Speciale PKD (1 di 3): Il mondo che Dick creò
Speciale PKD (2 di 3): Il sogno del simulacro

4. “Ho visto cose che voi umani non potreste immaginare…” L’opera di Dick ha ormai saputo imporsi al di fuori del genere come una vera e propria icona della nostra epoca. Visioni di un futuro tormentato, oppressivo, soffocante, in cui niente è ciò che sembra e dietro ogni angolo di visuale forse si nasconde il preludio a una realtà “altra”, collocata su un piano di percezione parallelo o sfalsato rispetto alla nostra consuetudine. Questa minaccia della simulazione, della finzione, dell’artificiale, del doppio e del “falso”, è stata sviscerata nel suo lavoro sotto tutte le prospettive possibili: mondi che non sono quello che sembrano (Ubik), dottrine spirituali ispirate da costrutti sintetici (La Trilogia di Valis), demiurghi nascosti sotto le mentite spoglie di viaggiatori spaziali (Le tre stimmate di Palmer Eldritch), falsi ricordi (il racconto Possiamo ricordare per te alla base del film Atto di forza), false realtà (L’uomo dei giochi a premio), realtà storiche che sono tutt’altro da quello che crediamo (il Terzo Reich che vince la Seconda Guerra Mondiale in una ucronia messa in discussione solo da un libro di fantascienza dal titolo criptico, La cavallettà più non si alzerà, ne L’uomo nell’alto castello), replicanti in tutto e per tutto identici agli esseri umani (I simulacri, il racconto “Modello Due” che ha ispirato il film Screamers di Christian Duguay, il più celebre Cacciatore di androidi). Ma anche persone che non sono ciò che sembrano (Un oscuro scrutare, il racconto “Impostore”, anch’esso portato sugli schermi, da Gary Felder), realtà insidiate dal potere psichico di potentissime droghe (Illusione di potere, Scorrete lacrime, disse il poliziotto) o robot che si sostituiscono agli esseri umani, come nel racconto “Formica Elettrica” che racchiude, allo stato embrionale, lo spunto di Matrix.
Solo “storie di omini verdi”, come soleva schermirsi Dick. A svelare quanto radicate nella realtà fossero le paranoie dickiane, ci hanno pensato i ricercatori del FedEx Institute of Technology di Memphis, supportati dall’Hanson Robotics e dall’Automation and Robotics Research Institute (ARRI) dell’Università del Texas di Arlington. Il loro team congiunto ha infatti messo a punto un robot in tutto e per tutto simile a un essere umano. E non deve essere stata una scelta casuale, se alla fine i ricercatori hanno dato alla loro creatura le fattezze di Philip K. Dick. Il robot è stato realizzato impiegando le più sofisticate tecnologie robotiche in termini di espressività e motori di intelligenza artificiale per il linguaggio.
Androidi come questo” riportava fino a qualche tempo fa il sito ufficiale dell’Università di Memphis (e dovete fidarvi, perché il mio link non risulta più attivo), “possono essere usati in un vasto campo di applicazioni, che va dall’intrattenimento fino all’educazione. Il robot riproduce Dick tanto nell’aspetto quanto nell’intelletto, grazie a una personalità ricostruita dallo stato dell’arte dell’intelligenza artificiale. La pelle di sintesi messa a punto dall’Hanson Robotics permette di creare espressioni estremamente realistiche, che vanno dalla gioia alla paura, allo stupore. Le telecamere impiantate negli occhi consentono al robot di registrare i volti delle persone e riconoscerli. I dati della visione sono fusi insieme con meccanismi di riconoscimento dei segnali vocali e software di sintesi del linguaggio. Il sincronismo tra queste procedure e l’espressività facciale rende il robot un sistema emulativo completo.
I ricercatori del FedEx Institute, riconosciuti internazionalmente per il loro lavoro nel campo della sintesi del linguaggio, hanno sviluppato il software che permette al robot di sentire, capire e rispondere alle domande nel corso di una conversazione con un interlocutore umano. L’Hanson Robotics ha invece messo a disposizione la sua esperienza nei campi dell’ingegneria meccanica e delle strutture polimeriche. L’ARRI ha fornito la propria consulenza in ingegneria dei sistemi robotici. I progettisti hanno lavorato in stretto contatto con Paul Williams, amico intimo ed esecutore letterario di Philip Dick, che dalla morte dell’autore ad oggi ha custodito i suoi 91 faldoni di appunti inediti, per giocare questo scherzo beffardo alla memoria del grande autore.
Il robot ha fatto il suo debutto sulle scene al NextFest della rivista Wired, tenutosi a Chicago nel giugno 2005, presentato in una ricostruzione del suo appartamento del 1970 in cui il pubblico ha potuto entrare e interagire con esso, in un macabro gioco di emulazione della realtà. In seguito l’androide Philip K. Dick è stato trasferito al FedEx Institute, dove il 6 luglio 2005 è stato organizzato un incontro a porte aperte con il pubblico. Forse qualcuno si è azzardato a interrogare il simulacro quasi fosse un oracolo, ponendogli la domanda che ormai da quasi quarant’anni perseguita i numerosi fan del maestro: “gli androidi sognano ancora pecore elettriche?” Se lo ha fatto, è riuscito anche ad evitare che la risposta trapelasse sui media.
Per chiudere il cerchio, l’androide di Dick ha partecipato alla presentazione dell’adattamento cinematografico di A Scanner Darkly, al Comic Con di San Diego. Poi, nel Febbraio 2006, durante un trasferimento aereo la sua testa è andata perduta. Uno scherzo beffardo del destino, se si pensa che ancora adesso, a sei anni dallo smarrimento, la testa del simulacro di un autore visionario e paranoico è ancora in giro per il paese, ipotesi molto più inquietante della prospettiva banale di un imballaggio dimenticato in un deposito aeroportuale. Comunque lo scorso anno la Hanson Robotics ha annunciato di aver ultimato una copia del pezzo mancante, per cui il robot ha infine ritrovato una testa.
L’attualità del pensiero e delle intuizioni di Dick è comunque viva ancora oggi più che mai, come dimostra il successo di pellicole come lo straordinario Inception di Christopher Nolan e l’annuncio da parte di Ridley Scott di voler riprendere e infondere nuova linfa al mondo di Blade Runner. Staremo a vedere cosa succederà. Continuando a leggere Dick, forse non il più grande autore di fantascienza (come molti pseudo-critici ignari del genere vorrebbero farlo passare), ma di sicuro tra i più visionari intellettuali emersi dalle sue nutrite schiere di autori, lucido anticipatore del nostro presente.

Riferimenti bibliografici

Si consiglia ovviamente di recuperare (almeno) i titoli di Philip K. Dick citati. Per gli aneddoti sulla sua vita e per gli spunti di riflessione sono debitore nei confronti dei seguenti autori:

Vittorio Curtoni, L’ambiguità al potere, introduzione a Philip K. Dick, Il mondo che Jones creò, Classici Urania n. 118
Vittorio Curtoni, Philip K. Dick nel moratorium, Delos Science Fiction 61
Philip K. Dick, Se vi pare che questo mondo sia brutto, a cura di Lawrence Sutin, Universale Economica Feltrinelli
Philip K. Dick, Joe Protagoras è vivo, a cura di Lawrence Sutin, Universale Economica Feltrinelli
Philip K. Dick, Vita breve e felice di uno scrittore di fantascienza, a cura di Lawrence Sutin, Universale Economica Feltrinelli
Marco Giovannini, Un replicante di nome Philip K. Dick, in Almanacco della Fantascienza 1997, Sergio Bonelli Editore
Giuseppe Lippi, Illusioni, introduzione a Philip K. Dick, Illusione di potere, Classici Urania n. 270
Giuseppe Lippi, Philip K. Dick: Ritratto dell’autore, in Philip K. Dick, Il sognatore d’armi, Urania n. 1326
Carlo Pagetti, Un’ossessione amorosa nell’America dei simulacri, introduzione a Philip K. Dick, Abramo Lincoln Androide, Fanucci Editore
Carlo Pagetti, Uomini e androidi, introduzione a Philip K. Dick, Blade Runner – Il cacciatore di androidi, Editrice Nord
Paul M. Sammon, Blade Runner – Storia di un mito, Fanucci Editore

Risorse in rete

www.philipkdick.com Il sito ufficiale su Philip K. Dick, ricco di materiale sull’autore californiano.

La recente lettura del romanzo di Ted Chiang, Il ciclo di vita degli oggetti software, mi ha sollecitato una serie di interrogativi su quanto sia preparato davvero l’uomo a confrontarsi in maniera profonda con la tecnologia più avanzata e, in particolare, con l’Intelligenza Artificiale.

Il progresso tecnologico non solo ha cambiato il percorso dell’evoluzione della specie umana, ma anche il nostro modo di relazionarci con quanto ci circonda, sia dal punto di vista pratico che in senso etico-filosofico, ed è stato talmente rapido che l’uomo si è trovato spesso costretto ad accettarlo e a prenderne parte come un dato di fatto.
L’avvento di macchine intelligenti (le cosiddette IA forti), tuttavia, costringerebbe a un esame ben più responsabile sul loro rapporto con l’essere umano, poiché sarebbe una rivoluzione che potrebbe minare il senso stesso del suo essere, della sua esistenza e dell’etica. Come dichiara il professore Giuseppe Longo in questa esaustiva disanima: “La crescente diffusione dei robot in tutti i settori della società ci obbliga a considerare il rapporto di convivenza uomo-macchina in termini inediti, che coinvolgono in primo luogo l’etica. Affrontare questi problemi è importante e urgente”.

La riflessione su queste problematiche non è soltanto materia per la fantascienza, ma ha coinvolto strettamente tanto la scienza che la filosofia, in particolare le neuroscienze, la neurofenomenologia e il cognitivismo, facendo riemergere, benché in una prospettiva inedita, i più classici dei quesiti filosofici, quali il rapporto mente-corpo e il senso ultimo dell’uomo stesso. Il predominio delle due correnti principali nella seconda metà del secolo scorso, funzionalismo e computazionalismo, oggi è oltrepassato a favore di tesi che si rifanno principalmente all’apporto del neuroscienziato Antonio Damasio e che rimarcano come il cervello non possa essere inteso quale struttura a sé né insieme di funzioni e algoritmi, bensì che esso “senza il corpo non può pensare”, intendendo per corpo non solo quello biologico individuale ma anche l’intero contesto spazio-temporale in cui è immerso.

Questa speculazione è fondamentale per cercare di rispondere alla domanda “Se i robot dovessero un giorno diventare intelligenti e sensibili (quasi) quanto gli umani, potremmo continuare a considerarli macchine?”, per citare di nuovo Longo. Interrogativo che potrebbe essere rovesciato menzionando il titolo di uno dei più celebri romanzi di Philip K. Dick, che Ridley Scott avrebbe sviluppato come base letteraria per il suo capolavoro, Blade RunnerMa gli androidi sognano pecore elettriche?

In primo luogo è necessario ricordare che l’uomo, per la sua intrinseca natura psico-emotiva, tende a investire quanto ha davanti di proiezioni emozionali e affettive, interpretando i segnali dell’interlocutore come sentimenti o risultati di una coscienza tipicamente umana, anche di fronte a una macchina che, per quanto evoluta, ripete una mera emulazione comportamentale elaborata in base agli input ricevuti e a uno schema inoculato inizialmente dall’uomo stesso – un termine utilizzato per definire tali robot, infatti, è anche replicanti, a sottolineare la loro natura di copia. Un simile tipo di intelligenza, artificiale appunto, non sarebbe in grado né di vera comprensione e consapevolezza, né di riproporre le peculiarità del pensiero umano, che spesso è tutt’altro che lineare ma segue percorsi contraddittori, irrazionali, creativi. Altro problema fondamentale sarebbe quello della moralità dell’automa, che anche in questo caso prende le mosse da uno spunto letterario, le Tre Leggi della Robotica declinate da Isaac Asimov, ma si connota di sottigliezze assai più complesse e delicate, come approfondito accuratamente da Colin Allen, filosofo e cognitivista americano, le cui linee guida teoriche sono riassunte in questo interessante articolo.
Il fatto che l’IA non sia identica all’essere umano, tuttavia, non elude il problema se ad essa, una volta diventata autonoma nel suo sviluppo evolutivo “bio-culturale”, debbano essere riconosciuti specifici diritti e doveri e una dignità paritaria a quella dell’uomo.

Una perplessità su queste ricerche è che prendono come punto di partenza il mondo odierno, così com’è, e supponendo l’IA forte un qualcosa di già concreto ed esistente; a mio avviso, invece, bisognerebbe analizzare il suo ruolo anche in rapporto a quello che sarà l’uomo del domani, quando appunto l’IA potrà essere davvero attuabile e realistica.
Speculando in ottica futura, la società umana convivrebbe non solo con l’IA, ma, ad esempio, con il postumano − essere umano altamente ibridato con la tecnologia, talora fino al punto da essere assai simile a una macchina −, con cloni dell’uomo stesso, avrebbe accesso al mind uploading e a tecniche di prolungamento indefinito della vita.
In uno scenario analogo l’umanità potrebbe ancora considerarsi tale?
Ecco forse che, oltre alla riflessione filosofica sul senso dell’uomo e alla ricerca di un’enunciazione della roboetica, è altrettanto importante la definizione di un nuovo vocabolario e di un nuovo pensiero, che sia non solo storico ma anche evolutivo, e soprattutto sappia andare oltre il dualismo tra ciò che è umano e ciò che non lo è, superando finalmente l’antropocentrismo.

Il confronto con la macchina è stato in grado sia di riavvicinare discipline eterogenee, quali scienza e filosofia, sia di ridare vigore al processo di autoanalisi dell’uomo.
Tutte le domande e gli argomenti che ne scaturiscono, che siano suggeriti dalla fantascienza o dai risultati del progresso, sono però ancora da analizzare con attenzione in tutti i loro possibili risvolti. Sostanzialmente, ad oggi, una risposta condivisa non è stata ancora raggiunta.

Un altro quesito basilare, tuttavia, che sta a monte di tutte queste riflessioni, finora non ha ricevuto che risposte laconiche o nulle: fino a che punto l’hybris dell’uomo può spingersi nello scavalcare e nel modificare le leggi della Natura? Egli ha il diritto di arrogarsi il ruolo di novello demiurgo e costruire macchine senzienti a lui simili o addirittura esseri viventi?

Un vagone fuori controllo sta percorrendo a tutta velocità il binario ferroviario verso di voi. Siete vicini alla leva di uno scambio, dopo di voi il binario si biforca: una direzione porta verso un canyon lungo il quale avanzano cinque persone; l’altra porta verso un secondo canyon, in cui un’unica persona sta seguendo il tracciato delle rotaie. Se lasciate la leva com’è, il vagone imboccherà la prima direzione e il gruppo di cinque persone, senza via di scampo, verrà travolto. Se invece azionate lo scambio ferroviario, il vagone verrà dirottato sul secondo binario, travolgendo il solitario. Cosa fate?

L’esperimento, che abbiamo volutamente riformulato come se fosse un quesito del test Voight-Kampff di Philip K. Dick, immortalato nella magistrale resa cinematografica di Ridley Scott, è un dilemma etico concepito dalla filosofa britannica Philippa Ruth Foot nel 1978 e oggetto di esame da parte di numerosi altri studiosi. Noto come trolley problem, ovvero “problema del carrello ferroviario”, rappresenta un classico nella filosofia etica, riproponendo l’antico dilemma se sia lecito sacrificare la vita di pochi per salvarne molti.

Di recente lo psicologo Carlos David Navarrete dell’Università del Michigan, ne ha ideato un’innovativa variante, che si appoggia agli strumenti offerti dalla realtà virtuale per sottoporre soggetti umani a una simulazione di quello che fino a ieri restava confinato nel campo degli esperimenti mentali. Potete visionarne una clip qui. I risultati, riportati sulla rivista Emotion e ripresi da Le Scienze, confermano le ricerche effettuate in precedenza. Di 147 partecipanti, infatti, ben 133 (pari al 90% dei casi) hanno risposto azionando lo scambio. Dei rimanenti 14, 11 non hanno toccato la leva, mentre altri 3 hanno azionato lo scambio prima di riportare la leva nella posizione originaria. Navarrete ha così commentato gli esiti del test:

Ritengo che gli esseri umani provino un’avversione istintiva a fare del male agli altri, avversione che deve essere superata da qualcosa. Usando il pensiero razionale a volte riusciamo a superarla, per esempio pensando alle persone che salveremo. Ma per qualcuno, l’aumento dell’ansia è così travolgente che non riescono a fare la scelta utilitaristica, quella del male minore.

Gli appassionati di fantascienza ricorderanno che sulla risposta empatica si fonda una parte cospicua della produzione di Dick. L’autore de I simulacri (The Simulacra, 1964), Cacciatore di androidi (Do Androids Dream of Electric Sheep?, 1968) e A. Lincoln, Androide (We Can Build You, 1972), attratto dalla linea di confine che distingue il reale dal simulato e continuamente alla ricerca di un metodo per discriminare la natura umana da quella artificiale, individua proprio nell’empatia l’elemento di distinzione. Ma nel romanzo all’origine del copione di Blade Runner l’autore mostra anche gli effetti collaterali di una società fortemente automatizzata, che è arrivata a produrre come esito supremo della catena industriale il sofisticato modello umanoide Nexus 6: un androide capace di simulare in tutto e per tutto l’uomo, al punto da essere da questo praticamente indistinguibile. Se non attraverso il test Voight-Kampff.

Dick arrivava alla fine del suo capolavoro a suggerire un dubbio dilaniante: se gli androidi diventano sempre più umani, non potrebbe essere che gli uomini che si appoggiano alle macchine per modulare il proprio umano, che preferiscono l’immobile realtà virtuale proposta dal predicatore Mercer alla possibilità di intervenire sulla realtà per modificare, ciascuno sulla base delle proprie capacità, un mondo sull’orlo del collasso, che danno la caccia gli androidi vincendo la resistenza empatica a uccidere dei loro simili… stiano essi stessi diventando sempre più artificiali?

L’esperimento di Navarrete potrebbe fornire un nuovo strumento di analisi e riconoscimento ai blade runner del futuro.

Il Corriere.it pone l’accento sulle evoluzioni del mondo della moda che sfruttano abilmente l’avvenenza di modelle virtuali. Nulla di nuovo, il cyberpunk ha reso per noi questi dilemmi familiari da almeno venticinque anni, ma la moltitudine mainstream forse non è abituata a ragionare in questi termini, per cui provo ad approfondire l’osservazione.

Il kernel della questione è: la catena di moda H&M usa degli avatar per mostrare come calzino a pennello i suoi capi di abbigliamento; le modelle hanno le fattezze perfette di veri volti, ma il loro corpo è cristallizzato in pose identiche. Il Corriere dice, testualmente: le mannequin hanno tutte le stesse proporzioni – e lo stesso ombelico. E ogni posa è identica all’altra: il bacino è leggermente inclinato verso destra, il braccio destro cade dolcemente dietro l’anca, mentre le punta delle dita della mano sinistra poggiano in modo discreto sulla coscia destra. Solamente il viso, l’acconciatura e il colore della pelle sono diversi.

Nulla di strano, sembra. In fondo, da sempre siamo abituati a vedere manichini dai volti anonimi fare da impalcatura per i capi di abbigliamento esposti nelle vetrine dei negozi. Il motivo dello scandalo sembra essere che i manichini, ora, sono diventati virtuali. Come virtuali sono diventati alcuni attori – e qualche esempio c’è già stato in passato, come Brandon Lee in alcune scene de Il corvo girate quando lui era ormai morto, oppure Andy Serkis (Gollum) nel Signore degli anelli o, ancor più calzante esempio, quello che avviene nel film Avatar.

La novità della situazione è data non tanto dal tentativo di uniformare un’estetica propria delle vere modelle taglia 0 a tutti i potenziali fruitori degli abiti H&M, quanto dal tentativo di forzare i gusti usando la virtualità. L’asservimento della tecnologia alle logiche di mercato, alle standardizzazioni sociali, introduce un nuovo livello di marketing ancor più esasperato dei precedenti , un’operazione di condizionamenti sociali a cui sembra ancora più arduo sottrarsi: il rischio di essere plagiati tramite la tecnologia è subdolo e presente, pericolosamente elevato; qui siamo oltre la taglia 0 perché le modelle virtuali, è evidente, possono apparire filiformi senza sforzi, costringendo un’intera generazione di adolescenti o di giovani donne a raffronti impropri con corpi inesistenti, forzandole a somigliare agli avatar delle aziende di abbigliamento.

La tecnologia non può sbagliare, la tecnologia è bellezza e verità: l’assunto – pericoloso ed evidente, strisciante – non può che portare alla felicità. Se già doveste pensarla così, quindi, fermatevi un istante e ragionate: uscite dall’avatar, siate consapevoli di essere ancora carne e ossa di persone vive.