Nei giorni scorsi è apparsa su Carmilla on line, punto di riferimento per tutti gli appassionati italiani di “letteratura, immaginario e cultura d’opposizione” (come recita il sottotitolo della testata), questa recensione al romanzo Infoguerra di Cory Doctorow (edizioni DelosBooks, qui un’anteprima, l’introduzione di Salvatore Proietti è pubblicata on line su Delos SF) a firma di Sandro Moiso. L’articolo, per molti versi interessante e condivisibile, si conclude con un auspicio che riporto integralmente:

Il testo, interessante per la storia e falsamente adolescenziale nella forma, stimola anche una riflessione sul reale ruolo letterario e sociale della fantascienza che trova nell’autore canadese un valido difensore del genere come letteratura d’anticipazione e non di regressione come tante tendenze fasciste nella fantascienza, non solo italiana, sembrano invece voler dimostrare.

In questo passaggio l’autore della recensione sembra cascare con tutte le scarpe in una delle trappole disseminate sul cammino di chiunque voglia parlare di fantascienza. Una strada già accidentata di suo, ma particolarmente infida nel suo tratto italiano. Perché, piaccia o meno, da sempre parlare di fantascienza pone a chi si voglia cimentare con il tema il problema della legittimità della stessa e, di conseguenza, una presa di posizione in merito.

Voglio quindi esprimere in questa sede una riflessione a riguardo. Partendo da un dato di fatto. Attualmente mi pare di poter individuare in seno alla fantascienza italiana un’unica tendenza, che nella fattispecie è quella di cui questo blog è espressione: piacciano o meno le cose che fanno, i connettivisti rappresentano l’unico movimento in attività. Ovviamente non siamo l’unico gruppo “operativo”: la rete brulica di iniziative che hanno in larga parte sostituito l’attivismo delle fanzine, soppiantate dal mezzo elettronico. La rete agevola il contatto tra gli appassionati e rende più immediata ogni forma di scambio culturale, con la conseguenza che mai prima la scena del fandom aveva mostrato una simile frenesia.

La scena è magmatica, fluida e cambia in continuazione. Nell’insieme, la pluralità di voci nel fandom come sul mercato “professionale” mi sembra comunque sempre garantita. Se qualche anno fa la risonanza mediatica catalizzata da alcuni titoli poteva giustificare un certo timore per tendenze revisioniste e conservatrici, oggi la situazione mi sembra migliorata. Il problema, semmai, è rappresentato dal fondamentalismo di alcune frange di «appassionati» o sedicenti tali, che per lungo tempo si sono applicati a campagne di denigrazione, accendendo polemiche futili con il risultato di inquinare il dibattito e screditare l’immagine che la scena poteva trasmettere all’esterno. Ma non è questa la sede per dilungarsi nel merito della questione.

D’altro canto, anche all’estero la fantascienza sembra godere di ottima salute. Se appare ormai abbastanza certo che il post-human ha rappresentato solo una parentesi all’interno della più ampia esperienza del postcyberpunk, incapace di coalizzarsi in un filone organizzato ma comunque sufficientemente tenace da continuare a esprimere un punto di vista credibile, la new space opera e le commistioni con il noir e il weird continuano a godere di notevole popolarità. La military SF gode ancora di un vasto seguito, ma possiamo dire che il suo peso commerciale incide solo in minima parte sugli equilibri complessivi del genere? Possiamo dirlo, credo, nella misura in cui si rivolge a un pubblico che ha solo una sovrapposizione marginale con la platea dei lettori di fantascienza di altra matrice, rappresentando di fatto, a tutti gli effetti, una nicchia. D’altro canto, per affrontare i problemi posti dai tempi che stiamo attraversando, legati alla sfera dei diritti civili nell’era della condivisione in tempo reale assicurata dalla rete, dei mutamenti globali introdotti nei processi socio-economici, dell’etica legata alle tecnologie in via di diffusione (bio e nano), un approccio retrogrado è penalizzato in partenza e può ambire a qualche speranza di successo solo a patto di perpetuare l’incantesimo dell’atemporalità. In un mondo magmatico come quello in cui viviamo, non è un’operazione facile.

Tirando le somme, un libro come quello di Cory Doctorow si segnala per la sua capacità anticipatrice e per la sua presa diretta sull’attualità, indubbiamente. Ma non rappresenta una mosca bianca nel panorama della fantascienza contemporanea, tutt’altro. Piuttosto, andrebbe rimarcata proprio la sua completa integrazione nella scena: gli autori venuti alla ribalta nell’ultimo decennio, come Doctorow, Richard K. Morgan, Charles Stross, Alastair Reynolds, Ted Chiang, hanno percorso in lungo e in largo la mappa del genere, mostrandoci i percorsi più promettenti. Sarebbe più utile guardare alla loro opera e alle ricadute sulla fantascienza e sull’immaginario che condividiamo, piuttosto che ricercare termini di confronto inadeguati da cui prendere le distanze. A meno che il nemico non sia così forte e consistente da meritare una presa di posizione. Cosa che, fortunatamente, non mi sembra.

Per questo, un tentativo di difesa delle qualità della fantascienza condotto mettendo in guardia il possibile lettore da tendenze marginali rischia di diventare un boomerang, soprattutto quando si parla a una platea come quella di Carmilla, piazza importantissima nella rete italiana, che può contare su una media di 500.000 lettori, come recentemente riportato dal suo fondatore Valerio Evangelisti. E da lettore affezionato di quelle pagine non posso che augurarmi che in futuro la causa della fantascienza venga meglio valorizzata. Soccombere al pregiudizio rappresenta un’alternativa decisamente poco allettante, per la scena fantascientifica e per la ricchezza del dibattito culturale.

Il libro, lungo la sua storia, è stato accompagnato da quello che oggi chiameremmo un prezioso apparato grafico e illustrativo, combinazione che con modi, scopi e tecnologie diverse è proseguita intrinsecamente fino a epoca piuttosto recente, per essere poi sempre più abbandonata in favore del solo testo. Un’osservazione che prende avvio da questo articolo, che evidenzia come, salvo alcune eccezioni, i romanzi pubblicati al giorno d’oggi siano scevri all’interno di un corredo organico di immagini.

Gettando uno sguardo alla mia libreria e passando in rassegna differenti generi letterari, non posso che concordare. Una tendenza in un certo senso paradossale, se si pensa all’estrema attenzione posta dalle case editrici, soprattutto per motivi di marketing, alla copertina, talora affidata a illustratori di rilievo, oppure alla promozione attraverso locandine accattivanti e booktrailer. Orientamento bizzarro, oltretutto, poiché non è insolito che le strade di scrittori e artisti si incrocino, traendo gli uni ispirazione dagli altri per i propri lavori.

Considerando il panorama italiano, tuttavia, vorrei citare un paio di esempi in controtendenza, che in qualche modo e parzialmente smentiscono questo triste divorzio tra contenuto e figure.

Il primo è relativo allo scrittore di fantascienza Dario Tonani. Sia per Infect@ che per il sequel Toxic@, Tonani ha fornito al lettore una miriade di spunti visivi, attinti dal mondo dei cartoon (in sintonia con il contenuto delle sue storie) e da foto delle location dei romanzi, ambientati Milano, quest’ultime raccolte da lui stesso o da altri appassionati in un gruppo dedicato su Flickr. Ancora più proficua è la partnership creatasi con Franco Brambilla, copertinista ufficiale di Urania e illustratore impareggiabile, il quale, ispirato dalla serie di racconti di Tonani ambientata su MondoNove (che ad oggi annovera quattro ebook, Cardanica, Robredo, Chatarra e Afritania, tutti editi da 40k) ha dato vita a una splendida serie di immagini, creando un legame così stretto e intenso con i testi che oggi entrambi gli aspetti si completano e arricchiscono a vicenda. Idea che l’innovativa 40k ha sfruttato anche per il recente Chicken Little di Cory Doctorow, corredato da due rappresentazioni a firma proprio dello stesso Brambilla.

Altro esempio sono le realizzazioni connettiviste, che si caratterizzano fin dall’origine per la loro tensione verso il multimediale e l’integrazione di generi artistici e mezzi espressivi differenti. Basti pensare alla rivista NeXT, valorizzata da lavori di artisti di primo piano, e alle tre antologie (Supernova Express, Frammenti di una Rosa Quantica, Avanguardie Futuro Oscuro), nelle quali è imprescindibile l’accostamento interno tra tavole, grafica e testi.

A mio parere un libro che nasce o si sviluppa come concept, ovvero che fin dalla prima edizione sia arricchito da una parte grafico-illustrativa, ha enormi potenzialità di comunicazione. Naturalmente, non si tratterebbe di imitare in malo modo il libro illustrato o il fumetto, che hanno peculiarità espressive proprie e ben definite, tanto meno di stordire il lettore con una compagine visiva invadente o sproporzionata. È fondamentale l’equilibrio che fa della fruizione di un testo un momento individuale, raccolto, in cui il singolo dà massimo spazio al pensiero e all’immaginativa. La parte figurativa dovrebbe essere dunque un complemento, uno stimolo ulteriore alla riflessione e al coinvolgimento, capace di suscitare meraviglia.

Dopo tutto, l’idea di rompere la rigida formattazione della pagina stampata per accrescere il potere espressivo della parola ha radici che risalgono alle avanguardie del secolo scorso, si pensi ad esempio ai testi dadaisti o ai Calligrammes di Guillaume Apollinaire. Ingredienti e possibilità che potrebbero diventare molteplici, spaziando tra tutti i media arrivando a includere nel ragionamento il libro digitale. Un simile ritorno al bilanciamento tra testo e immagine, inoltre, potrebbe essere, proprio in vista del diffondersi degli e-book nel campo del largo consumo, la perfetta controparte per evitare la morte del libro cartaceo, che tornerebbe a essere un manufatto d’arte destinato agli appassionati, una realizzazione artigianale in poche copie curata nei dettagli, impreziosito da materiali, tavole originali, ex libris e dediche autografe.

Il giovane e talentuoso Giovanni Bucci, motion designer di origine italo-tedesca, ha di recente presentato il suo ultimo lavoro, Addictions.

Addictions – directed by Giovanni Bucci from GiovanniBucci.com on Vimeo.

Due minuti che catturano in un vortice di musica, effetti visivi e forti accostamenti cromatici, grazie alla combinazione di animazione stop motion, motion graphic, styling e make up, sound design, un mix unico nell’elaborazione dell’immagine che ha fatto apprezzare questo artista in Italia e all’estero.

Nel video viene affrontato il tema delle dipendenze, soprattutto quella da tecnologia. Come lo stesso autore spiega presentando il suo progetto, l’intento è una valutazione sul ruolo che la tecnologia ha assunto nelle nostre vite. Dapprima vista come un’occasione di miglioramento, la diffusione dell’elettronica di consumo ha rivelato anche delle ambiguità, come ad esempio quella di creare dipendenza e alienazione, assimilare acriticamente le informazioni, essere utilizzata come infido strumento di controllo.

Nella clip questi concetti vengono espressi dalla modella che si esibisce e al contempo è intrappolata dietro ad uno schermo, in un ambiente artefatto, mossa da fili come una marionetta, e dall’uomo dal volto coperto che ne ha il controllo remoto, in un crescente susseguirsi di immagini frammentate. Il continuo scambio di ruoli rende incerta ed inestricabile l’individuazione di chi stia governando l’altro, e di dove corra il confine tra reale e virtuale. I cavi tentacolari bloccano la ragazza in un mondo artificiale, dal quale lei ad un certo punto cerca strenuamente ma invano di uscire; ma sono anche le briglie che legano l’uomo ai suoi stessi mezzi informatici, ai quali è man mano sempre più asservito.

È il pericolo di non avvertire la trama della matrice, il potenziale costruttivo ma anche orwelliano insito nella tecnologia, il cui impiego acritico è messo in luce dal romanzo X (Little Brother, 2008) di Cory Doctorow. È anche l’indizio delle estreme conseguenze a cui può portare l’ossessione dell’universo mass-mediatico, in cui attore e regista si prevaricano a vicenda, in un efferato gioco di intercambiabilità tra cavia e burattinaio, spettatore e partecipante, come narrato in Cavie del geniale Chuck Palahniuk.

Dalla Primavera Araba fino al popolo di Occupy Wall Street intercorrono pochi mesi, centinaia di chilometri e milioni di dati sparati nell’infosfera. Infilando la mano nel magma, a proposito di movimenti di protesta, si potrebbero tirare fuori parole simili:

“Sono solo una banda di teppisti, ladri, stupratori, una teppa che si richiama alla nostalgia dell’epoca di Woodstock e alla falsa superiorità morale che si agitava in quell’epoca. […] Dovrebbero smettere di dar fastidio a quelli che lavorano, e andare invece a cercare un’occupazione per se stessi”.

Dichiarazione raccolta fuori da un circolo di vetero-leghisti e anziane massaie repubblichine? Magari. Sono invece di Frank Miller, mastro fumettaro d’oltreoceano. La vignetta successiva è di Alan Moore, che invece vede la maschera di Fawkes/V diventare il volto di una protesta globale. Il “Mago di  Northapton” si piazza al polo opposto rispetto al collega, definendo il nuovo movimento anticapitalista globale come:

“Un urlo di giustificata indignazione morale, gestito in maniera molto intelligente, non violenta, cosa che per Frank Miller è probabilmente un altro motivo per non esserne soddisfatto”.

Ma la strada per realizzare anche solo una parte dell’utopia anarchica nonviolenta auspicata da Moore (e molti altri, a dire il vero, tra cui Ursula K. Le Guin) è piena non solo di gente pronta a fare lo sgambetto e a distribuire mazzate, ma di altri dotti che rivendicano il diritto alla tortura; ne fa cenno Cory Doctorow, raccontando di come la polizia segreta canadese abbia chiesto al governo di non prendere misure che possano in qualche maniera limitarne l’azione negli interessi del Paese.

Al di là del manicheismo da stadio a cui noialtri italiani siamo ben avvezzi, la violenta ignoranza insita nelle parole di Miller non stupisce affatto. Quello che sconforta è che, scendendo in strada, non si faticherebbe troppo a individuare pensieri simili, tangenti o paralleli. Sono troppi in giro ad avere una parte del cervello immersa nei conservanti. Neuroni così ben affogati in formaldeide che scanserebbero senza troppa fatica argomenti come quelli canadesi. La tensione, intanto, è destinata a salire. Scivolare dall’utopia alla distopia potrebbe non essere più una formalità letteraria.