Come annunciato dall’autore e dall’editor sui rispettivi blog (HyperHouse False Percezioni) esce in questi giorni Olonomico, ultima fatica di Sandro Battisti, iniziatore del connettivismo, curatore di Next ed editor di HyperNext. Olonomico è un romanzo che riprende le complesse e imperscrutabili trame dell’Impero Connettivo. Per maggiori informazioni, rimando alla pagina ufficiale sul sito di CiEsse Edizioni, costantemente aggiornata. Qui di seguito riporto la quarta di copertina del libro, disponibile per la collana Silver curata da Luigi Milani sia in una elegantissima edizione cartacea che in e-book DRM free.

Nel cosiddetto Impero Connettivo – uno Stato modellato sull’esempio dell’Impero Romano, il cui dominio si estende sia sullo spazio sia nel tempo – l’imperatore Totka_II e il suo alto funzionario Sillax continuano a progettare espansioni territoriali e temporali. Le loro nuove mire si concentrano su un territorio dove i giovani Lycia e Storm interagiscono caoticamente con uno strano personaggio che si nasconde dietro movimenti apparentemente incomprensibili.

L’Impero, governato da una stirpe di alieni semieterni, causa prima dell’umanità e poi della postumanità, è davvero così florido? Che cosa accadrà, quando i percorsi di tutti i personaggi del romanzo s’incontreranno, e utilizzeranno tutti i continuum con cui verranno in comunicazione? Una splendida metropoli, asettica e algida li attende…

Sandro mi ha chiesto molto generosamente di contribuire a questa sua ultima uscita con una prefazione (che potete leggere sul mio blog), inclusa nell’edizione in distribuzione insieme a questa visionaria e scanzonata postfazione di Marco Milani:

23.09.2073

Base Luna Totka. Sala stampa 1 ‘Zoon’.

Saluto la platea, tutta, e altrettanto saluto i collegati, lunari, terrestri ed extra. Saluto anche i connessi al sistema, i primi eroici ‘Neoconnettivi’ postumani che sono riusciti a integrarsi in modalità definitiva.

Per chi non mi conoscesse mi presento: Marco Pykmil Milani, l’ultimo dei connettivisti. Del gruppo ‘The Origins’ erano tutti letterati in gamba ma senza ‘fisico’, ovvio che l’unico più zen li avrebbe lasciati indietro.

Non ridete?

Ah ok, non l’avete capita subito. L’antico umorismo terrestre non è immediato, tantomeno universale. Lei non l’ha capita? Sì, lei che si gratta… non so cosa con la chela.

Cosa dice? Cos’è l’umorismo?

Bella battuta Nexiano, lei è più sveglio di quel che sembra, mi stava fregando. Ma proseguiamo… Questa Galacti-Nextcon è particolare, diversa da tutte le altre, soprattutto siamo qui, in questa storica congiuntura, per inneggiare a un amico e al suo sopraggiunto successo, quando finalmente le idee innovate sono arrivate non solo ad essere comprese, anche applicate. Un connettivista della prima ora: Sandro Battisti, aka Zoon.

Siamo qui per invocare da ultimo a giustizia fatta, ovvero ‘Olonomico’ è in 3Dvideo. Un document-film colossal a vent’anni esatti dalla morte dell’autore, come da bastarda tradizione, a confermare postumo il ‘genio oscuro’ del Connettivismo e il suo avanguardistico pensiero. A sessant’anni dalla stesura del prototipo del libro Sacro, a chiudere un cerchio iniziato parecchio tempo fa, nello scorso millennio.

Ricordiamo le sue profetiche parole: “Lo sguardo è rivolto in alto, verso la notte, verso la volta stellata dell’avamposto siderale dove sono, un luogo galattico in questo continuum traslato di gradi olografici indefiniti, indefinibili, sconosciuti a qualsiasi computo postumano.”

L’evoluzione dell’impero connettivo parte da qui: dalle quanto-verità del Precursore Battisti, per il futuro del Rivelatore Battisti, verso l’Universo del Sognatore Battisti.

Lunga vita all’Impero.

Memoria eterna al suo fondatore, pixel quantici nell’eternità postumana.

Che c’è da ridere, Nexiano?

Nessuna battuta. Devo rivedermi sull’averla ritenuto sveglio, non fosse che quel che rimane di me è una versione virtuale, verrei a darle una strigliata come si deve.

Lunga vita all’Impero!

Memoria eterna al suo fondatore!

All’inizio del 2008, un gruppo di eterogenei artisti europei ha dato vita ad AntiVJ, con l’obiettivo di sviluppare, produrre e promuovere nuove contaminazioni tra arti visive e musica. Il progetto si focalizza su un utilizzo peculiare delle proiezioni e della luce e su come questi due elementi influenzino le nostre percezioni. Combinando strumenti, una solida preparazione tecnica e forme artistiche differenti, i risultati che questi artisti ottengono, di solito durante performance live o attraverso installazioni, sono una vera esperienza artistica neurotonica.

Tra le loro prime realizzazioni si annoverano le performance di mapping, tecnica di cui sono stati tra i pionieri nel campo delle proiezioni su grande scala e per la quale hanno sviluppato un software specifico. Tecnicamente il tutto è reso possibile dalla generazione e riproduzione di proiezioni stereoscopiche su superfici piane, grazie a potenti videoproiettori e processi di mappatura digitale che danno allo spettatore l’illusione della profondità tridimensionale creando enormi schermi virtuali ad alta precisione. Memorabili sono state le proiezioni in una cattedrale in Olanda, su un futuristico edificio in Corea (esperimento che mirava a rappresentare lo sviluppo urbano di una città-modello e come esso può organizzare le persone in reti controllate ed interconnesse) e su una nave-cisterna in Canada.

Questa tecnica di mapping sta attirando negli ultimi tempi diversi video designer, come testimoniano le segnalazioni fioccate in rete (un esempio italiano è il progetto La Torre Riflette di Elisa Seravalli). E si configura come un intento di «ricodifica» dell’esistente secondo parametri sensoriali alternativi, concetto vicino e combinato a quello di realtà aumentata e multisensorialità, tematiche trattate anche nell’ultima iterazione di NeXT, intitolata proprio Maps.

Sfogliando gli altri progetti di AntiVJ, un ulteriore risultato degno di attenzione è Principles of Geometry. Utilizzando la stereoscopia (la tecnologia adottata nel cinema 3D) è stato prodotto un viaggio nello spazio della terza dimensione, della durata di ben 50 minuti, attraverso paesaggi wireframe e sottili linee lattescenti intersecanti prospettive infinite, con una colonna sonora realizzata grazie a sintetizzatori d’epoca.

I componenti di AntiVJ sono attivi anche nello studio e nell’applicazione della luce a strutture interattive, tipologia di installazioni che di recente ha avuto parecchia risonanza grazie all’allestimento presso l’autorevole Centro Artistico 104 di Parigi di una collettiva incentrata sull’interazione tra luce, piani spaziali e immagini, che coinvolgeva inoltre gli stessi spettatori. Antivj aveva presentato qualcosa di analogo con il progetto 3Destruct, che in versione completamente rinnovata è stato da poco riproposto a San Pietroburgo e in Francia. 3Destruct è costituito da un grande cubo di fogli semitrasparenti, a cui sono collegati quattro proiettori che ne mappano le superfici, generando luci, flash e suoni: immergendosi totalmente in questa installazione, lo spettatore perde ogni punto di riferimento razionale e coerenza spaziale, coinvolto in una suggestione che va oltre la logica dell’universo lineare.

Questo tipo di sperimentazione ha radici ricollegabili alle realizzazioni di Lucio Fontana, che già attorno agli anni Cinquanta iniziò a impiegare nelle sue opere la luce in senso spaziale, ossia come elemento in grado di rivelare plasticità inedite e creare nuovi ambienti spaziali attraverso proiezioni di immagini luminose e l’alternanza di zone in chiaro ed altre oscure. L’utilizzo di tubi al neon o del sofisticato effetto della luce di Wood diede vita ad alcune delle prime installazioni della storia dell’arte (si pensi ad Ambiente spaziale a luce nera presentato presso la Galleria del Naviglio di Milano nel 1948), caratterizzate da una sensibilità nuova, rivolta a una spazialità dai labili confini e dalle mille suggestioni recondite, tesa tanto verso l’infinito, il mistero, quanto al nulla, al di là dei confini dell’opera stessa, di cui lo spettatore è parte attiva e integrante. Non a caso, la prima silloge di poesie connettiviste porta un titolo deliberatamente ispirato proprio a Fontana, Concetti Spaziali, oltre.

La nuova frontiera artistica proposta da AntiVJ, quindi, riesce a stimolare un’esperienza di percezioni plurime altamente condensate, nella simulazione della realtà aumentata o del multiverso. E chissà quali altri obiettivi e commistioni sensoriali, grazie a un sempre più avanzato impiego della tecnologia (ad oggi si dicono impegnati nella ricerca di nuove soluzioni che fruiscano della scansione 3D, di un nuovo tipo di motion tracking, delle più avanzate interfacce uomo-computer), sapranno ancora testare in futuro questi pionieri della contaminazione artistica.

La riflessione sul cambiamento può prendere le mosse da due condizioni opposte. Da un lato, il cambiamento stesso può indurre nell’osservatore lo stimolo all’interpretazione e all’estrapolazione, allo scopo di anticiparne e prefigurarne gli esiti, per denunciare un rischio o anche solo per tener fede a un’aspirazione di attendibilità. Dall’altro, la molla innescante può essere la possibilità del cambiamento, l’introduzione di un elemento di divergenza in un contesto inizialmente statico e immobile.

Esiste poi l’intero spettro delle condizioni intermedie, le diverse combinazioni ibride dei due estremi.

Per esempio, pensiamo al mondo che ci circonda. Il progresso tecnologico ha imboccato una china sempre più ripida, le innovazioni si succedono a un ritmo crescente che diventa ogni giorno che passa sempre più vertiginoso. Eppure a questa accelerazione tecnologica non corrisponde quasi mai un’immediata ricaduta sul tessuto sociale. Il telelavoro prefigurato fino a un decennio fa come una delle principali innovazioni che avrebbero interessato il mercato del lavoro è naufragato prima ancora di partire. In compenso, con assurde e paradossali pretese di flessibilità, si è reso il mercato del lavoro sempre più precario e si è prodotta un’intera fascia di disoccupazione giovanile come mai le generazioni che ci hanno precedute avevano avuto modo di conoscere.

Non si può restare insensibili al cambiamento. Come non si può restare indifferenti all’immobilismo. Entrambi ci prospettano situazioni con vari gradi di problematicità. E le situazioni problematiche sono il carburante drammatico di ogni storia. Occorre un esercizio costante e continuato per affinare la sensibilità e riuscirne a cogliere i risvolti, con l’obiettivo di trasfigurarle nei nostri racconti.

Nei giorni scorsi è apparsa su Carmilla on line, punto di riferimento per tutti gli appassionati italiani di “letteratura, immaginario e cultura d’opposizione” (come recita il sottotitolo della testata), questa recensione al romanzo Infoguerra di Cory Doctorow (edizioni DelosBooks, qui un’anteprima, l’introduzione di Salvatore Proietti è pubblicata on line su Delos SF) a firma di Sandro Moiso. L’articolo, per molti versi interessante e condivisibile, si conclude con un auspicio che riporto integralmente:

Il testo, interessante per la storia e falsamente adolescenziale nella forma, stimola anche una riflessione sul reale ruolo letterario e sociale della fantascienza che trova nell’autore canadese un valido difensore del genere come letteratura d’anticipazione e non di regressione come tante tendenze fasciste nella fantascienza, non solo italiana, sembrano invece voler dimostrare.

In questo passaggio l’autore della recensione sembra cascare con tutte le scarpe in una delle trappole disseminate sul cammino di chiunque voglia parlare di fantascienza. Una strada già accidentata di suo, ma particolarmente infida nel suo tratto italiano. Perché, piaccia o meno, da sempre parlare di fantascienza pone a chi si voglia cimentare con il tema il problema della legittimità della stessa e, di conseguenza, una presa di posizione in merito.

Voglio quindi esprimere in questa sede una riflessione a riguardo. Partendo da un dato di fatto. Attualmente mi pare di poter individuare in seno alla fantascienza italiana un’unica tendenza, che nella fattispecie è quella di cui questo blog è espressione: piacciano o meno le cose che fanno, i connettivisti rappresentano l’unico movimento in attività. Ovviamente non siamo l’unico gruppo “operativo”: la rete brulica di iniziative che hanno in larga parte sostituito l’attivismo delle fanzine, soppiantate dal mezzo elettronico. La rete agevola il contatto tra gli appassionati e rende più immediata ogni forma di scambio culturale, con la conseguenza che mai prima la scena del fandom aveva mostrato una simile frenesia.

La scena è magmatica, fluida e cambia in continuazione. Nell’insieme, la pluralità di voci nel fandom come sul mercato “professionale” mi sembra comunque sempre garantita. Se qualche anno fa la risonanza mediatica catalizzata da alcuni titoli poteva giustificare un certo timore per tendenze revisioniste e conservatrici, oggi la situazione mi sembra migliorata. Il problema, semmai, è rappresentato dal fondamentalismo di alcune frange di «appassionati» o sedicenti tali, che per lungo tempo si sono applicati a campagne di denigrazione, accendendo polemiche futili con il risultato di inquinare il dibattito e screditare l’immagine che la scena poteva trasmettere all’esterno. Ma non è questa la sede per dilungarsi nel merito della questione.

D’altro canto, anche all’estero la fantascienza sembra godere di ottima salute. Se appare ormai abbastanza certo che il post-human ha rappresentato solo una parentesi all’interno della più ampia esperienza del postcyberpunk, incapace di coalizzarsi in un filone organizzato ma comunque sufficientemente tenace da continuare a esprimere un punto di vista credibile, la new space opera e le commistioni con il noir e il weird continuano a godere di notevole popolarità. La military SF gode ancora di un vasto seguito, ma possiamo dire che il suo peso commerciale incide solo in minima parte sugli equilibri complessivi del genere? Possiamo dirlo, credo, nella misura in cui si rivolge a un pubblico che ha solo una sovrapposizione marginale con la platea dei lettori di fantascienza di altra matrice, rappresentando di fatto, a tutti gli effetti, una nicchia. D’altro canto, per affrontare i problemi posti dai tempi che stiamo attraversando, legati alla sfera dei diritti civili nell’era della condivisione in tempo reale assicurata dalla rete, dei mutamenti globali introdotti nei processi socio-economici, dell’etica legata alle tecnologie in via di diffusione (bio e nano), un approccio retrogrado è penalizzato in partenza e può ambire a qualche speranza di successo solo a patto di perpetuare l’incantesimo dell’atemporalità. In un mondo magmatico come quello in cui viviamo, non è un’operazione facile.

Tirando le somme, un libro come quello di Cory Doctorow si segnala per la sua capacità anticipatrice e per la sua presa diretta sull’attualità, indubbiamente. Ma non rappresenta una mosca bianca nel panorama della fantascienza contemporanea, tutt’altro. Piuttosto, andrebbe rimarcata proprio la sua completa integrazione nella scena: gli autori venuti alla ribalta nell’ultimo decennio, come Doctorow, Richard K. Morgan, Charles Stross, Alastair Reynolds, Ted Chiang, hanno percorso in lungo e in largo la mappa del genere, mostrandoci i percorsi più promettenti. Sarebbe più utile guardare alla loro opera e alle ricadute sulla fantascienza e sull’immaginario che condividiamo, piuttosto che ricercare termini di confronto inadeguati da cui prendere le distanze. A meno che il nemico non sia così forte e consistente da meritare una presa di posizione. Cosa che, fortunatamente, non mi sembra.

Per questo, un tentativo di difesa delle qualità della fantascienza condotto mettendo in guardia il possibile lettore da tendenze marginali rischia di diventare un boomerang, soprattutto quando si parla a una platea come quella di Carmilla, piazza importantissima nella rete italiana, che può contare su una media di 500.000 lettori, come recentemente riportato dal suo fondatore Valerio Evangelisti. E da lettore affezionato di quelle pagine non posso che augurarmi che in futuro la causa della fantascienza venga meglio valorizzata. Soccombere al pregiudizio rappresenta un’alternativa decisamente poco allettante, per la scena fantascientifica e per la ricchezza del dibattito culturale.

Il libro, lungo la sua storia, è stato accompagnato da quello che oggi chiameremmo un prezioso apparato grafico e illustrativo, combinazione che con modi, scopi e tecnologie diverse è proseguita intrinsecamente fino a epoca piuttosto recente, per essere poi sempre più abbandonata in favore del solo testo. Un’osservazione che prende avvio da questo articolo, che evidenzia come, salvo alcune eccezioni, i romanzi pubblicati al giorno d’oggi siano scevri all’interno di un corredo organico di immagini.

Gettando uno sguardo alla mia libreria e passando in rassegna differenti generi letterari, non posso che concordare. Una tendenza in un certo senso paradossale, se si pensa all’estrema attenzione posta dalle case editrici, soprattutto per motivi di marketing, alla copertina, talora affidata a illustratori di rilievo, oppure alla promozione attraverso locandine accattivanti e booktrailer. Orientamento bizzarro, oltretutto, poiché non è insolito che le strade di scrittori e artisti si incrocino, traendo gli uni ispirazione dagli altri per i propri lavori.

Considerando il panorama italiano, tuttavia, vorrei citare un paio di esempi in controtendenza, che in qualche modo e parzialmente smentiscono questo triste divorzio tra contenuto e figure.

Il primo è relativo allo scrittore di fantascienza Dario Tonani. Sia per Infect@ che per il sequel Toxic@, Tonani ha fornito al lettore una miriade di spunti visivi, attinti dal mondo dei cartoon (in sintonia con il contenuto delle sue storie) e da foto delle location dei romanzi, ambientati Milano, quest’ultime raccolte da lui stesso o da altri appassionati in un gruppo dedicato su Flickr. Ancora più proficua è la partnership creatasi con Franco Brambilla, copertinista ufficiale di Urania e illustratore impareggiabile, il quale, ispirato dalla serie di racconti di Tonani ambientata su MondoNove (che ad oggi annovera quattro ebook, Cardanica, Robredo, Chatarra e Afritania, tutti editi da 40k) ha dato vita a una splendida serie di immagini, creando un legame così stretto e intenso con i testi che oggi entrambi gli aspetti si completano e arricchiscono a vicenda. Idea che l’innovativa 40k ha sfruttato anche per il recente Chicken Little di Cory Doctorow, corredato da due rappresentazioni a firma proprio dello stesso Brambilla.

Altro esempio sono le realizzazioni connettiviste, che si caratterizzano fin dall’origine per la loro tensione verso il multimediale e l’integrazione di generi artistici e mezzi espressivi differenti. Basti pensare alla rivista NeXT, valorizzata da lavori di artisti di primo piano, e alle tre antologie (Supernova Express, Frammenti di una Rosa Quantica, Avanguardie Futuro Oscuro), nelle quali è imprescindibile l’accostamento interno tra tavole, grafica e testi.

A mio parere un libro che nasce o si sviluppa come concept, ovvero che fin dalla prima edizione sia arricchito da una parte grafico-illustrativa, ha enormi potenzialità di comunicazione. Naturalmente, non si tratterebbe di imitare in malo modo il libro illustrato o il fumetto, che hanno peculiarità espressive proprie e ben definite, tanto meno di stordire il lettore con una compagine visiva invadente o sproporzionata. È fondamentale l’equilibrio che fa della fruizione di un testo un momento individuale, raccolto, in cui il singolo dà massimo spazio al pensiero e all’immaginativa. La parte figurativa dovrebbe essere dunque un complemento, uno stimolo ulteriore alla riflessione e al coinvolgimento, capace di suscitare meraviglia.

Dopo tutto, l’idea di rompere la rigida formattazione della pagina stampata per accrescere il potere espressivo della parola ha radici che risalgono alle avanguardie del secolo scorso, si pensi ad esempio ai testi dadaisti o ai Calligrammes di Guillaume Apollinaire. Ingredienti e possibilità che potrebbero diventare molteplici, spaziando tra tutti i media arrivando a includere nel ragionamento il libro digitale. Un simile ritorno al bilanciamento tra testo e immagine, inoltre, potrebbe essere, proprio in vista del diffondersi degli e-book nel campo del largo consumo, la perfetta controparte per evitare la morte del libro cartaceo, che tornerebbe a essere un manufatto d’arte destinato agli appassionati, una realizzazione artigianale in poche copie curata nei dettagli, impreziosito da materiali, tavole originali, ex libris e dediche autografe.

Nel 1959 Charles Percy Snow, di professione scienziato, di vocazione scrittore, scrisse il suo celebre saggio (rielaborazione della Rede Lecture tenuta nel maggio di quell’anno presso l’università di Cambridge, pubblicato nel ’63 con considerazioni aggiuntive) in cui teorizzava la frattura tra le due culture. In esso l’autore britannico constatava la generale diffidenza degli scienziati e degli ingegneri verso la letteratura (considerata avulsa ai loro interessi), con conseguenze limitanti per la loro intelligenza immaginifica; e al contempo la scarsa familiarità degli uomini di lettere con la scienza, le sue tematiche e anche solo i suoi concetti di base.

Evidenziava in queste considerazioni un retaggio del passato, dell’atteggiamento «conservatore» di gran parte degli intellettuali dell’Ottocento e dell’influsso che avevano esercitato sul gusto dei suoi contemporanei, e ne denunciava la prospettiva limitata che aveva impedito loro di cogliere i benefici che l’industrializzazione avrebbe potuto comportare sullo stile di vita e il benessere delle fasce sociali più povere. Inoltre lamentava l’attitudine degli uomini di scienze, che di fatto si auto-limitavano nel proprio ruolo, negandosi i benefici che una base umanistica minima avrebbe potuto apportare al loro modo di rapportarsi al loro stesso lavoro.

Il problema, sostiene Snow ed è facile concordare con lui, affonda le radici nel sistema educativo. Bisognerebbe investire in formazione, prestando i nostri tecnici ai paesi poveri per propiziarne al più presto lo sviluppo industriale. Secondo Snow, l’India avrebbe potuto uscire dal suo stato di povertà con l’aiuto di scienziati e ingegneri inglesi, americani e russi, e lo stesso avrebbe potuto capitare al resto dell’Asia (Cina esclusa, in cui già intravedeva potenzialità di autosufficienza) e Africa.

A distanza di oltre mezzo secolo dalla stesura del saggio, è sorprendente constatare come alcuni elementi abbiano seguito le previsioni dell’autore, penso soprattutto all’ingresso della Cina nel club dell’industrializzazione, ai benefici dimostrati delle riforme scolastiche volte a valorizzare materie scientifiche e tecniche (che anzi prima o poi potrebbero portare i paesi della Vecchia Europa a chiedere il sostegno dei paesi sulla cresta dell’onda, Brasile, Russia, Cina e India); ma, paradossalmente, è altrettanto sorprendente continuare a riscontrare la persistenza della frattura tra le due culture. Per esempio, oggi come allora la narrativa di consumo come la letteratura dell’Occidente sono dominate da protagonisti con scarsissime attitudini tecnologiche e prevalentemente analfabeti in qualsiasi materia scientifica; i romanzi sono invece affollati di psicologi, pubblicitari, magistrati, poliziotti, assediati da una massa impiegatizia indistinta e anonima. E, man mano che anche le conoscenze umanistiche di base si assottigliano con la complicità delle varie riforme che hanno riguardato l’insegnamento, specie in Italia le opere letterarie sembrano produrre protagonisti amorfi e indistinti come riflesso di un pubblico amorfo e indistinto a sua volta.

Se in ambito letterario la fantascienza rappresenta il ponte ideale tra umanisti e tecnici/scienziati, in Italia attualmente esiste un solo gruppo di autori che si è dato programmaticamente lo scopo di superare il divario tra le due culture.

Secondo Snow, gli unici autori dell’Ottocento che avrebbero potuto cogliere la portata del cambiamento furono per la loro ampiezza di vedute e vocazione i russi, che però rimasero sempre vincolati al contesto rurale e pre-industriale del loro Paese. Questo dovrebbe insegnarci qualcosa e servirci da ammonimento. L’Italia, tra i paesi della cosiddetta Eurozona più esposti alla crisi economica, si trova oggi al centro di una tempesta finanziaria. Il nostro è un argine e noi ci troviamo proprio quassù, esposti ai venti della bufera. Se la barriera di contenimento terrà o meno, la storia imboccherà un corso oppure un altro. Ma se non dovesse tenere – e il premio Nobel Paul Krugman, che solitamente nelle sue analisi si rivela impeccabile, non è affatto ottimista – quello che sperimentiamo noi oggi, potrà toccare domani a qualcun altro.

Sta a noi interpretare e decodificare i segnali. I tempi sono stretti. Ma nel ruolo di testimoni che compete agli autori, è anche un dovere – oltre che una prerogativa – dei connettivisti saper fornire un punto di vista sul mondo che cambia intorno a noi.

Può sembrare tautologico, ma il titolo racchiude in sé una dichiarazione d’intenti, che nasce dalla lettura dell’analisi di Alan D. Altieri sulla Death Economy. Nel terzo capitolo del suo trittico, pubblicato su Carmilla (qui e qui le puntate precedenti), der Wolf conclude la sua scorribanda attraverso il “baratro terminale del collasso economico planetario” con una disamina sferzante della situazione del nostro paese, da lui condivisibilmente ribattezzato necroland, al termine di quello che definisce con perfetta scelta di termini “il ventennio laido”. E ne fotografa lo stato di salute mentale in questo passaggio, illuminante per più di una ragione:

Disconnect, dis-connessione, è il termine anglosassone che meglio descrive questo fenomeno. In una situazione di disconnect, sono interrotte le correlazioni tra causa ed effetto, sono mutilati i parametri tra logica e delirio, sono soprattutto distrutti i confini tra bene e male, giusto e ingiusto. Chi sceglie e/o vuole e/o accetta di condurre una non-esistenza in disconnect, si cala in un mondo completamente illusorio. E totalmente psicotico.

Disconnessione è la condizione accettata da chi smette di interrogarsi, quale che sia l’oggetto d’indagine: il mondo in cui viviamo, la società di cui siamo parte, i processi fisici alla base del cosmo che ci racchiude tutti, la portata e le implicazioni morali delle nostre azioni. È una forma di deresponsabilizzazione, come rimarca Altieri, ed è l’anticamera dell’obitorio. In disconnessione, siamo praticamente flatline, una linea piatta sul monitor di un elettroencefalografo, in una condizione di totale incapacità di agire sul mondo e passivamente immersi nel delirio illusorio indotto per noi dalla droga del regime. Nel caso di necroland – ancora beatamente ignara delle potenzialità intrinseche della rete e sorda al problema del digital divide – questa droga è ancora il mass media del secondo Novecento: la televisione.

Altri prima di me hanno rimarcato l’effetto di stasi indotta dal tubo catodico: l’instaurazione di un sogno di plastica nel pieno azzeramento della dimensione tempo. Il beneficio di un eterno presente è quantificabile facilmente per la classe di governo e lo dimostrano i venti anni di totale immobilità in cui si è adagiato il paese, mentre veniva dissennatamente depauperato delle proprie risorse. Se verso le istanze di cambiamento i governi risultano mediamente refrattari, i governi di regime – anche se si tratta di dittature morbide o, come le ha definite Predrag Matvejevic, demokrature – sono invece particolarmente, intrinsecamente e sistematicamente ostili. Il paesaggio fittizio generato dalle televisioni ha contribuito allo scopo, livellando la sensibilità culturale della popolazione e cristallizzandone la percezione lontano da scomodi impulsi al rinnovamento.

Fin dal loro esordio i connettivisti hanno fatto del cambiamento una delle chiavi indispensabili per la decodifica del binomio realtà/immaginario in cui siamo immersi. Attraverso l’esercizio della critica del reale, come semplice attuazione delle facoltà di trasfigurazione della scrittura, possiamo configurare ed elaborare un nostro ruolo sociale/sociologico, nella scia di quanto di grande è stato fatto con particolare efficacia dalla cosiddetta social science fiction a partire dagli anni ’50. Se torniamo al brano citato dal pamphlet di Altieri, è intuitivo scorgere nelle intenzioni dichiarate del connettivismo un antidoto al processo di sistematica disconnessione dal reale e dal vero in atto da qualche anno a questa parte. Sembra in effetti che la televisione abbia voluto far proprie le tecniche di psico-guerriglia messe a punto di William S. Burroughs (evocate letterariamente in particolare in Nova Express e nel resto della Trilogia Nova):

Il controllo dei mass media dipende dallo stabilire delle linee di associazione. Quando le linee sono tagliate le connessioni associative sono interrotte.

Ormai il controllo sulle menti passa dalla recisione di ogni linea di associazione. Le connessioni sono già interrotte. Uno dei nostri obblighi, nel perseguire la summenzionata vocazione sociologica del movimento, è ripristinare le connessioni, ristabilendo il giusto meccanismo di causa-effetto e individuando le correlazioni e le corrispondenze a volte nascoste nella trama degli eventi. Perché, per dirla con le parole di Thomas Pynchon (L’arcobaleno della gravità, 1973):

Come tutti gli altri tipi di paranoia, gli effetti qui riscontrati non sono altro che il sintomo iniziale, il bordo d’attacco prodotto dalla scoperta che tutto è connesso, nel Creato, un’illuminazione secondaria – non ancora l’Illuminazione accecante, ma per lo meno coerente, che forse può costituire una Via d’Accesso per le persone come Čičerin, solitamente tenute ai margini…