Per il profilo di Alan D. Altieri rimandiamo alla prima parte di questo mini-speciale.

Laureato al Politecnico di Milano in Ingegneria Meccanica, scrittore, nei primi anni ’80 ti sei avvicinato all’industria cinematografica americana. Vuoi dirci come si è compiuto il tuo incontro con il mondo della celluloide, e in che modo la tua attività di scrittore si lega – si concilia – a quella di scrittore per il cinema?
Quello che si sa di me è del tutto corretto. Dopo la laurea (1976) ho effettivamente lavorato per sei anni come ingegnere. Fino al grosso mutamento del 1983.
Il merito, se vogliamo dire così, del mio ingresso nel cinema americano va soprattutto al mio primo editore italiano, il grande Andrea Dall’Oglio. Nella primavera del 1983, fu lui a inviare a Dino De Laurentiis Città Oscura, il mio primo libro pubblicato (1981). Dino lo trovò interessante, mi chiamò a New York e mi fece “la classica offerta che non si può rifiutare”.
Al tempo stesso, sono sempre un ingegnere. È una disciplina che si basa sulla logica e che mi continua a fornire un enorme aiuto nella comprensione dei problemi e nella strutturazione delle storie.

In qualità di story editor, produttore esecutivo e senior staff editor per Dino De Laurentiis hai preso parte a progetti di indiscutibile prestigio quali Conan il DistruttoreL’Anno del DragoneAtto di Forza Velluto Blu, legati a nomi  eccellenti dell’industria americana (e spesso in contrasto con l’establishment hollywoodiano): Michael Cimino, Oliver Stone, Paul Verhoeven, David Lynch. Ti va di parlarci della tua esperienza e magari svelarci qualche succulento aneddoto?
La “descoverta de le Americhe” in generale e di “Hollywood” – virgolette d’obbligo, o anche “Hollyweird” – non è stato un processo né semplice, né facile, né indolore. Per me rimane comunque un’esperienza unica e fondamentale.
In questa sede dovrò necessariamente essere breve. Gli uomini di cui sopra sono tutti talenti straordinari, anche se nei modi più diversi e antitetici. Cimino è un perfezionista cartesiano, Stone un autentico regista d’assalto di enorme capacità evocativa, Verhoeven un fenomenale “meccanico” affascinato dalla “femmina” (non proprio archetipica) in tutte le sue forme, Lynch è un esploratore del lato oscuro. Da ognuno di loro ho imparato qualcosa che poi ho cercato di mettere in pratica nelle mie esperienze successive di scrittore. Aneddoti succulenti? Non basterebbe la Encyclopedia Britannica per elencarli tutti. Mi limiterò a riportare un corrosivo appunto anonimo che trovai affisso in una bacheca dei Churubuscos Studios, a Mexico City, durante la lavorazione di “Dune” e di “Conan il Distruttore”.
Le cinque fasi della realizzazione di un film:
1) pazzo entusiasmo;
2) totale disperazione;
3) ricerca del colpevole;
4) condanna dell’innocente;
5) ricompensa dell’incompetente.
Well, how about that now?

Dal 1994 sei membro della Writers’ Guild of America, e nelle vesti di sceneggiatore hai collaborato alla realizzazione di un numero di film di tutto rispetto. Qual è il lavoro di cui vai maggiormente fiero?
Il formato della sceneggiatura è uno straordinario strumento narrativo. È la ricerca di un equilibrio stabile tra analisi e sintesi, tra emotività (dei personaggi) e necessità visuali (del film stesso). Nei miei dieci anni di sceneggiatore a tempo pieno (1987/1997) ho scritto oltre quaranta tra sceneggiature, trattamenti e soggetti.  Quelli che – forse con una certa dose di presunzione – ritengo essere miei migliori lavori di sceneggiatura rimangono non realizzati. Al tempo stesso, Silent Trigger, il thriller del 1995 diretto da Russell Mulcahy (Highlander) e interpretato da Dolph Lundgren, rimane quanto di più vicino io abbia mai potuto sperare in una fedele trasposizione dalla parola scritta all’immagine.

Tornando alla tua attività di scrittore, che hai più volte dichiarato di aver privilegiato ultimamente, sei stato definito da Oreste Del Buono il padre fondatore dello “spaghetti tecno-thriller”. Ti riconosci in questa definizione o preferiresti evitare di essere inquadrato in un genere?
Al contrario, sono ben lieto, addirittura orgoglioso (parola forse ingombrante) di fare parte di questo genere in particolare. Il grande snobismo della narrativa italiana è la distinzione tra narrativa “di cultura” e tutto quello che resta. A mio parere, si tratta di una linea di confine assolutamente fasulla. La narrativa è narrativa, punto e basta. È raccontare storie con un principio, un centro e una fine. Storie di conflitti umani, interni ed esterni. Un giorno remoto forse qualcuno ci spiegherà per quale motivo lo Strega premia la cultura mentre il Bancarella premia la scrittura. Da parte mia, intendo rimanere un narratore.

In effetti se c’è una cosa di te che crea particolari difficoltà ai compilatori delle quarte di copertine è quella di ingabbiarti in un genere predefinito. Nei tuoi lavori la contaminazione tra i generi raggiunge livelli inusitati, toccando poliziesco, thriller, azione bellica, spionaggio e chi più ne ha… Ci sono stati dei modelli che ti hanno aiutato a delineare questo tuo stile inconfondibile?
Forse alla parola “inconfondibile” dovremmo sostituire l’espressione “ibrido estremo”. Ritengo che oggi, alba del XXI Secolo, con tutto quello che esiste alle nostre spalle – letterariamente e narrativamente parlando – sia molto difficile scrivere nell’ambito di generi “puri”. Il mio primo libro, il già menzionato Città Oscura era già un ibrido di thriller, hard-boiled e apocalittico. Quindici anni più tardi, Kondor è un ibrido di thriller, war-story e, nemmeno a dirlo, apocalittico. Penso che solamente il poliziotto molto hard-boiled di Corridore nella pioggia e il killer molto “alla John Woo” de L’uomo esterno siano i personaggi meno ibridi da me messi in campo. Sostanzialmente, l’ibrido estremo è e rimarrà una componente basilare delle mie storie.
Per contro, i modelli, certo. La mia icona assoluta rimane Raymond Chandler. È l’autore che ha ridefinito il concetto di “cavaliere con alcune macchie, nessuna paura e molti dubbi”. Quanto alla struttura e complessità delle storie, Frederick Forsyth prima maniera è uno degli autori che più mi hanno influenzato.

Sebbene spesso relegata a puro elemento di contorno, la fantascienza fa spesso capolino nelle tue opere, talvolta nella forma della fantapolitica o del thriller tecnologico. Cos’è che maggiormente ti affascina delle sue risorse, al punto da spingerti a farne un uso così ampio?
A tutti gli effetti, io “vengo” dalla fantascienza. Da ragazzino divoravo gli scaffali di Urania, Galaxy e Galassia a casa dei miei genitori. Per inciso, nei miei anni di Hollywood arrivai a prendere un’opzione e a scrivere una sceneggiatura del grandissimo Year of the Quiet Sun (L’Anno del Sole Quieto, candidato sia al Premio Hugo che al Premio Nebula) lo straordinario apologo sul time-travel di Wilson Tucker.
Oggi, ritengo che ci ritroviamo letteralmente immersi nella fantascienza. Dall’Internet al “tempo reale”, dalla banda larga a Echelon, dai laboratori virali Livello 4 all’ingegneria genetica. Tutto questo È fantascienza. Troppo spesso viene dato per scontato, non sufficientemente analizzato. Ecco perché in un modo o nell’altro, in una misura o nell’altra, la fantascienza entra e continuerà a entrare nel mio lavoro: il pianeta più alieno di tutti è la Terra.

Caso più unico che raro, la tua produzione si articola – salvo qualche eccezione – in almeno due grandi
 filoni coerenti: da una parte la produzione, diremmo, spionistica, dall’altra una saga cominciata con Città Oscura e proseguita attraverso Città di OmbreKondor, fino a Ultima Luce, inquadrati in una storia che dal nostro presente si spinge attraverso continui ribaltamenti di prospettiva e cambi d’epoca fino alla metà circa del secolo XXI. Personaggi e rimandi ad eventi ed organizzazioni si ripetono e mantengono solido il legame tra queste opere altrimenti caratterizzate da ambientazioni e perfino generi diversi. Puoi parlarci un po’ di questo progetto, che se ho ben capito dalle illazioni circolanti in Rete saresti addirittura propenso a proseguire nell’imminente futuro?

Hai centrato in pieno: i miei libri stanno entrando – alcuni più altri meno – a fare parte di un’unica “meta-struttura” narrativa. Fino ad adesso, solamente L’Occhio Sotterraneo – per la natura intrinseca del libro – ne e’ al di fuori.
La serie Sniper – che sto scrivendo per Mondadori Segretissimo e che viene riproposta dalla TEA – mi fornisce un’ottima piattaforma di riferimenti incrociati. In Sniper 2: L’Ultimo Muro (che apparirà in TEA il prossimo marzo 2005) appaiono niente meno che Wolf Hellstrom e Ivan Ratoff di Alla fine della notte. Appare anche un personaggio femminile, Dendra Yaegen, che in un futuro non troppo lontano potrebbe fare nuovamente parlare di sé.
Infine, ormai in molti dei miei libri, appare Ben Yurick, enigmatico pilota da guerra che presentai per la prima volta nel racconto Phoenix. Yurick uomo che proviene da un tempo “diverso” ma che continua a “tornare”, una sorta di testimone della follia distruttiva di tutto e di tutti.
Per cui, rispondendo apertamente alla domanda: sì, il progetto della “meta-struttura” narrativa è destinato a continuare.

Alcuni elementi della tua scrittura sono distintivi della tua penna (battute secche, stile scarno ed
essenziale, grande ritmo e personaggi sempre in bilico tra il bene e il male, verrebbe quasi da dire “tra il peggio e il meno peggio” se mi passi l’espressione). Altri invece sembrano mutuati da grandi scuole anglosassoni, come l’hard-boiled che si riscontra nella profusione di dettagli della tua scrittura iperrealistica e il cyberpunk delle città sovrappopolate del nostro futuro, degli onnipotenti conglomerati economico-commerciali (a proposito, la tua Gottschalk-Yutani Corporation mi sembra parente stretta della Weyland-Yutani Corporation, e qui torniamo al discorso della commistione tra cinema e letteratura), degli individui in lotta contro il sistema e della tecnologia invasiva. In che rapporti sei con l’influsso di questi movimenti?

Che mi occupi di gangster a Los Angeles o di Special Forces in Medio Oriente, le mie tematiche chiave non mutano:
1) il conflitto del singolo con un enorme potere, per definizione malefico;
2) il conflitto del singolo con il proprio “lato oscuro”.
La domanda che mi poni è valida e parte della risposta può essere trovata nella risposta precedente in cui parlo dell’ibrido estremo. Ritengo che la tematica definisca lo stile. Non escludo affatto di scrivere un thriller feroce nello stile sincopato e anfetaminico che richiami quello del prodigioso James Ellroy.
Quanto ai mega-conglomerati, ebbene sì: Gottschalk-Yutani Corp. È parente stretta della Weyland-Yutani Corp. Una sua antesignana? Forse. Non dimentichiamo che il nuovo crimine planetario è la famosa ma soprattutto famigerata globalizzazione.
Si costruiscono catene di industrie pesanti a sud del confine Stati Uniti/Messico (maquiladoras), nelle quali gli operai lavorano quattordici ore al giorno senza aria condizionata, senza assistenza sanitaria e senza copertura sindacale. E si fanno lavorare bambini pakistani sotto gli otto anni di età a costruire mattoni per sedici ore al giorno a cinquanta cent la settimana. Ah, le gioie del costo del lavoro zero…
Tutto questo è destinato a scoppiarci in faccia. È proprio “lo strano attrattore” della meccanica del caos a dirlo, e non entro nei dettagli della equazione logistica e dei limiti intrinseci dei sistemi a molte variabili complesse. Quindi è proprio là, nelle mega-corporazioni, soprattutto militari, che prosperano i “cattivi” delle mie storie. Da qui le ibridazioni cyberpunk e le atmosfere alla Blade Runner di Ultima Luce, quello che potrebbe essere il destino terminale delle megalopoli.

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Sergio “Alan D.” Altieri è uno degli assi portanti dell’immaginario di genere in Italia. Per molti versi, il lavoro che ha svolto e continua a svolgere in ambito fantastico, poliziesco e spionistico (non solo come autore, ricordiamo che è anche traduttore e che ha rivestito per una lunga e memorabile stagione, dal 2006 al 2011, il ruolo di Editor del mass market Mondadori, lavorando a stretto contatto con Giuseppe Lippi per Urania e le sue sorelle Urania Collezione e la compianta Epix, e curando le altre collane da edicola made in Segrate, Il Giallo Mondadori, I Classici del Giallo, Segretissimo e Segretissimo-SAS, senza tralasciare l’importantissima esperienza borderline de Il Giallo Mondadori Presenta…), può essere accostato a quello di un ingombrante omonimo, punto di riferimento del western e non solo: l’immenso Sergio Leone. Non a caso Oreste Del Buono, oltre a definirlo “il più americano degli scrittori italiani”, coniò per lui l’appropriata definizione di spaghetti techno-thriller.

Alla prossima NextCon, inserita nella cornice della Italcon di Bellaria, sabato 26 maggio Altieri sarà ospite d’onore, avendo accettato l’invito del curatore della convention connettivista Sandro Battisti. Vogliamo cogliere l’occasione per riproporvi un’intervista ormai storica rilasciata da Altieri al defunto blog Uno Strano Attrattore (perduto, come “lacrime nella pioggia”, con la chiusura della piattaforma di Splinder) e parlare della sua opera, che da allora si è arricchita di importantissimi tasselli, non ultima l’ambiziosa e micidiale Trilogia di Magdeburg. Per consentire ai lettori una più facile fruizione di questo mini-dossier su Altieri, abbiamo pensato di dividerlo in due parti. Il post odierno è quindi dedicato a tracciare un profilo dell’autore e della sua opera, eclettica e variegata. Domani invece riproporremo la lunga intervista di cui sopra, che nel frattempo non ci sembra invecchiata di un solo minuto. (altro…)

La lavorazione di Blade Runner, come racconta dettagliatamente Paul M. Sammon nella sua storia del film Future Noir: The Making of Blade Runner (edito in Italia da Fanucci come Blade Runner: Storia di un Mito, ormai purtroppo finito fuori catalogo), fu complessa e travagliata. A partire dall’acquisto dei diritti cinematografici di Do Androids Dream of Electric Sheep? (il romanzo di Philip K. Dick del 1968 da cui tutto ebbe inizio, da noi tradotto come Il cacciatore di androidi) da parte di Hampton Fancher, il copione passò attraverso diverse fasi di scrittura e riscrittura. Il risultato finale del 1982 è l’esito di un lungo processo di elaborazione che vide contribuire in maniera decisiva il summenzionato Fancher e Ridley Scott (sua l’idea di sviluppare l’estetica noir futuristica del film a partire da Nighthawks di Edward Hopper e dal fumetto The Long Tomorrow di Dan O’Bannon e Moebius), David Webb Peoples (arruolato per sistemare i dialoghi e ideatore del termine “replicante”), Syd Mead (artista concettuale tra i più influenti al mondo) e Lawrence G. Paull (autore delle scenografie), Douglas Trumbull (già artefice degli effetti speciali per 2001: Odissea nello Spazio, Incontri ravvicinati del terzo tipo e Star Trek, recentemente tornato all’opera nell’ambizioso The Tree of Life di Terence Malick), Jordan Cronenweth (votato dai suoi colleghi come uno dei dieci direttori della fotografia più influenti di tutti i tempi) e Vangelis (autore della colonna sonora del film).

Un team di questa levatura poteva produrre solo un disastro memorabile o una pietra miliare. Per fortuna ci è andata bene e oggi, malgrado gli stenti della prima distribuzione nel circuito delle sale, Blade Runner è riconosciuto pressoché all’unanimità per quel capolavoro che è, dentro e fuori dal genere. Ma prima di arrivare alla pellicola, le difficoltà produttive di cui facevamo menzione si sono riflesse nella lunga sequenza di sceneggiature preparate per il film. Mechanismo, Dangerous Days, Android: a partire dalla ricerca del titolo, non fu un lavoro semplice. Alla fine la produzione optò per Blade Runner, rilevandone i diritti da un semisconosciuto romanzo di Alan E. Nourse apparso da noi come Medicorriere e da un soggetto originale di William S. Burroughs, entrambi senza punti di contatto con la pellicola che Ridley Scott si apprestava a girare.

A quale punto della lavorazione si decise di cambiare l’ambientazione del romanzo ispiratore di Dick non è dato saperlo. Perché è vero che ormai Los Angeles, Novembre 2019 è di diritto una componente imprescindibile del nostro immaginario sul futuro, un set di coordinate spazio-temporali che fa parte del bagaglio culturale di ognuno di noi, ma è altrettanto vero che Il cacciatore di androidi era ambientato in un’altra città californiana, con ben altra storia alle spalle rispetto alla città degli angeli: San Francisco. Di sicuro fin dall’inizio Scott aveva in mente uno scenario urbano verticale, più simile a New York che a Los Angeles. Paradossalmente, l’architettura della Bay Area si sarebbe prestata perfino meglio rispetto allo sprawl di L.A. per gli sfondi che Scott aveva in mente, ma forse fu lo scenario da nebulosa infernale, assediata dalle raffinerie di Torrance ed El Segundo, a innescare l’associazione con i polizieschi di Raymond Chandler verso cui la trama del film è in forte debito (Rick Deckard è una sorta di Philip Marlowe del futuro, e l’olio nero è un elemento d’ambiente nelle sue storie, a partire da Il grande sonno) e ad avere così la meglio, spostando il baricentro geografico del film verso la California del sud.

Eppure… San Francisco è una città straordinaria, set ideale per una quantità innumerevole di storie: da Jack London a Cory Doctorow, passando per Jack London, Fritz Leiber, Jack Kerouac, William Gibson e tanti altri. Ho provato a renderne conto, limitandomi a una manciata di titoli di spicco, parlandone a proposito di Little Brother sulle pagine di Next Station. E allora: come sarebbe stato Blade Runner se la produzione avesse deciso di mantenere l’ambientazione originaria prescelta da Dick?

Se l’è chiesto come noi Britta Gustafson, un’appassionata di fotografia, paesaggi urbani, arte e matematica, che ha anche cercato di dare una risposta allestendo un tour virtuale di questo Blade Runner alternativo, tracciando un parallelo tra il romanzo di Dick e il film di Scott e soprattutto tra i rispettivi luoghi. Il risultato è su Flickr (ne siamo venuti a conoscenza attraverso io9) ed è davvero degno di nota.

Buona escursione!

Westin St. Francis Hotel at night, di Kumasawa

Opening Night Simulcast, di pbo31.

Fake Eagles, di freeside510.

“È più stupido e infantile presumere che ci sia una cospirazione o che non ci sia?”

Alfiere di un New Weird politicamente impegnato, dopo essersi fatto notare con la trilogia del Bas-Lag (Perdido Street Station, La città delle navi e Il treno degli dei), China Miéville torna ad essere tradotto in Italia con La città e la città, il romanzo della sua definitiva consacrazione. Una vera e propria bomba concettuale.

In una non meglio specificata parte d’Europa, due città – Ul Qoma e Beszel – coesistono non solo separate, ma sovrapposte: ognuna con la propria cultura, lingua, economia, i propri usi e costumi. Le frontiere sono fittizie e gli abitanti vivono le proprie vite nello stesso spazio fisico ma in nazioni diverse, risolvendo il paradosso con una ferrea educazione che li ha abituati a ignorare lo straniero. Ed ecco che “disvedere” è la legge prima, quella che permette di evitare il caos. Infrangerla vuol dire imbattersi nella Violazione, una spietata autorità disposta a tutto pur di mantenere coerente l’ossimoro di una unica e compatta separazione.

Indagando su un caso di omicidio, gli occhi dell’ispettore Tyador Borlù disegnano l’anatomia di un paradosso politico-sociale che sfiora la speculazione filosofica. Immersa in fumose atmosfere alla Raymond Chandler, note paranoiche alla Philip K. Dick e vertigini kafkiane, la prosa di Miéville si fa leggere e ammirare per l’eleganza dello stile, costringendoci a “violare” il nostro presente, dove viviamo quotidianamente l’esperienza globale di vedere tutto e niente.

Ul Qoma e Beszel si accodano alla lunga serie di città letterarie possibili e impossibili, sovraffollate, sostituite, diffuse o sospese. La città e la città offre un nuovo punto di vista – oltre il riflesso di città separate di ieri (Berlino) e di oggi (Gerusalemme) – e lo fa con impressionante semplicità: un movimento degli occhi, un alzarsi e abbassarsi di palpebre. Un gesto che ci rimanda alle responsabilità di architetti delle nostre vite e della Storia.