Apprendere nuove nozioni e abilità come i personaggi di Matrix, tramite un computer collegato direttamente ai centri neurali: quello che nella trilogia dei fratelli Wachowski era una trovata fantascientifica, secondo gli scienziati dell’Università di Boston e della giapponese ATR Computational Neuroscience Laboratories potrebbe diventare un giorno realtà.
Il metodo già utilizzato dai ricercatori di Berkeley, che grazie alla risonanza magnetica funzionale (fMRI) sarebbero in grado di estrarre i sogni dalla mente delle persone, è stato adattato dal team nippo-americano per generare modelli e schemi specifici tali da imprimere competenze tramite un apprendimento automatico percettivo-visivo.

Per quanto accattivante l’idea di poter imparare qualunque cosa si desideri solo collegandosi brevemente a un computer – brama di onniscienza di faustiana memoria! − credo sia una possibilità da esaminare in maniera più attenta.

Questa nuova tecnologia permetterebbe il trasferimento di un enorme flusso di nozioni, sotto forma di informazioni standardizzate nel nostro cervello. Informazioni, appunto, concetto ben distinto dalla conoscenza: le prime sono dati di fatto assoluti, neutrali (a meno che non manipolati intenzionalmente), mentre la seconda è l’assimilazione critica del sapere, che permette di rendere vivi i suddetti dati, interconnetterli tra loro e con l’esperienza personale, proporre soluzioni originali – sia che si tratti di conoscenze intellettuali o pratiche – e diventare cultura.
Un mero travaso di nozioni ci farebbe ripetere uno schema prefissato da altri, un comportamento codificato, che non sapremmo riconoscere se valido, fallibile, né soprattutto modificare e arricchire con le nostre peculiari facoltà e punti di vista. Un approccio rischioso, poiché condurrebbe a considerare attendibile indiscriminatamente qualunque paradigma teorico o pratico ci venisse proposto o, addirittura, a innestarsi modelli e concetti predeterminati da altri, anche con dubbie finalità quali la manipolazione intenzionale del pensiero e dell’agire.
Il fattore discriminante può essere la capacità di giudizio critico, che purtroppo negli ultimi anni sta scemando progressivamente.
Paradossalmente, si è andata riducendo proprio quando più necessaria: oggi, grazie a Internet e tutti gli altri media, siamo infatti sommersi da una mole di informazioni potenzialmente illimitate senza avere un metodo adeguato di ricerca, di selezione e approccio; troppe persone considerano sommariamente affidabile il primo risultato di una sola ricerca approssimativa oppure quanto riferito dal personaggio famoso del momento.
Questa non è cultura, è degenerazione di un preciso metodo di analisi delle fonti, è il sopravvento di uno sterile nozionismo, del consumo utilitaristico o sensazionalistico dell’informazione.
La perdita del senso critico è causata anche dall’imporsi del dominio televisivo, di cui è stato ampiamente denunciato sia il potere persuasivo nel determinare gusti ed opinioni, sia il suo potenziale ipnotico, dovuto a una ricezione passiva da parte dello spettatore indotta da una falsa partecipazione, che farebbe drasticamente abbassare la capacità di reazione e il sistema di vigilanza. Argomenti ben sviscerati negli studi di Umberto Eco e di diversi psicologi − che non tendono affatto a condannare la televisione in sé oppure i media visivi, anzi, cercano di metterne in luce le contraddizioni valorizzandone la controparte comunicativa ed espressiva.

Al contrario, la cultura è in grado significativamente di cambiare e migliorare l’uomo.
Molto interessanti, per esempio, gli studi di alcuni psicologi della Washington University in relazione alla lettura: nei lettori il cervello tesse in una sorta di simulazione mentale le situazioni incontrate in quanto stanno leggendo, ricercando nuovi percorsi neurali e creandone una nuova sintesi come se fossero esperienze di vita vissuta. La nostra mente, pertanto, è fisicamente trasformata dall’esperienza della lettura, che arreca beneficio al singolo e alla sua comprensione dell’ambiente sociale che lo circonda.
Altra dimostrazione di come la conoscenza sia cosa viva, costantemente in progress, e della quale si può essere partecipi, è uno strumento alla portata di tutti: Wikipedia, come delinea X in questo post.

A mio avviso, un buon compromesso potrebbe essere una mediazione: una solida base di formazione e di sviluppo di senso critico, e soltanto in seguito, eventualmente, l’utilizzo di questa nuova tecnologia. Senza dimenticare che le informazioni necessitano di un tempo adeguato e diverso per ciascuno di noi per divenire esperienza e far parte integrante di una persona. E che talvolta imparare, con fatica e un passo alla volta, ha lo stesso fascino del mistero e della scoperta e può dare enormi gratificazioni.

“Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato.”
(George Orwell, 1984)

George Orwell - 1984

L’acceso dibattito internazionale sull’editoria digitale e le proteste contro le proposte legislative tese alla sorveglianza e alla censura del web sono un segnale, uno dei più recenti, del cambiamento epocale che ci sta coinvolgendo, la transizione verso l’età digitale, che vedrà ogni tipo di contenuto e informazione affidato esclusivamente a supporti informatici, con conseguenze che spazieranno dal vivere quotidiano ai rapporti sociali.

La rapidità con la quale ci stiamo inoltrando in questa nuova epoca non dovrebbe far sottovalutare problematiche come la conservazione di tutti questi dati, la loro organizzazione (tema sul quale recentemente sono usciti diversi interessanti articoli), nonché soprattutto la facilità di alterazione delle informazioni preservate solo digitalmente.

In realtà, l’uomo ha sempre avuto a che fare con il problema della salvaguardia e della trasmissione del sapere. Il supporto per la forma scritta, ad esempio, ha una storia millenaria, che risale alle tavolette d’argilla incise di glifi cuneiformi, ai rotoli di papiro, ai codici di pergamena, fino alla carta e alla stampa. Un patrimonio che ci è pervenuto parzialmente a causa del deterioramento del supporto stesso o di eventi calamitosi, in conseguenza a scelte di valore di un’opera rispetto a un’altra, e molto spesso attraverso trascrizioni successive − e di frequente il testo originario, volontariamente o meno, veniva sbagliato, interpretato, modificato.

Se per l’essere umano è più che naturale tanto ricordare quanto dimenticare (si pensi a come tale concetto sia reso in stupefacente sintesi simbolica nei due dipinti di Salvador Dalì, La persistenza della memoria e La distruzione della persistenza della memoria), è altrettanto fondamentale che storia e cultura siano gelosamente custodite.

Ai nostri giorni persiste innanzitutto la minaccia del deterioramento o scomparsa dei record digitali e dei relativi supporti. Mantenere e sviluppare archivi informatici, infatti, non è gratuito né del tutto sicuro: ciò che si può digitalizzare, si può altrettanto facilmente distruggere. Se per qualche motivo interi archivi digitali di biblioteche, redazioni, case editrici, cinematografiche o musicali, ma anche piattaforme web, chiudessero o cancellassero tutti i loro file – banalmente per un problema legato al provider di servizi o per motivi economici che non permettono di mantenere oltre la propria attività – verrebbero meno in un attimo interi segmenti delle nostre vite (si pensi al caso italiano di Splinder), ma soprattutto parti fondamentali della storia e della conoscenza.
D’altra parte, anche conservare i dati su supporti magnetici o informatici si dimostra efficace solo in parte, dal momento che i materiali a disposizione sono comunque degradabili, benché a medio-lungo termine; inoltre gli strumenti per la lettura di tali formati divengono rapidamente obsoleti e inutilizzabili (paradosso che affligge addirittura il Pentagono e la NASA, definiti “cimiteri di informazioni perdute”).
Un timore, l’oblio della memoria e del passato, che si avverte in Anathem di Neal Stephenson, romanzo in cui vengono presentati due estremi opposti: una comunità di scienziati, rinchiusi in una sorta di inaccessibile e granitico convento sul pianeta Arbre, che tendono al recupero delle potenzialità della propria mente, contrapposti al modus vivendi dei civili, guidato da un’esasperazione della tecnologia e dello short term.

La digitalizzazione della cultura e dell’informazione, persino dei propri dati personali, ha iniziato inoltre ad affidarsi non solo all’hardware, ma si sta spostando in maniera massiccia verso il cloud computing, sistema che se da un lato garantisce il vantaggio di una condivisione immediata di illimitate informazioni con milioni di persone, da un altro, oltre a mettere seriamente in discussione i protocolli di sicurezza e della privacy, è estremamente fragile, manipolabile, cancellabile.
Mettersi nelle mani di immensi e potenti servizi centralizzati, già oggi multinazionali con interessi globali, potrebbe essere rischioso. Inevitabile pensare a 1984 di George Orwell, dove Winston Smith è incaricato di correggere libri e articoli di giornali già pubblicati o ritoccare la storia scritta, apportando modifiche tali da rendere attendibili le previsioni e le azioni dal Partito, alimentandone la fama di infallibilità.

La facile contraffazione e rielaborazione dell’informazione, che nelle sue estreme conseguenze diviene privazione della libertà individuale e del libero arbitrio, perdita dell’identità propria, storica e sociale, non è così remota, proprio perché una volta che vecchi e nuovi archivi saranno memorizzati esclusivamente online e in sistemi cloud unificati, la possibilità di modificarli diventa alquanto semplice e incontestabile, soprattutto se vengono meno altri termini di confronto, conservati su altri supporti o allocati altrove. In questa maniera, porzioni intere del passato possono venire definitivamente cancellate o alterate, sacrificate alla logica del profitto, della censura, della sopraffazione; gli individui precipiterebbero in una realtà di sostanziale ignoranza, poiché altri deciderebbero cosa e in quale modo sarebbe lecito conoscere qualcosa.
Se persino la mente umana fosse, poi, parzialmente o del tutto collegata a simili sistemi centralizzati, anche quanto in essa preservato potrebbe subire facilmente un simile trattamento – si pensi agli scenari di Johnny Mnemonico di William Gibson, per esempio.

Problemi che riguardano la sfera individuale e sociale, quanto la conservazione di tutti gli aspetti della nostra civiltà, dalla letteratura alla scienza e alla storia, e che hanno spronato la nascita di commissioni governative, fondazioni private e associazioni filantropiche di intellettuali (la nota Long Now Foundation, per citare un esempio), alla ricerca di risposte a preoccupazioni ancora sottostimate: sommersi da una mole sovrabbondante di informazioni, molte superflue o inutili al di là dell’immediato, stiamo ancora cercando di risolvere l’arcano dilemma di proteggere le nostre memorie e la nostra libertà di pensiero, di preservare testimonianze autentiche della nostra stessa esistenza anche nel più lontano futuro.