Sta raccogliendo una ricca serie di premi l’ultimo progetto visivo multidisciplinare, articolato in un cortometraggio, fotografie e dipinti realizzati a tecnica mista, di Alessandro Bavari (artista che ha collaborato anche con NeXT), intitolato Metachaos. Nome emblematico. Come spiega l’autore, deriva “dal greco meta (oltre) e chaos (l’abisso dove si cela lo stato eternamente informe dell’universo), per indicare una forma primordiale di ameba, priva di una precisa morfologia e caratterizzata da progressive mutazioni e mitosi”.

Il cortometraggio è un’allegoria degli aspetti più atroci e corrotti della specie umana e della sua progressiva disumanizzazione (che nel quotidiano corrisponderebbero a guerra, odio, oppressione), rappresentata dalla contrapposizione tra un mondo puro, isolato e protetto da una costruzione simile a una sorta di cubo di Rubik in perenne movimento, e l’esterno, una landa desolata, mefitica, infestata da creature ostili solo apparentemente antropomorfe.

Quando questi esseri demoniaci riescono a irrompere nella fortezza, si propagano come un virus letale e, moltiplicandosi e ramificandosi in maniera incontrollata e inarrestabile, seminano rovina e disfacimento. Un crescendo di devastazione, bestialità, caos, quasi un macabro compiacimento dell’orrore di fango e sporcizia che rigurgita queste creature, man mano sempre più ibridate con rettili e simili a raccapriccianti aracnidi, deliranti in un sabba folle e frenetico che sfocia nell’esplosione finale del tutto in un magmatico e denso brodo primordiale. Due poli antitetici, quindi, benché in un certo senso entrambi estremi nella loro assolutezza, destinati ad annientarsi e autodistruggersi. Una caratterizzazione che si potrebbe far derivare per l’analoga ispirazione a Eloi e Morlock de La Macchina del tempo di Herbert George Wells.

L’impatto del video è reso innanzitutto a livello cromatico, dal contrasto tra l’ecosistema dell’ideale, in cui predominano il colore bianco e movimenti fluidi, e il mondo avverso dominato da tinte sabbia e acide, cupe, che lo rendono già alla vista claustrofobico e minaccioso. Il movimento della videocamera a spalla, il ritmo stordente e sferragliante della colonna sonora, la collisione tra architettura ed esseri viventi, la conformazione delle creature malvagie, dai connotati astratti ma al contempo modellate in una carnalità depravata e in sfacelo, rendono ancor più il senso di tragicità e rovina inesorabile.

Se è stato sottolineato che l’iconografia di questi corpi macilenti, ammassati, sfigurati da follia o dolore proviene da artisti come Hieronymus Bosch e Pieter Bruegel, non è possibile non ricollegarla anche alla bestialità a cui sono ridotte le anime dei trapassati in alcuni passi dell’inferno dantesco nonché a talune scene del Teatro della Crudeltà di Antonin Artaud. Altrettanto mi pare si possano richiamare le opere più lugubri e spettrali di Alfred Kubin e diversi passaggi del suo romanzo L’Altra Parte, nel quale ideale e incubo di sgretolano e si fondono in una mirabile distopia espressionista.

Di fronte a queste immagini aleggiano due domande, taciute forse perché troppo amare: l’essere umano sta degradando davvero in una simile barbarie? L’unica via d’uscita potrebbe essere soltanto la sua distruzione totale? Personalmente spero possano essere da monito per intraprendere una direzione differente.

Annunci

Automaton

Da un’indeterminata età delle macchine, solenni e scultorei nella loro immutabilità imperitura, emergono i miraggi meccanici di Kazuhiko Nakamura. Ibridi surreali tra uomo e macchina, questi testimoni di “un difficile matrimonio tra carne e metallo”, dalle linee fluide e nitide, le cromie bronzee e i chiaroscuri decisi, schiudono il loro carapace metallico per rivelare una miriade di dettagli modellati con precisione fiamminga.

Nakamura è un novello Arcimboldo dell’era post-industriale, un redivivo alchimista che plasma il suo Golem meccanico, e replicando “la trasformazione e lo sviluppo della muta degli insetti” foggia ritratti di automi che dell’umano serbano solo un simulacro esteriore. Dalla scatola dei ricordi del passato, che ostinatamente l’artista cerca di recuperare e rielaborare – ricerca che egli stesso definisce simile “alla passione degli amnesiaci nell’inseguire le loro memorie perdute” –, minuzie e frammenti sono assemblati a comporre visioni dall’atmosfera unica, si amalgamano in un insieme fantastico.

Le influenze esercitate su Nakamura sono molteplici, dal surrealismo al realismo magico, non senza incursioni nel Rinascimento, soprattutto quello nordico, oltre ai contatti determinanti con il cyberpunk. Stimoli che si fondono nel mirabile sincretismo che dà vita ai suoi lavori, alla cui base risiede l’incontestabile fascino per l’automa meccanico.

L’attrattiva per l’ideazione di congegni capaci di muoversi come se dotati di vita propria ha radici antiche: indimenticabili gli alessandrini Erone, Ctesibio e Filone di Bisanzio, oppure i fratelli Banū Mūsā e al-Jazari della civiltà araba, Leonardo da Vinci e gli artigiani di Norimberga nel Rinascimento, fino alle anatomies mouvantes di Jacques de Vaucanson e agli automi di Pierre Jaquet-Droz e di Henri Maillardet. Le figure femminili di Nakamura, per quanto a prima vista letali, serbano difatti l’aura di ieraticità nostalgica ma imperturbabile delle bambole meccaniche presenti nelle trasposizioni artistiche, ad esempio, della figura dell’Olympia di E.T.A. Hoffman, della Coppélia, balletto pantomimico, della Danza delle Bambole Meccaniche dello Schiaccianoci di Pëtr Čajkovskij, fino allo struggente ballo di Casanova con una bambola meccanica sull’acqua ghiacciata del Canal Grande nell’omonimo film di Federico Fellini.

La tradizione orientale, poi, cui Nakamura appartiene, è ancor più longeva. Un resoconto cinese raccolto nel Liezi descrive l’incontro tra il re Mu del regno di Zhou (1023-957 a.C.) e un ingegnere meccanico chiamato Yan Shi, artefice di un automa dalle sembianze umane talmente perfetto da essere indistinguibile da un uomo vero. È il Giappone, tuttavia, ad eccellere nella costruzione di automi meccanici, fin dall’antichità. Dal XVII secolo, all’inizio del Periodo Edo, gli artigiani nipponici hanno costruito bambole meccaniche prodigiose, attivate da molle, mercurio, sabbia mobile o acqua pompata, capaci di danzare, servire il tè, scoccare frecce, e utilizzate nel teatro, per il gioco o come ornamento dei carri allegorici: le Karakuri Ningyō – che al giorno d’oggi vedono in Shobei Tamaya IX l’unico Maestro giapponese in vita rimasto, discendente da un lignaggio ininterrotto di costruttori.

Tutte queste suggestioni filtrano in Nakamura attraverso la serie delle Bambole di Hans Bellmer, simbolo dell’uomo dilaniato e ridotto a burattino, e la cultura fantascientifica. Nelle sue immagini non si può non ravvisare l’influenza di H.R. Giger, oltre a rievocare gli esseri ibridati grazie alla chirurgocosmesi di Babel-17 di Samuel Delany, i postumani de La matrice spezzata di Bruce Sterling, per arrivare infine al celebre film di Shinya Tsukamoto, Tetsuo, l’auto-feticista estremo e maledetto, che in un crescendo di visionarietà, violenza e tormento compie la sua metamorfosi da umano a cyborg con continui, strazianti, ostinati innesti di componenti metallici nel proprio corpo. Il fascino surreale dei lavori di Nakamura, tuttavia, non condivide l’esasperato turbamento interiore di Tetsuo. I suoi ritratti meccanici vestono una malia seducente ma pure un qualcosa, indefinito, di disturbante, dovuto alla loro fissità distaccata, lo sguardo immutabile diretto verso un orizzonte sconosciuto, la posa bloccata nell’eternità della macchina, in uno scatto senza tempo. Un silenzio grave, di eterna attesa o staticità, li avvolge.

Una simile suggestione mi ricorda i dipinti di Giorgio De Chirico nei quali domina la figura del manichino (l’uomo senza volto, simbolo dell’uomo-automa), spesso collocato in uno spazio di architetture essenziali, proposte in prospettive non realistiche, immerse in un contesto misterioso, capaci di generare un effetto straniante, in una solitudine, in una silenziosità pesante, che fa gravare tutta l’estraneità, l’alienazione della figura dalla parvenza umana rispetto al contesto o addirittura a se stessa, a ciò che non è più, che ha perduto.

Ecco allora risultati come Atoma, una rielaborazione biomeccanica di Astro Boy, Rhinoceros 1515, ispirato all’incisione su legno di Albrecht Dürer raffigurante un rinoceronte indiano, Brain Tower e The Tower of Beetle, due versioni alternative di un immaginario ritratto di Aleister Crowley rivisitato attraverso il condizionamento di Pieter Bruegel e del cinema espressionista tedesco de Il gabinetto del dottor Caligari e di Nosferatu, Monorogue, la cui mente è un vaso di Pandora postumano traboccante di innesti e connessioni, Metamorphosis, che combina lo spunto dell’omonimo racconto di Franz Kafka con un assemblaggio meticoloso degno del più ardito Arcimboldo, Automaton, una macchina di tortura dalle sembianze di antico manichino ispirata ad alcune pellicole dei Fratelli Quay e di Jan Švankmajer.

Un’arte, dunque, quella di Kazuhiko Nakamura, che rielabora influenze eterogenee per proporre un’idea originale, che sa suscitare una meraviglia screziata di inquietudine di fronte a questi stupefacenti gingilli meccanici, remoti superstiti nel loro indefinito spazio atemporale.

Metamorphosis

Shell in the darkness