All’inizio del 2008, un gruppo di eterogenei artisti europei ha dato vita ad AntiVJ, con l’obiettivo di sviluppare, produrre e promuovere nuove contaminazioni tra arti visive e musica. Il progetto si focalizza su un utilizzo peculiare delle proiezioni e della luce e su come questi due elementi influenzino le nostre percezioni. Combinando strumenti, una solida preparazione tecnica e forme artistiche differenti, i risultati che questi artisti ottengono, di solito durante performance live o attraverso installazioni, sono una vera esperienza artistica neurotonica.

Tra le loro prime realizzazioni si annoverano le performance di mapping, tecnica di cui sono stati tra i pionieri nel campo delle proiezioni su grande scala e per la quale hanno sviluppato un software specifico. Tecnicamente il tutto è reso possibile dalla generazione e riproduzione di proiezioni stereoscopiche su superfici piane, grazie a potenti videoproiettori e processi di mappatura digitale che danno allo spettatore l’illusione della profondità tridimensionale creando enormi schermi virtuali ad alta precisione. Memorabili sono state le proiezioni in una cattedrale in Olanda, su un futuristico edificio in Corea (esperimento che mirava a rappresentare lo sviluppo urbano di una città-modello e come esso può organizzare le persone in reti controllate ed interconnesse) e su una nave-cisterna in Canada.

Questa tecnica di mapping sta attirando negli ultimi tempi diversi video designer, come testimoniano le segnalazioni fioccate in rete (un esempio italiano è il progetto La Torre Riflette di Elisa Seravalli). E si configura come un intento di «ricodifica» dell’esistente secondo parametri sensoriali alternativi, concetto vicino e combinato a quello di realtà aumentata e multisensorialità, tematiche trattate anche nell’ultima iterazione di NeXT, intitolata proprio Maps.

Sfogliando gli altri progetti di AntiVJ, un ulteriore risultato degno di attenzione è Principles of Geometry. Utilizzando la stereoscopia (la tecnologia adottata nel cinema 3D) è stato prodotto un viaggio nello spazio della terza dimensione, della durata di ben 50 minuti, attraverso paesaggi wireframe e sottili linee lattescenti intersecanti prospettive infinite, con una colonna sonora realizzata grazie a sintetizzatori d’epoca.

I componenti di AntiVJ sono attivi anche nello studio e nell’applicazione della luce a strutture interattive, tipologia di installazioni che di recente ha avuto parecchia risonanza grazie all’allestimento presso l’autorevole Centro Artistico 104 di Parigi di una collettiva incentrata sull’interazione tra luce, piani spaziali e immagini, che coinvolgeva inoltre gli stessi spettatori. Antivj aveva presentato qualcosa di analogo con il progetto 3Destruct, che in versione completamente rinnovata è stato da poco riproposto a San Pietroburgo e in Francia. 3Destruct è costituito da un grande cubo di fogli semitrasparenti, a cui sono collegati quattro proiettori che ne mappano le superfici, generando luci, flash e suoni: immergendosi totalmente in questa installazione, lo spettatore perde ogni punto di riferimento razionale e coerenza spaziale, coinvolto in una suggestione che va oltre la logica dell’universo lineare.

Questo tipo di sperimentazione ha radici ricollegabili alle realizzazioni di Lucio Fontana, che già attorno agli anni Cinquanta iniziò a impiegare nelle sue opere la luce in senso spaziale, ossia come elemento in grado di rivelare plasticità inedite e creare nuovi ambienti spaziali attraverso proiezioni di immagini luminose e l’alternanza di zone in chiaro ed altre oscure. L’utilizzo di tubi al neon o del sofisticato effetto della luce di Wood diede vita ad alcune delle prime installazioni della storia dell’arte (si pensi ad Ambiente spaziale a luce nera presentato presso la Galleria del Naviglio di Milano nel 1948), caratterizzate da una sensibilità nuova, rivolta a una spazialità dai labili confini e dalle mille suggestioni recondite, tesa tanto verso l’infinito, il mistero, quanto al nulla, al di là dei confini dell’opera stessa, di cui lo spettatore è parte attiva e integrante. Non a caso, la prima silloge di poesie connettiviste porta un titolo deliberatamente ispirato proprio a Fontana, Concetti Spaziali, oltre.

La nuova frontiera artistica proposta da AntiVJ, quindi, riesce a stimolare un’esperienza di percezioni plurime altamente condensate, nella simulazione della realtà aumentata o del multiverso. E chissà quali altri obiettivi e commistioni sensoriali, grazie a un sempre più avanzato impiego della tecnologia (ad oggi si dicono impegnati nella ricerca di nuove soluzioni che fruiscano della scansione 3D, di un nuovo tipo di motion tracking, delle più avanzate interfacce uomo-computer), sapranno ancora testare in futuro questi pionieri della contaminazione artistica.

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Sta raccogliendo una ricca serie di premi l’ultimo progetto visivo multidisciplinare, articolato in un cortometraggio, fotografie e dipinti realizzati a tecnica mista, di Alessandro Bavari (artista che ha collaborato anche con NeXT), intitolato Metachaos. Nome emblematico. Come spiega l’autore, deriva “dal greco meta (oltre) e chaos (l’abisso dove si cela lo stato eternamente informe dell’universo), per indicare una forma primordiale di ameba, priva di una precisa morfologia e caratterizzata da progressive mutazioni e mitosi”.

Il cortometraggio è un’allegoria degli aspetti più atroci e corrotti della specie umana e della sua progressiva disumanizzazione (che nel quotidiano corrisponderebbero a guerra, odio, oppressione), rappresentata dalla contrapposizione tra un mondo puro, isolato e protetto da una costruzione simile a una sorta di cubo di Rubik in perenne movimento, e l’esterno, una landa desolata, mefitica, infestata da creature ostili solo apparentemente antropomorfe.

Quando questi esseri demoniaci riescono a irrompere nella fortezza, si propagano come un virus letale e, moltiplicandosi e ramificandosi in maniera incontrollata e inarrestabile, seminano rovina e disfacimento. Un crescendo di devastazione, bestialità, caos, quasi un macabro compiacimento dell’orrore di fango e sporcizia che rigurgita queste creature, man mano sempre più ibridate con rettili e simili a raccapriccianti aracnidi, deliranti in un sabba folle e frenetico che sfocia nell’esplosione finale del tutto in un magmatico e denso brodo primordiale. Due poli antitetici, quindi, benché in un certo senso entrambi estremi nella loro assolutezza, destinati ad annientarsi e autodistruggersi. Una caratterizzazione che si potrebbe far derivare per l’analoga ispirazione a Eloi e Morlock de La Macchina del tempo di Herbert George Wells.

L’impatto del video è reso innanzitutto a livello cromatico, dal contrasto tra l’ecosistema dell’ideale, in cui predominano il colore bianco e movimenti fluidi, e il mondo avverso dominato da tinte sabbia e acide, cupe, che lo rendono già alla vista claustrofobico e minaccioso. Il movimento della videocamera a spalla, il ritmo stordente e sferragliante della colonna sonora, la collisione tra architettura ed esseri viventi, la conformazione delle creature malvagie, dai connotati astratti ma al contempo modellate in una carnalità depravata e in sfacelo, rendono ancor più il senso di tragicità e rovina inesorabile.

Se è stato sottolineato che l’iconografia di questi corpi macilenti, ammassati, sfigurati da follia o dolore proviene da artisti come Hieronymus Bosch e Pieter Bruegel, non è possibile non ricollegarla anche alla bestialità a cui sono ridotte le anime dei trapassati in alcuni passi dell’inferno dantesco nonché a talune scene del Teatro della Crudeltà di Antonin Artaud. Altrettanto mi pare si possano richiamare le opere più lugubri e spettrali di Alfred Kubin e diversi passaggi del suo romanzo L’Altra Parte, nel quale ideale e incubo di sgretolano e si fondono in una mirabile distopia espressionista.

Di fronte a queste immagini aleggiano due domande, taciute forse perché troppo amare: l’essere umano sta degradando davvero in una simile barbarie? L’unica via d’uscita potrebbe essere soltanto la sua distruzione totale? Personalmente spero possano essere da monito per intraprendere una direzione differente.

Prendo in prestito per il titolo un passaggio enigmatico/emblematico di e.e. cummings (tratto dalla poesia LIX, W [ViVa], 1931), già adottato come epigrafe da Danilo Santoni per un suo intervento su Intercom incentrato su Ghost in the Shell, associandolo nuovamente a un contesto fantascientifico. Il passaggio  riporta testualmente:

[…]
what neither is any 
echo of dream nor 
any flowering of any 

echo(but the echo
of the flower of

Dreaming)

ed è una trappola psichica congegnata nella sintesi perfetta ed estasiante di un ritmo trasognato e di una ridondanza evocativa. Mi è tornato alla memoria aprendo lo splendido numero di NeXT uscito lo scorso novembre, un numero per molti versi speciale, concepito per festeggiare l’affermazione al Premio Italia 2011. L’Iterazione 16 racchiude ben due articoli dedicati al sogno: in Fotogrammi da sogno, apparso nella rubrica ExcellBlack M prende le mosse da Inception per tracciare una dettagliata e documentatissima panoramica dei precursori di Christopher Nolan, passando in rassegna un campionario di pellicole incentrate sulle pericolose ma seducenti lande oniriche dell’immaginario; dal canto suo Nimiel riprende il tema del sogno lucido per la puntata della sua rubrica La mattinata dei maghi, dedicata a L’onironauta.

Difficile non concordare con Mario Gazzola/Black M sull’importanza del capolavoro di Nolan nel panorama del cinema di questo scorcio d’inizio secolo. Come ho già avuto modo di sostenere, Inception è un’esaltazione di un aspetto della fantascienza riconducibile alle teorizzazioni di J.G. Ballard, di cui traduce in immagini per il grande schermo le folgoranti intuizioni sull’inner space della psiche umana. La reiterazione del classico mito della discesa orfica nel regno dei morti è interamente giocata sulla sfida definitiva di Dom Cobb (Leonardo DiCaprio), sognatore e spia professionista, alle prese con un complesso di colpa che si è inutilmente sforzato di relegare negli strati inferiori del proprio subconscio. Nel suo atteggiamento riverbera un passaggio dello struggente racconto di fantascienza di Roger ZelaznyUna rosa per l’Ecclesiaste (A Rose for Ecclesiastes, 1963):

E di notte l’ascensore del tempo mi conduceva ai suoi piani più bassi…

Sempre Zelazny, nel 1966 (Signore dei sogni, The Dream Master, romanzo tratto dalla novella He Who Shapes, del ’65), ci avrebbe portati a conoscere il decadente mondo futuro dei neuropartecipazionisti, psichiatri in grado di portare allo scoperto il rimosso dei pazienti agendo grazie all’arte della Formazione sulla loro sfera emotiva, plasmandone i sogni mediante il più immediato dei linguaggi di comunicazione: l’immagine.

Tornando a Inception, il percorso di Cobb si distanzia in maniera simbolica da quello che si prefigge la disciplina dell’onironautica. Inseguito dalla sua nemesi privata nei labirinti del sogno high tech, tra test di realtà e livelli di simulazione annidati degni delle più sadiche visioni cosmologiche di Philip K. Dick, il protagonista di Nolan non persegue un intento di illuminazione attraverso la lucida padronanza delle dinamiche oniriche, ma si accontenta di un’illusione condivisa con i suoi compagni d’avventura. Il che può essere anche letto come un messaggio di comunione e resistenza, nei nostri tempi così critici.

In altri contesti (articolo riportato poi pari pari nella rubrica Zoom di NeXT 16) ho affrontato, più che altro in embrione perché solo in quel momento cominciavo a prendere confidenza con i concetti, il tema della tridimensionalità del nostro universo – nostro in quanto umani – che fa scaturire, una quantità notevole di volte, soltanto due possibilità di scelta.

Non è il caso e il luogo, questo, di riproporre il percorso cognitivo che mi ha portato a supporre vero il ragionamento, ma il concetto che mi sembra razionalmente giusto è pressappoco questo: il dominio del nostro organismo è attestato sulle tre dimensioni; noi siamo alti, larghi e profondi in una certa misura, e manipolare situazioni che possono far scaturire solo due possibilità (ovvero soluzioni bidimensionali) ci dà un notevole senso di potenza e di capacità. Aumentare di una dimensione (e quindi suggerire una terza soluzione, parametro) non fa altro che portarci sul limite delle  nostre possibilità.

Ragionamento proposto similmente dal matematico ungherese George Polya, ovvero che quanto più numerose sono le dimensioni in cui ci si muove e quindi le possibilità che ci si aprono davanti, tanto maggiore è la probabilità di perdersi e di conseguenza lasciarsi assalire dallo sconforto.

L’assunto quindi è: dobbiamo stare al di sotto del limite delle nostre potenzialità per essere capaci di cavarcela. Ed è questo un fatto, alla fine, naturale. Ricordiamoci di ciò quando saremo in prossimità del postumanismo, quando le dimensioni manipolabili saranno verosimilmente più di tre.

Il libro, lungo la sua storia, è stato accompagnato da quello che oggi chiameremmo un prezioso apparato grafico e illustrativo, combinazione che con modi, scopi e tecnologie diverse è proseguita intrinsecamente fino a epoca piuttosto recente, per essere poi sempre più abbandonata in favore del solo testo. Un’osservazione che prende avvio da questo articolo, che evidenzia come, salvo alcune eccezioni, i romanzi pubblicati al giorno d’oggi siano scevri all’interno di un corredo organico di immagini.

Gettando uno sguardo alla mia libreria e passando in rassegna differenti generi letterari, non posso che concordare. Una tendenza in un certo senso paradossale, se si pensa all’estrema attenzione posta dalle case editrici, soprattutto per motivi di marketing, alla copertina, talora affidata a illustratori di rilievo, oppure alla promozione attraverso locandine accattivanti e booktrailer. Orientamento bizzarro, oltretutto, poiché non è insolito che le strade di scrittori e artisti si incrocino, traendo gli uni ispirazione dagli altri per i propri lavori.

Considerando il panorama italiano, tuttavia, vorrei citare un paio di esempi in controtendenza, che in qualche modo e parzialmente smentiscono questo triste divorzio tra contenuto e figure.

Il primo è relativo allo scrittore di fantascienza Dario Tonani. Sia per Infect@ che per il sequel Toxic@, Tonani ha fornito al lettore una miriade di spunti visivi, attinti dal mondo dei cartoon (in sintonia con il contenuto delle sue storie) e da foto delle location dei romanzi, ambientati Milano, quest’ultime raccolte da lui stesso o da altri appassionati in un gruppo dedicato su Flickr. Ancora più proficua è la partnership creatasi con Franco Brambilla, copertinista ufficiale di Urania e illustratore impareggiabile, il quale, ispirato dalla serie di racconti di Tonani ambientata su MondoNove (che ad oggi annovera quattro ebook, Cardanica, Robredo, Chatarra e Afritania, tutti editi da 40k) ha dato vita a una splendida serie di immagini, creando un legame così stretto e intenso con i testi che oggi entrambi gli aspetti si completano e arricchiscono a vicenda. Idea che l’innovativa 40k ha sfruttato anche per il recente Chicken Little di Cory Doctorow, corredato da due rappresentazioni a firma proprio dello stesso Brambilla.

Altro esempio sono le realizzazioni connettiviste, che si caratterizzano fin dall’origine per la loro tensione verso il multimediale e l’integrazione di generi artistici e mezzi espressivi differenti. Basti pensare alla rivista NeXT, valorizzata da lavori di artisti di primo piano, e alle tre antologie (Supernova Express, Frammenti di una Rosa Quantica, Avanguardie Futuro Oscuro), nelle quali è imprescindibile l’accostamento interno tra tavole, grafica e testi.

A mio parere un libro che nasce o si sviluppa come concept, ovvero che fin dalla prima edizione sia arricchito da una parte grafico-illustrativa, ha enormi potenzialità di comunicazione. Naturalmente, non si tratterebbe di imitare in malo modo il libro illustrato o il fumetto, che hanno peculiarità espressive proprie e ben definite, tanto meno di stordire il lettore con una compagine visiva invadente o sproporzionata. È fondamentale l’equilibrio che fa della fruizione di un testo un momento individuale, raccolto, in cui il singolo dà massimo spazio al pensiero e all’immaginativa. La parte figurativa dovrebbe essere dunque un complemento, uno stimolo ulteriore alla riflessione e al coinvolgimento, capace di suscitare meraviglia.

Dopo tutto, l’idea di rompere la rigida formattazione della pagina stampata per accrescere il potere espressivo della parola ha radici che risalgono alle avanguardie del secolo scorso, si pensi ad esempio ai testi dadaisti o ai Calligrammes di Guillaume Apollinaire. Ingredienti e possibilità che potrebbero diventare molteplici, spaziando tra tutti i media arrivando a includere nel ragionamento il libro digitale. Un simile ritorno al bilanciamento tra testo e immagine, inoltre, potrebbe essere, proprio in vista del diffondersi degli e-book nel campo del largo consumo, la perfetta controparte per evitare la morte del libro cartaceo, che tornerebbe a essere un manufatto d’arte destinato agli appassionati, una realizzazione artigianale in poche copie curata nei dettagli, impreziosito da materiali, tavole originali, ex libris e dediche autografe.

Il 12 novembre 2011 Wu Ming 1 ha inaugurato a Torino, quartiere Mirafiori Sud, il progetto I muri di Mirafiori, iniziativa costruita intorno al suo racconto Volodja, scritto ad hoc e dedicato alla memoria del grande poeta e rivoluzonario Vladimir Vladimirovič Majakovskij. Un racconto notevole, in cui la figura dell’artista si manifesta agli operai torinesi per incitarli alla resistenza, corredato peraltro di una straordinaria poesia modulata sulle frequenze empatiche del futurismo russo.

NeXT, che ha scelto il poeta russo tra le sue fonti di ispirazione e motivazione, ha pubblicato proprio sul suo primo numero regolare un omaggio alla sua memoria. Abbiamo pensato di riproporvelo con qualche modifica rispetto alla prima versione del 2005.

Uomini futuri!
Chi siete?
Eccomi qua,
tutto
dolore e lividi.
A voi io lascio in testamento il frutteto
della mia grande anima.

Sono morto a Mosca, nel tredicesimo anno della Rivoluzione Proletaria. Era un giorno di aprile del 1930. Ah, quanto parevano ormai lontani quei giorni gloriosi, quei giorni di immensa partecipazione collettiva che avevano incoronato la causa della libertà, quando in milioni, forti del nostro numero, da schiavi osammo alzare la testa e volgerci contro i padroni! Ah, che stagione gloriosa del genere umano raggiunse il suo culmine nell’Ottobre del ‘17! Il 14 aprile sembrava ormai trascorsa una vita, quasi l’universo si fosse consumato e spento lentamente e ora languisse in un’agonia entropica, schiacciato sotto il tallone di schiere di uomini artificiali.

Sono morto a Mosca, cittadino di uno stato che non era più il mio. Rodina! Avevo cantato il tuo passaporto, la tua bandiera nobilitata dai simboli del contadino e dell’operaio, la forza della coscienza rinnovata che avrebbe scosso le fondamenta del mondo. Avevo cantato la tua gloria, i tuoi milioni di eroi! Ma l’animo degli uomini è volubile, l’incostanza è una certezza e la mediocrità sempre in agguato. Dopo che i parassiti divorarono le carni del nostro sogno comune, rendendo il tuo corpo – che era stato florido e accogliente – un ammasso di putrida materia in dissoluzione, una seconda ondata di parassiti prese di mira le tue membra inerti. Ero stato tra i tuoi figli più illustri, di certo il più entusiasta e irrequieto: quando le armate della dissoluzione presero d’assalto il Palazzo e misero il Partito sotto chiave nelle sue stanze, fu naturale che il mio nome finisse nell’elenco degli indesiderati. Non ero provvisto dell’apparecchio di dotazione ministeriale per il conio di alcune locuzioni.

Sono morto a Mosca, culla del sogno di uguaglianza e libertà: l’azzurro della primavera fu il sudario che l’occhio amorevole dell’universo predispose per me. Col pensiero, adesso, torno spesso ai giorni trascorsi in giro per il nostro enorme Paese, insieme ai compagni. Avevamo il mondo ai nostri piedi e il futuro era un orizzonte remoto da esplorare. Ripenso alla luna che pende piena nell’aria sopra la Prospettiva Nevskij, come il meraviglioso cucchiaio d’argento di Dio. Ripenso a mia madre e a Ol’ga; Ljudmila, ricordo ancora quando tornasti da Mosca: mi portasti in regalo dalla città un libro di poesie e una copia usata del Capitale. Ripenso al Compagno Lenin, al suo nome tradito, alla nostra bandiera infangata. Ripenso al miraggio del LEF, a Osip Brik. Vogliamo che la parola esploda nel discorso come una mina e urli come il dolore di una ferita e sghignazzi come un urrà di vittoria! Le 3000 finestre per la ROSTA, la stanzetta-barchetta in piazza Serov. Ripenso anche a Lilja, certo, al suo sguardo distaccato, e una tristezza sconfinata mi assale. Poi rivedo la mia blusa gialla da bellimbusto adorna di fiori, i denti curati per lei, le ore trascorse con Osip, e allora sorrido.

Sono morto a Mosca, che il mio sogno era già morto e sepolto da tempo. Un colpo di pistola al cuore ha spento pure il mio sguardo arrogante, e con esso l’ormai flebile candela della vita. Un colpo ha schiantato la mia insopportabile quotidianità. Ma voi, non trovate curioso che il culto dei miei versi ripudiati sprezzati infangati sia sopravvissuto alla dissipazione del poeta?

Come suol dirsi: “l’incidente è chiuso”.
Io e la vita siamo pari.
Inutile fare l’elenco
        delle offese,
        dei dolori,
        dei torti reciproci.
Voi che restate siate felici.

Sono stato un comunista e un poeta e mi sono battuto per la Rivoluzione. Sono stato soprattutto, in quanto tale, debitore dell’universo. E voi, uomini futuri, tenete almeno conto delle mie spese di trasporto: la poesia è un lungo viaggio verso l’ignoto. Vi basta? Magari starete storcendo le labbra in un ghigno sardonico, con gran disprezzo per la materia. Ma voi: potreste mai

suonare un notturno
        su un flauto di grondaie?

Ho pensato che i tempi fossero maturi per un nuovo esperimento, una via di mezzo tra una rivista di critica e un bollettino di attualità, qualcosa che al connettivismo ancora mancava. Con NeXT che nel 2011 è stata meritatamente insignita del Premio Italia per la miglior fanzine di fantascienza dell’anno e Next Station ormai saldamente avviata sul cammino della critica militante, forse mancava uno spazio che fungesse da collettore per le riflessioni, in cui sviluppare il dibattito interno della comunità e allo stesso tempo proporre un’interfaccia interattiva con il resto della rete. Dopo aver tentato la strada del forum e averne verificato la dispersività, la soluzione più ovvia per questi propositi era rappresentata da un blog.

HyperNext nasce allo scopo di fungere da bar ai confini dell’universo. Non è un’emanazione di NeXT né di Next Station, ma rappresenta il terzo vertice di un ideale triangolo: il bollettino connettivista su carta, il web magazine di approfondimento dedicato ai generi e il blog per confrontarsi giorno per giorno su argomenti d’interesse più o meno specifico. Una nuova dimensione, più dinamica, fluida, informale. Appunto come un bar, in cui incontrare degli amici, conoscerne di nuovi e scambiare quattro chiacchiere sorseggiando le birre e i rhum migliori di questo tratto della spiaggia virtuale.

I baristi che troverete dietro il bancone saranno Sandro Zoon Battisti, Francesca Oedipa Drake Fuochi, Fernando BHS Fazzari e Umberto 2×0 Pace, oltre naturalmente al sottoscritto. Ognuno di noi continuerà a essere raggiungibile presso il rispettivo domicilio web personale, ma abbiamo voluto sviluppare insieme questo progetto per offrire un centro di gravità facilmente riconoscibile alla nebulosa connettivista in rete. Insieme a voi ci sforzeremo di organizzare giorno per giorno un discorso sul presente e sul futuro, intercettando i segnali emessi dalla realtà esterna, coordinando i rivoli di riflessioni sparse in un flusso speculativo ed estrapolativo non occasionale. Nei prossimi giorni questo approccio risulterà più chiaro attraverso i primi post che avrete modo di leggere e che saranno articolati in 5 principali categorie:

  • Immaginario: dedicata a letteratura, arte, musica, cinema, fumetti e multimedialità.
  • Reality Studio: attualità, società, politica in senso lato.
  • Scienze & Tecnologie: incentrata su argomenti di carattere scientifico o attinenti al progresso tecnologico.
  • Economia: un affilato reportage sul mondo dell’organizzazione aziendale, in tempi in cui il lavoratore è sempre più un simulacro, ridotto a formica elettrica, al servizio di uno strano potere…
  • Connettivismo: scritture, segnalazioni legate al movimento, ma soprattutto riflessioni incrociate sullo stato dell’arte e sul suo futuro, per capire dove ci stiamo muovendo.

In ciascuno dei nostri articoli cercheremo di proporre sempre un punto di vista chiaro e ben identificabile, che non avrà alcuna pretesa di essere riconosciuto come canonico, ma rispecchierà sempre in maniera onesta e trasparente le posizioni personali dell’autore. Siccome crediamo che la molteplicità di angolazioni su un tema generi arricchimento, lo spazio dei commenti sarà la sede ideale per contrapporre prospettive diverse. La discussione e il confronto, in termini civili, argomentati, competenti, saranno i pilastri di HyperNext.

Benvenuti a bordo!

Giovanni De Matteo