China Miéville in pochi anni è diventato uno degli scrittori imprescindibili della narrativa fantastica, dimostrando un’eccezionale abilità narrativa, risolutezza ed effervescenza di idee e di immaginazione, nonché capacità di intessere storie avvincenti e inedite. Embassytown, pubblicato nel 2011, ne è una straordinaria riconferma.

Premetto che la mia opinione è indubbiamente di parte, poiché il romanzo è incentrato su una tematica che mi affascina moltissimo in tutte le sue variegate declinazioni, ovvero il linguaggioEmbassytown, infatti, poggia su un solido sostrato speculativo, che non si traduce in pesanti digressioni meramente teoriche, bensì si fonde con trama e descrizioni per dar vita a un’immersione narrativo-sensoriale-filosofica.

Lo stile caratteristico di questo libro potrebbe essere una delusione o noioso per chi preferisce costruzioni essenzialmente incentrate sul susseguirsi di azione, climax e avvenimenti. Per affrontare Embassytown e gustarlo appieno bisogna lasciarsi avvolgere dal romanzo stesso, dalle impressioni, a volte distinte altre sfocate, che suggerisce.

La storia è narrata direttamente dalla protagonista, Avice Benner Cho, attraverso il suo peculiare punto di vista, filtrato dalla sua percezione e dalle sue emozioni, e dal ricordo degli eventi passati. È spiazzante, soprattutto all’inizio: ci si ritrova in una realtà altra, senza punti di riferimento o dettagli grazie ai quali ricostruire questo mondo intrigante ma sconosciuto, che si svela soltanto nello svolgersi della storia. La complessità – e bellezza – del romanzo non è dovuta solamente a questo aspetto – una vaghezza studiata e cesellata – ma soprattutto allo stile e alle scelte linguistiche, talora ardite, arricchite da termini presi da altre lingue o costrutti inediti o particolari. È un romanzo che non tende a spiegare minuziosamente, che non si profonde in passi retorici, ma mira a coinvolgere in maniera appassionata e magnetizzante, per far riflettere e trasmettere il proprio messaggio proprio grazie ad un forte coinvolgimento empatico, emotivo e figurativo.

La storia si svolge su un pianeta alieno, ove si è stabilita una colonia di esseri umani che convivono in base a delicati equilibri con la specie aliena degli Ariekei, chiamati anche Hosts. Gli Ariekei sono affatto singolari ed estremamente affascinanti: una sorta di ibrido, con sottili e ampie ali e due bocche. La loro peculiarità – un elemento vitale, sacro oserei dire – è il linguaggio, che emettono dalle due bocche distinte, pronunciando ogni parola simultaneamente a due voci, senza alcuna distinzione tra fonia e significato, soprattutto senza mai poter mentire – poiché la loro lingua può riferirsi soltanto a cose reali ed esistenti. Gli esseri umani, abitanti di Embassytown, per poter comunicare e relazionarsi con gli Ariekei, hanno creato, in seguito a manipolazioni genetiche e alla biotecnologia, gli Ambassadors, gli Ambasciatori, individui di spicco, uniti in coppia, Rappresentanti degli umani stessi. Talvolta gli Ariekei, consci della difficoltà di comunicare e comprendere concetti ed idee a loro estranei, utilizzano dei soggetti umani particolarmente predisposti, che fungono da sorta di tramite di quanto inesprimibile altrimenti. Tra costoro c’è anche Avice, che oltre ad essere una immerser – ossia capace di fluttuare, navigare e orientarsi nella parte più sconosciuta dello spazio, l’immer – è stata scelta anche per essere una simile.

“Before the humans came, we didn’t speak so much of many things. Before the humans came, we didn’t speak”. Questa è una esemplificazione della forza dirompente di Embassytown, del saper discorrere attraverso una storia accattivante della fragilità e della doppiezza del linguaggio, del suo significato e del suo senso stesso di esistere, sulla sua enigmaticità ontologica, il suo essere punto di riferimento, di vicinanza ma anche di diversità tra civiltà differenti, del suo legame così ambiguo con la realtà esistente e con l’immaginazione. In un certo senso, questa considerazione si potrebbe tradurre come una riflessione sulla narrativa fantastica stessa, in tutte le sue ramificazioni: come e quale linguaggio può utilizzare una storia che narra qualcosa che non esiste? Raccontando l’immaginario, il linguaggio rende reale ciò che non è oppure è soltanto un susseguirsi di inganni? Queste e altre speculazioni possibili sono infinite e tutte meravigliose, così intrinsecamente connaturate all’esistenza stessa, così disorientanti perché spogliano l’uomo di alcune certezze basilari – l’esistenza di ciò che è a cui egli dà nome.

Se la tematica richiama Babel-17 di Samuel R. Delany, Embassytown si colloca decisamente su un altro livello, è molto più profondo, sofferto, sottende un dramma esistenziale-filosofico ben più forte. Un palpito simile, soprattutto nell’intima, tormentata e delicata contrapposizione tra l’uguale e il diverso (uomo/alieno), mi ricorda maggiormente alcune straordinarie pagine di Ursula K. Le Guin; così come alcune riflessioni sul legame ontologico tra linguaggio e realtà non ha potuto non richiamarmi lo straordinario dibattito interno alla poesia italiana del Novecento.

Un romanzo, quindi, che assorbe completamente, affascina, dai tratti talora così intimi quanto in altri passi quasi epici, che, nonostante non sia impeccabile, personalmente credo si possa annoverare non solo come alto esempio di narrativa fantastica, ma osare classificare come letteratura.

Jamie Todd Rubin è uno scrittore di fantascienza e blogger. Le sue storie sono apparse su diverse riviste specializzate, tra le quali Analog e Apex Magazine; scrive inoltre per la rubrica Wayward Time Traveler su SF Signal e fa parte della  Science Fiction and Fantasy Writers of America. Il suo nome ha iniziato a circolare in Italia solo di recente, grazie alla pubblicazione da parte della casa editrice 40k di In the cloud e If by reason of strenght, quest’ultimo tradotto anche in italiano con il titolo Se per ragioni di forza.

La protagonista di In the cloud è Manyara Chan, afflitta da una malattia degenerativa a una gamba, ormai in inevitabile recrudescenza soprattutto per gli effetti collaterali dovuti ai farmaci, motivo per il quale si vede costretta a migrare nella nuvola, ovvero ad effettuare una sorta di mind uploading, trasferire una copia del proprio io, della mente cosciente, in un corpo e in un mondo ricostruito digitalmente, una realtà cloud based.

Mani, tuttavia, a differenza della maggior parte delle persone, non è mai stata completamente convinta della schiettezza di questa operazione e proprio a pochi giorni dal suo passaggio, si profonde in un estremo tentativo di dimostrare che quell’apparente paradiso, quella panacea alla malattia e alla morte, non è ciò che sembra e che si è voluto far credere da anni e anni: la città dei Costruttori secondo Mani nasconde una falla o qualcosa di poco chiaro che persino i suoi architetti alieni potrebbero aver individuato e trascurato, anzi, forse proprio qualcosa da tenere intenzionalmente nascosto per scopi ben precisi, mistero che Mani è più che mai pronta a smascherare, grazie anche all’aiuto di due amici fidati.

A causa di una sosta imprevista nei pressi della luna Phobos, in una situazione cruciale che potrebbe farle rischiare la vita, Mani riesce a trovare alcune risposte, sfortunatamente ormai troppo tardi.

Una storia breve ma incisiva, corroborata da momenti di vera suspense e imperniata su interrogativi cardinali.

Rubin, difatti, mette in campo uno dei desideri atavici e più ambigui dell’uomo, quello dell’immortalità, che nel racconto si è attuata grazie alla possibilità di vivere al di fuori dei vincoli del corpo in una specie di mondo virtuale. Se così l’umanità è riuscita ad eludere morte e malattia, sono sottese le domande su quale sia allora il significato della morte e se la sua ineluttabilità non dia invece maggior senso alla vita stessa, sul significato profondo di cosa sarebbero l’uomo e l’esistenza in una sorta di eden artificiale, imperituro, immutabile e allo stesso tempo costruito e gestito da altri.

 Il libro ha una conclusione inattesa, un po’ agrodolce, che lascia aperti questi interrogativi, ai quali forse non cerca tanto di dare risposta, ma piuttosto di suscitarli e farci riflettere, come la buona fantascienza sa fare.

Il libro, lungo la sua storia, è stato accompagnato da quello che oggi chiameremmo un prezioso apparato grafico e illustrativo, combinazione che con modi, scopi e tecnologie diverse è proseguita intrinsecamente fino a epoca piuttosto recente, per essere poi sempre più abbandonata in favore del solo testo. Un’osservazione che prende avvio da questo articolo, che evidenzia come, salvo alcune eccezioni, i romanzi pubblicati al giorno d’oggi siano scevri all’interno di un corredo organico di immagini.

Gettando uno sguardo alla mia libreria e passando in rassegna differenti generi letterari, non posso che concordare. Una tendenza in un certo senso paradossale, se si pensa all’estrema attenzione posta dalle case editrici, soprattutto per motivi di marketing, alla copertina, talora affidata a illustratori di rilievo, oppure alla promozione attraverso locandine accattivanti e booktrailer. Orientamento bizzarro, oltretutto, poiché non è insolito che le strade di scrittori e artisti si incrocino, traendo gli uni ispirazione dagli altri per i propri lavori.

Considerando il panorama italiano, tuttavia, vorrei citare un paio di esempi in controtendenza, che in qualche modo e parzialmente smentiscono questo triste divorzio tra contenuto e figure.

Il primo è relativo allo scrittore di fantascienza Dario Tonani. Sia per Infect@ che per il sequel Toxic@, Tonani ha fornito al lettore una miriade di spunti visivi, attinti dal mondo dei cartoon (in sintonia con il contenuto delle sue storie) e da foto delle location dei romanzi, ambientati Milano, quest’ultime raccolte da lui stesso o da altri appassionati in un gruppo dedicato su Flickr. Ancora più proficua è la partnership creatasi con Franco Brambilla, copertinista ufficiale di Urania e illustratore impareggiabile, il quale, ispirato dalla serie di racconti di Tonani ambientata su MondoNove (che ad oggi annovera quattro ebook, Cardanica, Robredo, Chatarra e Afritania, tutti editi da 40k) ha dato vita a una splendida serie di immagini, creando un legame così stretto e intenso con i testi che oggi entrambi gli aspetti si completano e arricchiscono a vicenda. Idea che l’innovativa 40k ha sfruttato anche per il recente Chicken Little di Cory Doctorow, corredato da due rappresentazioni a firma proprio dello stesso Brambilla.

Altro esempio sono le realizzazioni connettiviste, che si caratterizzano fin dall’origine per la loro tensione verso il multimediale e l’integrazione di generi artistici e mezzi espressivi differenti. Basti pensare alla rivista NeXT, valorizzata da lavori di artisti di primo piano, e alle tre antologie (Supernova Express, Frammenti di una Rosa Quantica, Avanguardie Futuro Oscuro), nelle quali è imprescindibile l’accostamento interno tra tavole, grafica e testi.

A mio parere un libro che nasce o si sviluppa come concept, ovvero che fin dalla prima edizione sia arricchito da una parte grafico-illustrativa, ha enormi potenzialità di comunicazione. Naturalmente, non si tratterebbe di imitare in malo modo il libro illustrato o il fumetto, che hanno peculiarità espressive proprie e ben definite, tanto meno di stordire il lettore con una compagine visiva invadente o sproporzionata. È fondamentale l’equilibrio che fa della fruizione di un testo un momento individuale, raccolto, in cui il singolo dà massimo spazio al pensiero e all’immaginativa. La parte figurativa dovrebbe essere dunque un complemento, uno stimolo ulteriore alla riflessione e al coinvolgimento, capace di suscitare meraviglia.

Dopo tutto, l’idea di rompere la rigida formattazione della pagina stampata per accrescere il potere espressivo della parola ha radici che risalgono alle avanguardie del secolo scorso, si pensi ad esempio ai testi dadaisti o ai Calligrammes di Guillaume Apollinaire. Ingredienti e possibilità che potrebbero diventare molteplici, spaziando tra tutti i media arrivando a includere nel ragionamento il libro digitale. Un simile ritorno al bilanciamento tra testo e immagine, inoltre, potrebbe essere, proprio in vista del diffondersi degli e-book nel campo del largo consumo, la perfetta controparte per evitare la morte del libro cartaceo, che tornerebbe a essere un manufatto d’arte destinato agli appassionati, una realizzazione artigianale in poche copie curata nei dettagli, impreziosito da materiali, tavole originali, ex libris e dediche autografe.

Anne McCaffrey

“Improvvisamente mi chiesi: che cosa succederebbe se i draghi fossero buoni?” (A. McCaffrey)

Prima parteSeconda parte

The Dragonriders of Pern è l’opera più nota di Anne McCaffrey.
Le storie sono ambientate sul pianeta Pern, facente parte del sistema di Rukbat, sul quale i terrestri si sono stabiliti da migliaia di anni, tanto da dimenticare le proprie origini di colonizzatori giunti dalla Terra attraverso lo spazio e l’avanzatissima tecnologia che avevano a disposizione.
La più grande minaccia per Pern sono i fili (thread), che cadono dal cielo bruciando e devastando ogni cosa e causati dal ciclico ripresentarsi della Stella Rossa. Per combatterli gli abitanti hanno da tempi remoti sviluppato una particolare simbiosi e telepatia con i draghi, il cui ardente respiro riesce a sconfiggere i fili.

L’organizzazione sociale che i colonizzatori terrestri hanno cercato di costruire presenta alcune caratteristiche simili al feudalesimo; è inoltre fortemente stabile e improntata all’utopismo, volendo rappresentare una compagine ideale destinata a evitare la violenza e l’eccesso dei propri antenati e al contempo garantire equamente il benessere e la giustizia. Una simile struttura richiedeva una notevole concentrazione di risorse socio-economico e un sistema altamente efficiente e ben gestito – che nella prima epoca era amministrato da diversi Weyr perfettamente organizzati.
Un idillio, in un primo momento, che dopo secoli di insediamenti umani è man mano degenerato, tanto che alcune zone decaddero completamente oppure furono soggette al dispotismo − quasi a sottolineare amaramente come sia facile per l’uomo ripetere i suoi stessi errori.
Le problematiche socio-economiche che col tempo sono venute a crearsi, le insidie sempre più imprevedibili e devastanti dei fili, rendono consapevoli i personaggi principali della necessità di rivedere e rinnovare l’intero sistema, trovare soluzioni nuove maggiormente integrate con l’ambiente, valorizzare le risorse e trovarne di alternative, impiegare nuove tecnologie, recuperare la cultura e le conoscenze dei progenitori ormai perdute.
Tematiche importanti, quindi, che si accompagnano al profondo valore attribuito alla democrazia, alla lealtà, al rispetto per tutte le creature viventi, sorrette da un solido impianto scientifico e speculativo; viene sottolineato, inoltre, come in alcuni momenti storici sia inevitabile la spaccatura tra tradizionalismo e modernismo, il necessario impulso verso il cambiamento, desiderato quanto temuto.

Romanzi e racconti non si susseguono in ordine cronologico, bensì singolarmente o a piccoli  gruppi raccontano uno spaccato della storia di Pern: ciò perché il vero nucleo della narrazione è proprio questo pianeta e il suo ecosistema, la storia e i misteri che porta con sé dall’arrivo fortunoso dei primi umani; non è solo una cronaca di vicende, ma la capacità di far vivere un universo altro.

Il successo strepitoso di questa saga, amata da fan vecchi e nuovi, è testimoniato anche dai numerosi siti ad essa dedicati, dalla fan art ispirata a personaggi e scenari, dalla pubblicazione di The Masterharper of Pern, cd con musiche di Mike Freeman e Tania Opland e supervisionato dalla stessa McCaffrey, dal fatto che alcune storie di The Dragonriders of Pern potrebbero arrivare persino nelle sale cinematografiche già il prossimo anno.
Non da ultimo, una delle migliori scrittrici fantasy odierne, Robin Hobb, ha dichiarato ufficialmente il ruolo fondamentale che ha avuto la McCaffrey nell’ispirazione delle sue storie.

Particolare menzione merita un altro libro, The Ship Who Sang, l’opera preferita dalla scrittrice stessa e dedicata “alla memoria del colonnello, mio padre, Herbert George McCaffrey, soldato patriota cittadino per il quale ha cantato prima nave”.
La protagonista è Helva, una brainship, ossia un cyborg molto particolare, un cervello umano incapsulato in una navicella spaziale ad altissima tecnologia.
Ambientato nel futuro e nella Federation of Sentient Planets, i genitori di bambini con gravi disabilità fisiche, ma dall’intelletto integro e particolarmente dotato, possono permettere loro, invece di essere sottoposti ad eutanasia, di sopravvivere come cervelli chiusi in un guscio di titanio munito di collegamenti informatici e nervi sensoriali legati a un computer, e istruiti per diverse professioni. Alcuni, i migliori, sono impiegati come brainship in grado di operare in modo indipendente, benché di solito accompagnati da una persona (brawn) che viaggia sulla nave quale pilota/equipaggio con specifiche missioni interplanetarie da compiere.

Anne McCaffrey è una grande intessitrice di storie di affascinanti universi remoti, avventure dalle quali lasciarsi assorbire completamente, traboccanti del mitico sense of wonder, benché mai affatto avulse dalla realtà, poiché lasciano filtrare le problematiche del suo tempo e preoccupazioni per il futuro.
È dotata, inoltre, di una straordinaria profondità nell’affrontare i sentimenti e la complessità dei personaggi, riesce a fondere mirabilmente, in modo intenso e acuto, narrazione ed emozioni: immaginazione e passioni, scenari fantastici e protagonisti sono un tutt’uno, straordinariamente vivi e coinvolgenti.
I mondi della McCaffrey mostrano come la fantasia, sostrato fondamentale a cui la scrittrice attinge copiosamente, e il fantastico permettano di esplorare realtà alternative, abbiano la potenzialità di mettere di fronte a storie nelle quali qualcosa di inaccettabile possa diventare ordinario, costringendoci a seguire percorsi di riflessione che permettono di osservare la realtà in maniera più critica, ma anche di immaginarla – o costruirla – più stupefacente.

Anne McCaffrey

Prima parte

Tutta l’opera di Anne McCaffrey risente fortemente della sua personalità, dell’orientamento che ha sempre coraggiosamente cercato di imprimere alla propria vita e degli ideali che ha riversato nelle sue storie, certa che fossero un mezzo per condividere valori e considerazioni con più persone possibile.

La sua formazione fu influenzata dallo studio delle lingue straniere, della letteratura, della storia, della mitologia, e dalla sua passione per il teatro e la musica.
Fondamentali furono le sue letture: dopo le avventure di Rudyard Kipling, fu conquistata dal genere fantastico grazie alle storie di Abraham Merritt, di Edgar Rice Burroughs, soprattutto la serie di John Carter, al romanzo utopico Islandia di Austin Tappan Wright, a Rupert of Hentzau e The Prisoner of Zenda di Anthony Hope, fino alla grande stagione d’oro della fantascienza, a partire dagli anni Cinquanta, che la già adulta Anne amò visceralmente tanto da ardire a scriverne anche lei stessa.
In questo fu una delle pioniere del tempo: essere, tra la fine degli anni ’50 e primi anni ’60, una donna che desidera affermarsi in un genere che contava lettori e autori prevalentemente maschili, per lo più contraddistinti da atteggiamenti reazionari e diffidenti verso le scrittrici di fantascienza e la loro produzione, soprattutto se le protagoniste erano eroine, donne emancipate e fuori dai canoni rispetto alla mentalità del tempo. Per essere credibile e accettata era necessario dimostrare di scrivere in maniera valida e di argomenti tali da convincere e attirare il pubblico più scettico e  i colleghi scrittori, che si dimostravano particolarmente inflessibili e critici.

Per Anne fu una sfida di cui non aver timore e che vinse brillantemente.
Cresciuta come una giovane ragazza sensibile e intelligente i cui principali amici erano i libri, aveva presto imparato a scontrarsi con un mondo duro che rifiutava idee diverse, a essere orgogliosa di avere una propria personalità indipendente, ad avere coraggio sufficiente per seguire la propria strada interiore (si ricordi in quali anni visse la propria giovinezza).
“Si impara a essere non conformi, − disse la scrittrice − a evitare le etichette. Ma non è facile! Eppure ci si accorge quante risorse interiori possiedano proprio coloro che hanno avuto sempre la forza di essere al di fuori della mentalità del gregge. Così la mente impara la libertà di pensiero e a comprendere il potere della fantasia.”
Questo suo modo di essere è rivelato in A life with Dragons, la sua biografia ufficiale uscita nel 2007 a cura di Robin Roberts, in cui è delineata la figura affascinante e complessa di questa donna che ha creato i suoi mondi immaginifici attingendo a piene mani dalle esperienze della propria vita, che ha rifiutato di chiudersi nei ruoli sociali tradizionali; una giovane madre che ha voluto dedicarsi anche alla scrittura, un’americana che se n’è andata dal proprio paese sola con due figli, un’amante degli animali che sognava mondi ove convivessero in perfetta armonia uomo e natura, una moglie intrappolata in un matrimonio infelice a cui ha avuto il coraggio di sottrarsi nonostante lo scalpore; una scrittrice che ha sempre amato i propri fan, di una gentilezza squisita verso chiunque, sempre pronta a una parola di incoraggiamento e stima verso i colleghi, troppo modesta per ammettere che i suoi libri erano diventati dei classici.
Questa autonomia di pensiero e autodeterminazione si percepisce fin dalle prime opere pubblicate, nelle quali alle donne in primo piano viene rifiutato il ruolo classico e marginale, per diventare protagoniste perspicaci e indipendenti, capaci di risolvere le situazioni da sole, rifiutando la tipica impostazione che voleva soprattutto eroi maschili e conflitti uomo-mostro.
La McCaffrey è stata molto apprezzata per la sua capacità di raccontare l’universale e trasmettere contenuti di valore oltre i limiti della narrativa di genere, utilizzando ampiamente l’apporto del mito e al contempo sovvertendo le regole delle leggende tradizionali, riconoscendo o ignorando le convenzioni.

Non si possono non ricordare altre due grandi scrittrici e antesignane della narrativa fantastica dell’epoca, Marion Zimmer Bradley, in particolare il suo ciclo fantascientifico di Darkover, e la grandissima Ursula K. Le Guin.
È singolare notare che i romanzi della Le Guin della pentalogia di Earthsea uscirono all’incirca negli stessi anni dei primi romanzi di The Dragonriders of Pern: in entrambe le saghe viene cambiata radicalmente la visione classica del drago presente fino ad allora nella narrativa fantastica, per renderlo un animale dalla valenza positiva, antico, saggio, depositario di infinita conoscenza.

Terza parte

Giunsero come una pestilenza sospinta dai venti galattici.
Nessuno sapeva da dove venivano, nessuno sapeva dove stavano andando, nessuno sapeva neppure per certo se fossero umani. […]
Avevano molti nomi: alcuni se li erano inventati loro, altri no. Quello che aveva fatto presa era Zingari delle Stelle.
Il mio compito era scovarli. Naturalmente, nessuno mi aveva detto come mi sarei dovuto comportare quando li avessi presi, perché di solito non infrangevano nessuna legge. Cuori, sì; sogni, senz’altro. Ma leggi?

Mike Resnick è un noto e prolifico scrittore americano di fantascienza, che ha al suo attivo circa duecento racconti e più di cinquanta romanzi, oltre ad aver vinto ben cinque premi Hugo e un Premio Nebula. Profondo conoscitore di favole e leggende, spesso trae spunto da questi archetipi per la trama e i personaggi delle sue opere, caratterizzate da un altro elemento immancabile, un sottile e brillante umorismo.

Ricordi (Keepsakes, edito sia in italiano che in inglese da 40k) ha per protagonista Gabriel Mola, veterano e solerte investigatore sulle tracce degli misteriosi Zingari delle Stelle, una razza aliena che minaccia la tranquillità della Repubblica, benché in modo assai inconsueto. Queste creature non intendono conquistare la Terra né tramano fini bellicosi, bensì compaiono all’improvviso alle persone in difficoltà, promettendo il proprio aiuto a risolvere pressoché ogni dilemma e problema e chiedendo in cambio… “In effetti commerciavano in sofferenza”, scrive l’autore.
Insieme al nuovo assistente, Jebediah Burke, che si rivelerà fondamentale grazie al suo approccio inedito all’indagine, Gabe dovrà non solo cercare di far cessare le incursioni degli Zingari, ma comprendere chi siano veramente e quale sia lo scopo, la logica che muove il loro agire.

Un breve romanzo molto interessante, dalla trama suggestiva, con personaggi singolari; una storia toccante che sa far sorridere ma anche riflettere. Ben riuscita la contrapposizione tra i due investigatori, ciascuno portavoce di differenti modi di considerare il tema dell’altro, l’alieno, che rispecchiano idealmente il contrasto tra un orientamento più tollerante e comprensivo, quasi antropologico, rispetto a una posizione più intransigente e rigorosa.

In questa antinomia prorompe una terza voce, quella degli Zingari delle Stelle, che si rifiutano di essere considerati dei nemici, ostili agli esseri umani, men che meno dei ladri. Tale confronto tra più punti di vista aiuta il lettore a comprendere quanto sia complesso dare un giudizio definitivo a priori su un comportamento, soprattutto se fuori dai canoni tradizionali, senza cercare di investigarne e capirne le intime ragioni. Una questione che rispecchia anche un problema sociale odierno e suggerisce l’importanza di un ascolto proattivo dell’altro, senza essere accecati dai pregiudizi o dall’ottusità delle consuetudini; un tema che altresì potrebbe essere sintetizzato in uno spinoso interrogativo che tanto è stato presente in letteratura, fin dall’antichità: è più importante l’etica o la legge?

Resnick si focalizza inoltre su un altro argomento, quello del ricordo, rimarcando il senso e il valore delle memorie e dell’esperienza, patrimonio essenziale di ciascun individuo, e riflettendo parallelamente su come la perdita della capacità di provare e custodire emozioni, in tutto in loro spettro, possa mettere in pericolo la nostra umanità stessa, rischiando di non essere più in grado di interagire empaticamente con l’altro, ridurci a vacue larve deprivate di ciò che dà senso all’esistere. Inevitabile menzionare in tale frangente il film di Michel Gondry Eternal Sunshine of the Spotless Mind (titolo infelicemente tradotto in italiano con Se mi lasci ti cancello), che investiga in maniera simile il significato e l’importanza del sentire e del ricordo, ma anche la loro profonda ambivalenza in senso assoluto e nei rapporti interpersonali.

Un libro, quindi, denso e ben riuscito, avvincente come una detective story e ricco di un’ironia che sa alleggerire e rendere intrigante la lettura e tematiche di per sé non lievi.

Anne McCaffrey

Ci sono mondi che una volta spento l’e-reader (o dopo aver chiuso il libro, come si diceva una volta) rimangono talmente impressi da far percepire una velata nostalgia verso una realtà altra che è riuscita a coinvolgere in maniera assoluta, a trasportare davvero altrove.
Una scrittrice capace di tale incantesimo è Anne McCaffrey, purtroppo mancata alla fine dello scorso anno e considerata una delle maggiori scrittrici di fantascienza: nel corso dei suoi 46 anni di carriera ha vinto il Premio Hugo e il Premio Nebula, il suo The White Dragon è stato uno dei primi romanzi di fantascienza ad entrare nella classifica dei bestseller del New York Times, le è stato conferito il titolo di Grand Master of Science Fiction nel 2005 e il suo nome è stato iscritto nella Science Fiction Hall of Fame nel 2006.
A livello internazionale sono state innumerevoli le testimonianze di stima e cordoglio e gli articoli commemorativi al momento della scomparsa, sia da parte di scrittori, editori, giornalisti, che di amici e fan. Pressoché sconosciuta e dimenticata in Italia, quasi nessuno l’ha rammentata se non con formali e sintetici trafiletti di circostanza.
Per questo motivo, ci tenevo a ricordarla almeno con una nota bio-bibliografica, sperando che solletichi in qualcuno il desiderio di avventurarsi nelle sue storie.

Anne Inez McCaffrey nacque nel Massachusetts il 1° aprile 1926; suo padre era un colonnello dell’esercito in pensione e sua madre era agente immobiliare. Nonostante i numerosi trasferimenti della famiglia in stati diversi, la giovane Anne si laureò brillantemente in Lingue e letterature slave, e in seguito provò ad impiegarsi nel teatro, sia come attrice che regista, e studiò canto per nove anni, passioni che si rifletteranno in maniera ricorrente in molti dei suoi romanzi.
Pur avendo iniziato a scrivere fin dai giorni della scuola, le sue prime storie pubblicate sono state Freedom of the Race, relativa a donne incinta di creature aliene, su Science-Fiction Plus nel 1953, e The Lady in the Tower su The Magazine of Fantasy and Science Fiction nel 1959; prove forse ancora un po’ acerbe ma che rivelano tanto le sue potenzialità narrative che la passione per il fantastico, il fantascientifico in particolare, e alcune tematiche peculiari della sua produzione.
Grazie anche al sostegno dei suoi editori e della sua agente, Virginia Kidd, si dedicò sempre più sistematicamente alla scrittura.

Ad inizio anni Sessanta iniziò a lavorare ai cinque racconti, stesi tra il ’61 e il ’69, che compongono The Ship Who Sang, la cui prima edizione originale è del 1969.

Il vero successo che cominciò a farla conoscere tra lettori e addetti ai lavori del mondo della fiction giunse nel 1967, allorché il suo Weyr Search fu pubblicato sulla rivista Analog Science Fiction and Fact, allora diretta da John W. Campbell, racconto grazie al quale vinse nel 1968 il Premio Hugo, prima scrittrice donna a ricevere questo prestigioso premio. Sulla medesima rivista, tra dicembre ’67 e gennaio ’68, fu pubblicata la novella successiva, Dragonrider, che valse all’autrice nel 1969 un altro autorevole riconoscimento, il Premio Nebula.
Benché nati come esperienze a sé, esortata dal suo editore a dare un seguito di maggior respiro alla storia, questi due racconti costituirono la prima parte di Dragonflight, romanzo pubblicato nel 1968 che costituisce il primo libro della sua saga più celebre, The Dragonriders of Pern, che consta di decine tra romanzi e racconti, i più recenti scritti insieme al figlio Todd.

Già nel 1967, tuttavia, era apparso il suo primo romanzo di fantascienza, Restoree, storia di una giovane rapita da alieni che si nutrono di cane umana.
Nel 1969 uscì Decision at Doona, primo di una trilogia completata soltanto negli anni Novanta insieme a Jody Lynn Nye, in cui per la prima volta viene nominata la Federation of Sentient Planets, scenografia e idea che torneranno e verranno citate in tante sue opere fantascientifiche, in riferimento all’organizzazione politico-sociale che si sarebbero dati nel futuro pianeti appartenenti anche a universi differenti.

Poco dopo il divorzio, nel 1970 Anne si trasferì in Irlanda e dovette affrontare alcuni anni difficili dal punto di vista personale, familiare ed economico – per problemi finanziari fu costretta a cambiare spesso casa e città e ad attingere a fondi di beneficenza –, situazione che pesò anche sulla scrittura, che attraversò una fase di stallo.
Dopo essere riuscita a concludere e a far uscire entro il 1971 Dragonquest, soltanto nel 1978 vide la luce The White Dragon, entrambi appartenenti alla saga di Pern.
The White Dragon fu il romanzo che definitivamente la consacrò al successo, vendendo da subito un cospicuo numero di copie ed entrando a quasi dieci anni di distanza nella classifica della rivista Locus dei 33 migliori romanzi fantastici.

Grazie alla notorietà acquisita, le venne richiesto di comporre qualcosa anche per il mercato degli young adult: nacquero così le prime storie che confluirono in The Crystal Singer, primo della trilogia di The Crystal Universe, e i tre romanzi della cosiddetta The Masterharper of Pern, sempre ambientata nel mondo omonimo e che inaugurò la fattiva collaborazione con la casa editrice Atheneum Books.

Gli introiti provenienti dalle ultime pubblicazioni le permisero di acquistare la sua Dragonhold, una tenuta nella contea di Wicklow così chiamata in onore dei suoi amati draghi che le diedero la possibilità di coronare tale sogno, ove visse da allora dedicandosi principalmente alla scrittura e all’allevamento di cavalli, rispondendo alle numerose lettere dei fan e degli amici, partecipando a convention e presentazioni.
Raccogliendo e rielaborando racconti già scritti, dedicandosi a narrazioni nuove da sola o insieme ad altri autori e al figlio Todd, da allora la McCaffrey proseguì a raccontare storie legate al ciclo di Pern e a scrivere altre saghe e libri − ad esempio, per citarne una minima parte, la serie di Ireta, i due cicli che compongono The Talents Universe, che ruota attorno a individui che hanno sviluppato capacità telepatiche e telecinetiche destinati a divenire parte integrante del sistema di connessione di una società interstellare, la saga di Acorna scritta principalmente con Elizabeth Ann Scarborough.

Anne McCaffrey è mancata il 21 novembre 2011 all’età di 85 anni.

Seconda parte