste particolari condizioni di vendita: Hewlett Packard ha tolto dal magazzino i suoi rivoluzionari tablet – muniti dell’altrettanto rivoluzionario sistema operativo WebOS – vendendoli a prezzi risibili perché, altrimenti, avrebbe dovuto buttarli: il prezzo pieno (prossimo a quello dell’iPad) non garantiva che la vendita di pochissimi esemplari; in sostanza, HP (ma anche altri produttori) non riescono a diffondersi come l’iPad se non svendendo, pur avendo spesso i device caratteristiche tecnologiche nettamente superiori.

Pure gli e-book sembrano seguire la stessa logica: cosa vende di più? A prescindere dal contenuto, vende il libro digitale che ha il prezzo più basso, a patto che sia anche senza i DRM (ovvero i lucchetti digitali) che assicurano soltanto noiose e a volte complesse operazioni per il cliente meno esperto di tecnologia, protezioni aggirabili comunque dall’utente più navigato che, probabilmente, aspetterà solo il momento più propizio per vendicarsi, magari diffondendo l’opera sprotetta sulle reti di condivisione.

È altresì vero che che la filiera manifatturiera tende a considerare sempre meno il lavoratore (non solo sottopagandolo, ma anche riducendogli oltre l’osso le misure di sicurezza, di comodità e quant’altro); spesso le condizioni di salariato appaiono assimilabili a quelle degli schiavi dell’età classica, dove si ergevano meraviglie architettoniche con l’ausilio di manovalanza a costo zero. Si potrà obiettare che non è così, che ci sono i diritti sindacali, legali e via dicendo che difendono il lavoratore dai soprusi delle proprietà, ma la recente storia FIAT insegna che la controtendenza è avviata (da lungo tempo, in realtà) e che tutto il mondo del lavoro italiano si conformerà a queste nuove realtà (come rileva molto bene quest’articolo dei Wu Ming).

In definitiva, se non si abbattono pesantemente e drasticamente i prezzi al dettaglio, i beni non si vendono e le nuove tecnologie non decollano; pure quando decolleranno, avranno sempre bisogno di essere fruite a prezzi davvero stracciati, sottocosto. I profitti saranno dati non dal singolo pezzo ma dalla possibilità di vendere più unità possibili, con un guadagno che si discosta di poco dallo zero. La questione del prezzo stracciato si riflette pure nelle politiche commerciali dei punti vendita alimentari o dei discount. Anche qui è facile comprendere che lo store che riscuote maggior successo è quello che assicura i prezzi più bassi e che magari riesce a garantire (ma non è espressamente richiesto dal consumatore) anche un pizzico di qualità.

Non sono un economista né un perfetto conoscitore del mercato, e quindi la mia teoria va confermata, ricalibrata, smentita dalle vostre considerazioni; e se fosse soltanto, tutto ciò, un sintomo, un manifestarsi del reale valore delle cose? In questi decenni, come si evince dagli interventi (anche) di Sergio “Alan D.” Altieri e nel passato di Valerio Evangelisti, spesso su Carmilla on Line, c’è stato un gonfiarsi spropositato del valore del denaro: ne è semplicemente circolato troppo perché sopravvalutato, perché svincolato dalle effettive riserve auree possedute dalle singole nazioni. Ciò ha conferito un prezzo arbitrario ai beni, il mercato è vissuto su una bolla inflazionistica impressionante che ora si sta, semplicemente, sgonfiando, sta riprendendo il suo reale valore. Una piccola prova del nove di tutto questo? Provate a organizzare dei pasti completi, per una settimana almeno, a un centinaio di persone, e provate poi a calcolarvi il costo singolo di ogni pasto: sarete davvero sfortunati se supererete i due euro a persona. Ma questo non è certo un segreto per chi fa della ristorazione la sua attività, e ciò ci riporta al reale valore dei beni che consumiamo, che compriamo. Io credo che, comunque, la cartina al tornasole di tutto il discorso sia questa: assunto 100 il valore economico globale, abbiamo vissuto in questi decenni con un valore gonfiato pari a centinaia, forse 1000; per riportare a 100 il tutto bisogna lavorare o sui beni, oppure su chi li produce, riducendolo in una condizione prossima alla schiavitù. La sfida del futuro credo si risolva tutto in questa dicotomia.

Ne consegue la domanda finale: è giusto pagare cifre fuori scala per acquistare ciò che ci serve? Qual è il valore reale dei beni che compriamo, in questo momento storico? Fino a che punto ha senso, perciò, viste le considerazioni sul reale costo del denaro, alimentare il mercato dai prezzi gonfiati? È davvero incombente la fine di un regime economico?

Apprendere nuove nozioni e abilità come i personaggi di Matrix, tramite un computer collegato direttamente ai centri neurali: quello che nella trilogia dei fratelli Wachowski era una trovata fantascientifica, secondo gli scienziati dell’Università di Boston e della giapponese ATR Computational Neuroscience Laboratories potrebbe diventare un giorno realtà.
Il metodo già utilizzato dai ricercatori di Berkeley, che grazie alla risonanza magnetica funzionale (fMRI) sarebbero in grado di estrarre i sogni dalla mente delle persone, è stato adattato dal team nippo-americano per generare modelli e schemi specifici tali da imprimere competenze tramite un apprendimento automatico percettivo-visivo.

Per quanto accattivante l’idea di poter imparare qualunque cosa si desideri solo collegandosi brevemente a un computer – brama di onniscienza di faustiana memoria! − credo sia una possibilità da esaminare in maniera più attenta.

Questa nuova tecnologia permetterebbe il trasferimento di un enorme flusso di nozioni, sotto forma di informazioni standardizzate nel nostro cervello. Informazioni, appunto, concetto ben distinto dalla conoscenza: le prime sono dati di fatto assoluti, neutrali (a meno che non manipolati intenzionalmente), mentre la seconda è l’assimilazione critica del sapere, che permette di rendere vivi i suddetti dati, interconnetterli tra loro e con l’esperienza personale, proporre soluzioni originali – sia che si tratti di conoscenze intellettuali o pratiche – e diventare cultura.
Un mero travaso di nozioni ci farebbe ripetere uno schema prefissato da altri, un comportamento codificato, che non sapremmo riconoscere se valido, fallibile, né soprattutto modificare e arricchire con le nostre peculiari facoltà e punti di vista. Un approccio rischioso, poiché condurrebbe a considerare attendibile indiscriminatamente qualunque paradigma teorico o pratico ci venisse proposto o, addirittura, a innestarsi modelli e concetti predeterminati da altri, anche con dubbie finalità quali la manipolazione intenzionale del pensiero e dell’agire.
Il fattore discriminante può essere la capacità di giudizio critico, che purtroppo negli ultimi anni sta scemando progressivamente.
Paradossalmente, si è andata riducendo proprio quando più necessaria: oggi, grazie a Internet e tutti gli altri media, siamo infatti sommersi da una mole di informazioni potenzialmente illimitate senza avere un metodo adeguato di ricerca, di selezione e approccio; troppe persone considerano sommariamente affidabile il primo risultato di una sola ricerca approssimativa oppure quanto riferito dal personaggio famoso del momento.
Questa non è cultura, è degenerazione di un preciso metodo di analisi delle fonti, è il sopravvento di uno sterile nozionismo, del consumo utilitaristico o sensazionalistico dell’informazione.
La perdita del senso critico è causata anche dall’imporsi del dominio televisivo, di cui è stato ampiamente denunciato sia il potere persuasivo nel determinare gusti ed opinioni, sia il suo potenziale ipnotico, dovuto a una ricezione passiva da parte dello spettatore indotta da una falsa partecipazione, che farebbe drasticamente abbassare la capacità di reazione e il sistema di vigilanza. Argomenti ben sviscerati negli studi di Umberto Eco e di diversi psicologi − che non tendono affatto a condannare la televisione in sé oppure i media visivi, anzi, cercano di metterne in luce le contraddizioni valorizzandone la controparte comunicativa ed espressiva.

Al contrario, la cultura è in grado significativamente di cambiare e migliorare l’uomo.
Molto interessanti, per esempio, gli studi di alcuni psicologi della Washington University in relazione alla lettura: nei lettori il cervello tesse in una sorta di simulazione mentale le situazioni incontrate in quanto stanno leggendo, ricercando nuovi percorsi neurali e creandone una nuova sintesi come se fossero esperienze di vita vissuta. La nostra mente, pertanto, è fisicamente trasformata dall’esperienza della lettura, che arreca beneficio al singolo e alla sua comprensione dell’ambiente sociale che lo circonda.
Altra dimostrazione di come la conoscenza sia cosa viva, costantemente in progress, e della quale si può essere partecipi, è uno strumento alla portata di tutti: Wikipedia, come delinea X in questo post.

A mio avviso, un buon compromesso potrebbe essere una mediazione: una solida base di formazione e di sviluppo di senso critico, e soltanto in seguito, eventualmente, l’utilizzo di questa nuova tecnologia. Senza dimenticare che le informazioni necessitano di un tempo adeguato e diverso per ciascuno di noi per divenire esperienza e far parte integrante di una persona. E che talvolta imparare, con fatica e un passo alla volta, ha lo stesso fascino del mistero e della scoperta e può dare enormi gratificazioni.

Il giovane e talentuoso Giovanni Bucci, motion designer di origine italo-tedesca, ha di recente presentato il suo ultimo lavoro, Addictions.

Addictions – directed by Giovanni Bucci from GiovanniBucci.com on Vimeo.

Due minuti che catturano in un vortice di musica, effetti visivi e forti accostamenti cromatici, grazie alla combinazione di animazione stop motion, motion graphic, styling e make up, sound design, un mix unico nell’elaborazione dell’immagine che ha fatto apprezzare questo artista in Italia e all’estero.

Nel video viene affrontato il tema delle dipendenze, soprattutto quella da tecnologia. Come lo stesso autore spiega presentando il suo progetto, l’intento è una valutazione sul ruolo che la tecnologia ha assunto nelle nostre vite. Dapprima vista come un’occasione di miglioramento, la diffusione dell’elettronica di consumo ha rivelato anche delle ambiguità, come ad esempio quella di creare dipendenza e alienazione, assimilare acriticamente le informazioni, essere utilizzata come infido strumento di controllo.

Nella clip questi concetti vengono espressi dalla modella che si esibisce e al contempo è intrappolata dietro ad uno schermo, in un ambiente artefatto, mossa da fili come una marionetta, e dall’uomo dal volto coperto che ne ha il controllo remoto, in un crescente susseguirsi di immagini frammentate. Il continuo scambio di ruoli rende incerta ed inestricabile l’individuazione di chi stia governando l’altro, e di dove corra il confine tra reale e virtuale. I cavi tentacolari bloccano la ragazza in un mondo artificiale, dal quale lei ad un certo punto cerca strenuamente ma invano di uscire; ma sono anche le briglie che legano l’uomo ai suoi stessi mezzi informatici, ai quali è man mano sempre più asservito.

È il pericolo di non avvertire la trama della matrice, il potenziale costruttivo ma anche orwelliano insito nella tecnologia, il cui impiego acritico è messo in luce dal romanzo X (Little Brother, 2008) di Cory Doctorow. È anche l’indizio delle estreme conseguenze a cui può portare l’ossessione dell’universo mass-mediatico, in cui attore e regista si prevaricano a vicenda, in un efferato gioco di intercambiabilità tra cavia e burattinaio, spettatore e partecipante, come narrato in Cavie del geniale Chuck Palahniuk.

“Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato.”
(George Orwell, 1984)

George Orwell - 1984

L’acceso dibattito internazionale sull’editoria digitale e le proteste contro le proposte legislative tese alla sorveglianza e alla censura del web sono un segnale, uno dei più recenti, del cambiamento epocale che ci sta coinvolgendo, la transizione verso l’età digitale, che vedrà ogni tipo di contenuto e informazione affidato esclusivamente a supporti informatici, con conseguenze che spazieranno dal vivere quotidiano ai rapporti sociali.

La rapidità con la quale ci stiamo inoltrando in questa nuova epoca non dovrebbe far sottovalutare problematiche come la conservazione di tutti questi dati, la loro organizzazione (tema sul quale recentemente sono usciti diversi interessanti articoli), nonché soprattutto la facilità di alterazione delle informazioni preservate solo digitalmente.

In realtà, l’uomo ha sempre avuto a che fare con il problema della salvaguardia e della trasmissione del sapere. Il supporto per la forma scritta, ad esempio, ha una storia millenaria, che risale alle tavolette d’argilla incise di glifi cuneiformi, ai rotoli di papiro, ai codici di pergamena, fino alla carta e alla stampa. Un patrimonio che ci è pervenuto parzialmente a causa del deterioramento del supporto stesso o di eventi calamitosi, in conseguenza a scelte di valore di un’opera rispetto a un’altra, e molto spesso attraverso trascrizioni successive − e di frequente il testo originario, volontariamente o meno, veniva sbagliato, interpretato, modificato.

Se per l’essere umano è più che naturale tanto ricordare quanto dimenticare (si pensi a come tale concetto sia reso in stupefacente sintesi simbolica nei due dipinti di Salvador Dalì, La persistenza della memoria e La distruzione della persistenza della memoria), è altrettanto fondamentale che storia e cultura siano gelosamente custodite.

Ai nostri giorni persiste innanzitutto la minaccia del deterioramento o scomparsa dei record digitali e dei relativi supporti. Mantenere e sviluppare archivi informatici, infatti, non è gratuito né del tutto sicuro: ciò che si può digitalizzare, si può altrettanto facilmente distruggere. Se per qualche motivo interi archivi digitali di biblioteche, redazioni, case editrici, cinematografiche o musicali, ma anche piattaforme web, chiudessero o cancellassero tutti i loro file – banalmente per un problema legato al provider di servizi o per motivi economici che non permettono di mantenere oltre la propria attività – verrebbero meno in un attimo interi segmenti delle nostre vite (si pensi al caso italiano di Splinder), ma soprattutto parti fondamentali della storia e della conoscenza.
D’altra parte, anche conservare i dati su supporti magnetici o informatici si dimostra efficace solo in parte, dal momento che i materiali a disposizione sono comunque degradabili, benché a medio-lungo termine; inoltre gli strumenti per la lettura di tali formati divengono rapidamente obsoleti e inutilizzabili (paradosso che affligge addirittura il Pentagono e la NASA, definiti “cimiteri di informazioni perdute”).
Un timore, l’oblio della memoria e del passato, che si avverte in Anathem di Neal Stephenson, romanzo in cui vengono presentati due estremi opposti: una comunità di scienziati, rinchiusi in una sorta di inaccessibile e granitico convento sul pianeta Arbre, che tendono al recupero delle potenzialità della propria mente, contrapposti al modus vivendi dei civili, guidato da un’esasperazione della tecnologia e dello short term.

La digitalizzazione della cultura e dell’informazione, persino dei propri dati personali, ha iniziato inoltre ad affidarsi non solo all’hardware, ma si sta spostando in maniera massiccia verso il cloud computing, sistema che se da un lato garantisce il vantaggio di una condivisione immediata di illimitate informazioni con milioni di persone, da un altro, oltre a mettere seriamente in discussione i protocolli di sicurezza e della privacy, è estremamente fragile, manipolabile, cancellabile.
Mettersi nelle mani di immensi e potenti servizi centralizzati, già oggi multinazionali con interessi globali, potrebbe essere rischioso. Inevitabile pensare a 1984 di George Orwell, dove Winston Smith è incaricato di correggere libri e articoli di giornali già pubblicati o ritoccare la storia scritta, apportando modifiche tali da rendere attendibili le previsioni e le azioni dal Partito, alimentandone la fama di infallibilità.

La facile contraffazione e rielaborazione dell’informazione, che nelle sue estreme conseguenze diviene privazione della libertà individuale e del libero arbitrio, perdita dell’identità propria, storica e sociale, non è così remota, proprio perché una volta che vecchi e nuovi archivi saranno memorizzati esclusivamente online e in sistemi cloud unificati, la possibilità di modificarli diventa alquanto semplice e incontestabile, soprattutto se vengono meno altri termini di confronto, conservati su altri supporti o allocati altrove. In questa maniera, porzioni intere del passato possono venire definitivamente cancellate o alterate, sacrificate alla logica del profitto, della censura, della sopraffazione; gli individui precipiterebbero in una realtà di sostanziale ignoranza, poiché altri deciderebbero cosa e in quale modo sarebbe lecito conoscere qualcosa.
Se persino la mente umana fosse, poi, parzialmente o del tutto collegata a simili sistemi centralizzati, anche quanto in essa preservato potrebbe subire facilmente un simile trattamento – si pensi agli scenari di Johnny Mnemonico di William Gibson, per esempio.

Problemi che riguardano la sfera individuale e sociale, quanto la conservazione di tutti gli aspetti della nostra civiltà, dalla letteratura alla scienza e alla storia, e che hanno spronato la nascita di commissioni governative, fondazioni private e associazioni filantropiche di intellettuali (la nota Long Now Foundation, per citare un esempio), alla ricerca di risposte a preoccupazioni ancora sottostimate: sommersi da una mole sovrabbondante di informazioni, molte superflue o inutili al di là dell’immediato, stiamo ancora cercando di risolvere l’arcano dilemma di proteggere le nostre memorie e la nostra libertà di pensiero, di preservare testimonianze autentiche della nostra stessa esistenza anche nel più lontano futuro.

La recente lettura del romanzo di Ted Chiang, Il ciclo di vita degli oggetti software, mi ha sollecitato una serie di interrogativi su quanto sia preparato davvero l’uomo a confrontarsi in maniera profonda con la tecnologia più avanzata e, in particolare, con l’Intelligenza Artificiale.

Il progresso tecnologico non solo ha cambiato il percorso dell’evoluzione della specie umana, ma anche il nostro modo di relazionarci con quanto ci circonda, sia dal punto di vista pratico che in senso etico-filosofico, ed è stato talmente rapido che l’uomo si è trovato spesso costretto ad accettarlo e a prenderne parte come un dato di fatto.
L’avvento di macchine intelligenti (le cosiddette IA forti), tuttavia, costringerebbe a un esame ben più responsabile sul loro rapporto con l’essere umano, poiché sarebbe una rivoluzione che potrebbe minare il senso stesso del suo essere, della sua esistenza e dell’etica. Come dichiara il professore Giuseppe Longo in questa esaustiva disanima: “La crescente diffusione dei robot in tutti i settori della società ci obbliga a considerare il rapporto di convivenza uomo-macchina in termini inediti, che coinvolgono in primo luogo l’etica. Affrontare questi problemi è importante e urgente”.

La riflessione su queste problematiche non è soltanto materia per la fantascienza, ma ha coinvolto strettamente tanto la scienza che la filosofia, in particolare le neuroscienze, la neurofenomenologia e il cognitivismo, facendo riemergere, benché in una prospettiva inedita, i più classici dei quesiti filosofici, quali il rapporto mente-corpo e il senso ultimo dell’uomo stesso. Il predominio delle due correnti principali nella seconda metà del secolo scorso, funzionalismo e computazionalismo, oggi è oltrepassato a favore di tesi che si rifanno principalmente all’apporto del neuroscienziato Antonio Damasio e che rimarcano come il cervello non possa essere inteso quale struttura a sé né insieme di funzioni e algoritmi, bensì che esso “senza il corpo non può pensare”, intendendo per corpo non solo quello biologico individuale ma anche l’intero contesto spazio-temporale in cui è immerso.

Questa speculazione è fondamentale per cercare di rispondere alla domanda “Se i robot dovessero un giorno diventare intelligenti e sensibili (quasi) quanto gli umani, potremmo continuare a considerarli macchine?”, per citare di nuovo Longo. Interrogativo che potrebbe essere rovesciato menzionando il titolo di uno dei più celebri romanzi di Philip K. Dick, che Ridley Scott avrebbe sviluppato come base letteraria per il suo capolavoro, Blade RunnerMa gli androidi sognano pecore elettriche?

In primo luogo è necessario ricordare che l’uomo, per la sua intrinseca natura psico-emotiva, tende a investire quanto ha davanti di proiezioni emozionali e affettive, interpretando i segnali dell’interlocutore come sentimenti o risultati di una coscienza tipicamente umana, anche di fronte a una macchina che, per quanto evoluta, ripete una mera emulazione comportamentale elaborata in base agli input ricevuti e a uno schema inoculato inizialmente dall’uomo stesso – un termine utilizzato per definire tali robot, infatti, è anche replicanti, a sottolineare la loro natura di copia. Un simile tipo di intelligenza, artificiale appunto, non sarebbe in grado né di vera comprensione e consapevolezza, né di riproporre le peculiarità del pensiero umano, che spesso è tutt’altro che lineare ma segue percorsi contraddittori, irrazionali, creativi. Altro problema fondamentale sarebbe quello della moralità dell’automa, che anche in questo caso prende le mosse da uno spunto letterario, le Tre Leggi della Robotica declinate da Isaac Asimov, ma si connota di sottigliezze assai più complesse e delicate, come approfondito accuratamente da Colin Allen, filosofo e cognitivista americano, le cui linee guida teoriche sono riassunte in questo interessante articolo.
Il fatto che l’IA non sia identica all’essere umano, tuttavia, non elude il problema se ad essa, una volta diventata autonoma nel suo sviluppo evolutivo “bio-culturale”, debbano essere riconosciuti specifici diritti e doveri e una dignità paritaria a quella dell’uomo.

Una perplessità su queste ricerche è che prendono come punto di partenza il mondo odierno, così com’è, e supponendo l’IA forte un qualcosa di già concreto ed esistente; a mio avviso, invece, bisognerebbe analizzare il suo ruolo anche in rapporto a quello che sarà l’uomo del domani, quando appunto l’IA potrà essere davvero attuabile e realistica.
Speculando in ottica futura, la società umana convivrebbe non solo con l’IA, ma, ad esempio, con il postumano − essere umano altamente ibridato con la tecnologia, talora fino al punto da essere assai simile a una macchina −, con cloni dell’uomo stesso, avrebbe accesso al mind uploading e a tecniche di prolungamento indefinito della vita.
In uno scenario analogo l’umanità potrebbe ancora considerarsi tale?
Ecco forse che, oltre alla riflessione filosofica sul senso dell’uomo e alla ricerca di un’enunciazione della roboetica, è altrettanto importante la definizione di un nuovo vocabolario e di un nuovo pensiero, che sia non solo storico ma anche evolutivo, e soprattutto sappia andare oltre il dualismo tra ciò che è umano e ciò che non lo è, superando finalmente l’antropocentrismo.

Il confronto con la macchina è stato in grado sia di riavvicinare discipline eterogenee, quali scienza e filosofia, sia di ridare vigore al processo di autoanalisi dell’uomo.
Tutte le domande e gli argomenti che ne scaturiscono, che siano suggeriti dalla fantascienza o dai risultati del progresso, sono però ancora da analizzare con attenzione in tutti i loro possibili risvolti. Sostanzialmente, ad oggi, una risposta condivisa non è stata ancora raggiunta.

Un altro quesito basilare, tuttavia, che sta a monte di tutte queste riflessioni, finora non ha ricevuto che risposte laconiche o nulle: fino a che punto l’hybris dell’uomo può spingersi nello scavalcare e nel modificare le leggi della Natura? Egli ha il diritto di arrogarsi il ruolo di novello demiurgo e costruire macchine senzienti a lui simili o addirittura esseri viventi?