La riflessione sul cambiamento può prendere le mosse da due condizioni opposte. Da un lato, il cambiamento stesso può indurre nell’osservatore lo stimolo all’interpretazione e all’estrapolazione, allo scopo di anticiparne e prefigurarne gli esiti, per denunciare un rischio o anche solo per tener fede a un’aspirazione di attendibilità. Dall’altro, la molla innescante può essere la possibilità del cambiamento, l’introduzione di un elemento di divergenza in un contesto inizialmente statico e immobile.

Esiste poi l’intero spettro delle condizioni intermedie, le diverse combinazioni ibride dei due estremi.

Per esempio, pensiamo al mondo che ci circonda. Il progresso tecnologico ha imboccato una china sempre più ripida, le innovazioni si succedono a un ritmo crescente che diventa ogni giorno che passa sempre più vertiginoso. Eppure a questa accelerazione tecnologica non corrisponde quasi mai un’immediata ricaduta sul tessuto sociale. Il telelavoro prefigurato fino a un decennio fa come una delle principali innovazioni che avrebbero interessato il mercato del lavoro è naufragato prima ancora di partire. In compenso, con assurde e paradossali pretese di flessibilità, si è reso il mercato del lavoro sempre più precario e si è prodotta un’intera fascia di disoccupazione giovanile come mai le generazioni che ci hanno precedute avevano avuto modo di conoscere.

Non si può restare insensibili al cambiamento. Come non si può restare indifferenti all’immobilismo. Entrambi ci prospettano situazioni con vari gradi di problematicità. E le situazioni problematiche sono il carburante drammatico di ogni storia. Occorre un esercizio costante e continuato per affinare la sensibilità e riuscirne a cogliere i risvolti, con l’obiettivo di trasfigurarle nei nostri racconti.

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Laura Li - Ultradandies

Un’immersione nei colori psichedelici di un mondo al limite tra l’onirico e lo psichico, voluttuose tracce di nero china che delineano avvenimenti di un’altra dimensione, distopica ma anche ammaliante. Questo è Ultradandies di Laura De Luca, in arte Laura Li, “illustratrice e investigatrice della psiche, viaggiatrice di mondi reali e paralleli”, come ama definirsi, con la quale ho avuto il piacere di scambiare una chiacchierata virtuale a proposito della sua opera.

Laura, che cos’è Ultradandies?
Ultradandies è un progetto artistico-letterario che unisce scrittura e disegno, mescola differenti tecniche artistiche (stile figurativo e astratto, fumetto, fotografia, grafica digitale) e influenze provenienti da cinema e letteratura fantastica, e sotto la metafora delle avventure dei personaggi vuole trasmettere la speranza di un progresso di coscienza per l’umanità.

Qual è la trama della storia?
Dopo un efferato conflitto e trasformazioni tecno-biologiche, il mondo si è diviso in Dimensioni. Sovrani dispotici e assoluti ne sono gli Dèi, imperituri e incorporei, padroni di tutta la più elevata conoscenza, che possono rendere la vita più o meno tollerabile a seconda del livello di devozione loro offerto.
I tre personaggi protagonisti sono Chei, Tanit e Pola, creature angeliche e crudeli, poetiche e medianiche, discendenti di un’antica casta di maghi scienziati sterminati dagli Dèi durante le faide per la presa del potere. Chei è un artista scienziato con uno stile di vita che rammenta Oscar Wilde, Pola è la più trasgressiva e ama agire al di fuori dalla legge, Tanit è attratta da tutto ciò che è bizzarro, sensuale e ai limiti del razionale.
Relegati nell’oblio nella decadente terra di Amenti, asilo di sbandati ed emarginati, essi sopravvivono come contestatori e fuorilegge, osando opporsi alla politica della Quinta Dimensione. Tuttavia, il tempo li ha resi ormai abulici per la privazione di ogni orizzonte, immobilizzati in una realtà di espedienti, traffici illeciti, estraniamento. Sarà l’arrivo di un tondo viaggiatore dello spazio, un alieno filosofo e ricercatore, che saprà spingere i tre a rivoluzionare completamente le loro esistenze.

Da dove nasce l’idea?
L’idea è nata da un sogno reale che ho poi trascritto, una fiaba nera dove un uomo e due donne si risvegliano da un lungo sonno e fuggono da un tiranno che li ha imprigionati in un mondo parallelo oscuro e claustrofobico, e per mantenere la loro libertà i tre devono scrivere un racconto ogni giorno.

Dei tuoi disegni mi piace molto sia la linea morbida che scivola quasi senza soluzione di continuità sulla tavola dando vita alle forme, sia l’accostamento del bianco/nero a colori molto accesi. Come definiresti il tuo stile?
Il mio stile è una fusione di innumerevoli ispirazioni, dalla grafica giapponese a quella psichedelica, da Tamara De Lempicka, al mondo della moda, al dandysmo.
Mi stimola molto la contemporaneità, la mescolanza di linguaggi dis-continui, a-logici, cogliere come un’antenna informazioni e messaggi da tutto il mondo, stratificazioni in evoluzione.

Perché una scenografia fantastica?
È stata una scelta istintiva: la fantascienza e il gotico sono le mie prime letture. Fin da bambina, infatti, mi perdevo nei fumetti anni ’70 di mio padre (Flash Gordon, Mandrake, Valentina, Corto Maltese). In seguito le mie letture si sono orientate tanto al fantastico che ai fondamentali Edgar A. Poe, Franz Kafka, Jorge Borges, William Burroughs.
Le ambientazioni di Ultradandies, comunque, sono più che altro suggerite: descrivo un mondo fluido, onirico, frutto di uno stato mentale. Violenza e sesso esplicito sono banditi; aveva senso darne rilievo nel passato per infrangere i tabù e sfidare una morale ipocrita, mente adesso è diventato piuttosto un cliché commerciale.

Nel tuo lavoro parli di tecnologia combinata a magia. Lo scrittore Arthur C. Clarke sostenne che “ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia”. Cosa ne pensi?
In Ultradandies non si tratta di tecnologia nel senso comune, poiché si sfrutta il potenziale psichico dei personaggi, il paranormale, i flussi energetici. Ultradandies è, per citare William Gibson, è “un’avventura di viaggio direttamente collegata al sistema nervoso”.
La frase di Clarke è più che mai profetica; ad esempio si pensi al Junk DNA: DNA non codificante la cui frequenza, ovvero la stessa informazione genetica, sarebbe influenzabile tramite raggi laser opportunamente regolati. Questo richiama i Veda, il pensiero esoterico del Logos, le guarigioni miracolose…

Charles Baudelaire assimilava la natura (il mondo, generalizzando) a “foreste di simboli”. Anche nel tuo lavoro la simbologia non manca. Ritieni che sia importante per l’uomo riuscire a scoprire i simboli dai quali è circondato?
Il simbolo mi ha sempre affascinato, l’albero della vita era una delle mie ossessioni. È un mezzo potentissimo: il glifo che ci permette la sintesi, la comunicazione con aspetti del subcosciente altrimenti sigillati.

Uno dei messaggi che hai voluto trasmettere è la necessità di rivoluzionare il proprio io per sperare in un progresso di coscienza per l’umanità. Secondo te è possibile nella nostra realtà?
Me lo auguro! Il tema cruciale degli Ultradandies è il viaggio, psichico e reale, e vuole spronare ad aprire le porte all’immaginazione, al cambiamento, ad uscire dalla mediocrità. Le persone sono condizionate dall’immobilità di pensiero e di azione, si rinchiudono nella routine nella speranza di arrestare il tempo nell’illusione di averne chissà quanto a disposizione. In Italia domina una sorta di catalessi e rassegnazione, in questo senso, ma io non ci sto e nel mio piccolo combatto da sempre la mia battaglia.

È disponibile per ora solo un’anteprima di Ultradandies. Dove e quando si potrà acquistare l’opera completa?
Per adesso sono alla ricerca di un editore, è un prodotto non facilmente catalogabile ma ha un suo potenziale commerciale e quindi sono ottimista.

Altri progetti?
Al momento sono impegnata in un progetto in Marocco, dove sto costruendo una casa-laboratorio per artisti e creativi di tutto il mondo (un piccolo anticipo sarà il progetto Marocco Club).
Il viaggio degli Ultradandies però prosegue, verso un nuovo mondo, dove il rapporto fra immagine e parola sarà ancora più magico.

Laura Li - Ultradandies

Vincitore agli Oscar 2011 dell’Academy Award for Animated Short Film, The Lost Thing è un cortometraggio d’animazione della durata di quindici minuti, diretto da Andrew Ruhemann e Shaun Tan, narrato dalla voce di Tim Minchin.

Shaun Tan, già noto e pluripremiato a livello internazionale, è un narratore sorprendente, capace di catturare l’attenzione grazie al suo variegato immaginario e al lirismo delle sue storie. Protagonista del cortometraggio è un ragazzo solitario e introverso, instancabile collezionista di tappi di bottiglia. Un giorno, mentre si sta dedicando a questo hobby sulla spiaggia, si imbatte in una creatura singolare, una specie di teiera-granchio. Resosi conto che essa si è perduta, abbandonata tra l’indifferenza di tutti, cerca di scoprire a chi appartenga e di ritrovare la sua casa.

L’ambientazione ricreata da Tan è volutamente inquietante: decadenti edifici di cemento sui quali si arrampicano tubi arrugginiti, una città statica e sprofondata, come in alcuni dipinti di Edward Hopper, in una sorta di apatia, di noia post-industriale. Anche i suoi abitanti sono affini al mondo autistico che popolano, completamente assorbiti in se stessi, nelle proprie abitudini rituali e in una vita desolata e incolore, tanto che nemmeno notano la creatura e non vogliono a nessun costo interrompere la routine per aiutarla. Nel disinteresse generale e ostacolato da una burocrazia kafkiana, solo il giovane, commosso dall’infelicità di questo curioso essere, se ne prende cura.

A tratti struggente, a tratti gioioso, questo corto seduce con una grafica fiabesca ed è sorretto da un solido costrutto di progettazione, animazione, suono e musica. Contraddistinguendosi per eleganza e semplicità, dipinge un mondo surreale che fonde il quotidiano, l’insolito e il bizzarro. La storia è speciale non solo per l’impianto grafico-narrativo, ma poiché invita a guardare il mondo con occhi diversi, per accorgerci di quanto ci circonda e recuperare la fiducia nel valore della bontà. Il concetto di cosa perduta, inoltre, ha una sottile venatura filosofica: può essere simbolo della natura, dell’innocenza, oppure il dilemma di aver smarrito se stessi o la propria parte più umana; sono molte le interpretazioni possibili.

Abile a governare l’incantesimo che lega immagine e parola (“io uso il testo come malta tra le piastrelle delle figure: il testo è un tessuto connettivo tra le immagini che raccontano la storia”), la visione di Shaun Tan è peculiare e vuole trasmette significati profondi soprattutto tramite l’emozione e l’empatia. In tal senso, rammentando una citazione di Neil Gaiman (“He had gone beyond the world of metaphor and simile into the place of things that are, and it was changing him”) e leggendo un’intervista congiunta pubblicata poco tempo fa sul Guardian, ho ravvisato che le analogie tra questi due autori e la loro poetica non sono poche.

In The Lost Thing, così come in alcuni testi gaimaniani (si pensi a Neverwhere e Stardust, solo per citarne un paio), l’impianto fantastico è strumento ed espediente fondamentale per veicolare un messaggio di valenza universale. Altri punti di contatto sono, ad esempio, la staticità e grettezza in cui sprofonda il quotidiano, l’attenzione ai particolari apparentemente insignificanti ma dietro ai quali si celano meraviglie e altre dimensioni, il superamento dell’egoismo, del disinteresse, delle proprie ristrette vedute, l’emozione e l’empatia che risvegliano l’io. Fattore fondamentale è, in primis, la curiosità, quale capacità di gettare uno sguardo profondo e diverso sul mondo, vederne e valutarne le sfaccettature. Solo grazie alla curiosità, cui è strettamente legato il desiderio di arricchimento interiore, è possibile superare l’indifferenza e riuscire finalmente a vedere davvero. In secondo luogo, centrale è il ruolo dell’emozione, che, intesa anche in senso etimologico (e-moveo) si ricollega direttamente all’empatia. Essere in grado di provare empatia spinge a mettersi in gioco, ad andare oltre il sé: se l’individualismo è fondamentale per coltivare se stessi, rendersi individui e non massa, l’empatia è la summa in cui convergono curiosità ed emozione, nonché uno degli strumenti fondamentali concessi all’essere umano per salvare se stesso e compiere un salto evolutivo di consapevolezza.

Questo assunto non è soltanto mera speculazione. La teoria dei neuroni specchio, di recente tornata in voga a seguito dell’uscita del film L’alba del pianeta delle scimmie, il cui lancio è stato accompagnato anche da approfondimenti (questo ne è un esempio interessante) a cura di uno dei maggiori studiosi odierni, il primatolgo Frans De Waal, consente un nuovo approccio agli schemi relazionali tra esseri umani, punto fondamentale dei quali sarebbe proprio l’empatia (ben diversa dall’altruismo), pur legata al restante complesso sistema emozionale umano. Un nuovo metodo di studio per una gamma eterogenea di discipline, quindi, che beneficia dell’apporto delle tesi della fisica quantistica e delle teorie delle complessità, le quali si sono rivelate particolarmente proficue nello studio dell’interazione dinamica degli organismi viventi. L’empatia, anche scientificamente, corrisponderebbe all’accettazione della sfida diretta a superare i limiti del singolo, a sviluppare conoscenze innovative e creative non solo per i propri fini. A lungo termine essa potrebbe incentivare il rinnovamento dalla declinante società meccanicistica e iper-capitalistica verso una società ventura empaticamente partecipata.

E, sotto forma di fiaba immaginifica e affascinante, congiuntamente all’aforisma “today is the tomorrow you expected yesterday”, Shaun Tan ci indica l’inizio di un simile percorso.

Nel 1959 Charles Percy Snow, di professione scienziato, di vocazione scrittore, scrisse il suo celebre saggio (rielaborazione della Rede Lecture tenuta nel maggio di quell’anno presso l’università di Cambridge, pubblicato nel ’63 con considerazioni aggiuntive) in cui teorizzava la frattura tra le due culture. In esso l’autore britannico constatava la generale diffidenza degli scienziati e degli ingegneri verso la letteratura (considerata avulsa ai loro interessi), con conseguenze limitanti per la loro intelligenza immaginifica; e al contempo la scarsa familiarità degli uomini di lettere con la scienza, le sue tematiche e anche solo i suoi concetti di base.

Evidenziava in queste considerazioni un retaggio del passato, dell’atteggiamento «conservatore» di gran parte degli intellettuali dell’Ottocento e dell’influsso che avevano esercitato sul gusto dei suoi contemporanei, e ne denunciava la prospettiva limitata che aveva impedito loro di cogliere i benefici che l’industrializzazione avrebbe potuto comportare sullo stile di vita e il benessere delle fasce sociali più povere. Inoltre lamentava l’attitudine degli uomini di scienze, che di fatto si auto-limitavano nel proprio ruolo, negandosi i benefici che una base umanistica minima avrebbe potuto apportare al loro modo di rapportarsi al loro stesso lavoro.

Il problema, sostiene Snow ed è facile concordare con lui, affonda le radici nel sistema educativo. Bisognerebbe investire in formazione, prestando i nostri tecnici ai paesi poveri per propiziarne al più presto lo sviluppo industriale. Secondo Snow, l’India avrebbe potuto uscire dal suo stato di povertà con l’aiuto di scienziati e ingegneri inglesi, americani e russi, e lo stesso avrebbe potuto capitare al resto dell’Asia (Cina esclusa, in cui già intravedeva potenzialità di autosufficienza) e Africa.

A distanza di oltre mezzo secolo dalla stesura del saggio, è sorprendente constatare come alcuni elementi abbiano seguito le previsioni dell’autore, penso soprattutto all’ingresso della Cina nel club dell’industrializzazione, ai benefici dimostrati delle riforme scolastiche volte a valorizzare materie scientifiche e tecniche (che anzi prima o poi potrebbero portare i paesi della Vecchia Europa a chiedere il sostegno dei paesi sulla cresta dell’onda, Brasile, Russia, Cina e India); ma, paradossalmente, è altrettanto sorprendente continuare a riscontrare la persistenza della frattura tra le due culture. Per esempio, oggi come allora la narrativa di consumo come la letteratura dell’Occidente sono dominate da protagonisti con scarsissime attitudini tecnologiche e prevalentemente analfabeti in qualsiasi materia scientifica; i romanzi sono invece affollati di psicologi, pubblicitari, magistrati, poliziotti, assediati da una massa impiegatizia indistinta e anonima. E, man mano che anche le conoscenze umanistiche di base si assottigliano con la complicità delle varie riforme che hanno riguardato l’insegnamento, specie in Italia le opere letterarie sembrano produrre protagonisti amorfi e indistinti come riflesso di un pubblico amorfo e indistinto a sua volta.

Se in ambito letterario la fantascienza rappresenta il ponte ideale tra umanisti e tecnici/scienziati, in Italia attualmente esiste un solo gruppo di autori che si è dato programmaticamente lo scopo di superare il divario tra le due culture.

Secondo Snow, gli unici autori dell’Ottocento che avrebbero potuto cogliere la portata del cambiamento furono per la loro ampiezza di vedute e vocazione i russi, che però rimasero sempre vincolati al contesto rurale e pre-industriale del loro Paese. Questo dovrebbe insegnarci qualcosa e servirci da ammonimento. L’Italia, tra i paesi della cosiddetta Eurozona più esposti alla crisi economica, si trova oggi al centro di una tempesta finanziaria. Il nostro è un argine e noi ci troviamo proprio quassù, esposti ai venti della bufera. Se la barriera di contenimento terrà o meno, la storia imboccherà un corso oppure un altro. Ma se non dovesse tenere – e il premio Nobel Paul Krugman, che solitamente nelle sue analisi si rivela impeccabile, non è affatto ottimista – quello che sperimentiamo noi oggi, potrà toccare domani a qualcun altro.

Sta a noi interpretare e decodificare i segnali. I tempi sono stretti. Ma nel ruolo di testimoni che compete agli autori, è anche un dovere – oltre che una prerogativa – dei connettivisti saper fornire un punto di vista sul mondo che cambia intorno a noi.

Uno dei progetti che sta attraversando trasversalmente il Connettivismo, in questo periodo di evoluzione del Movimento, muove verso le mappe culturali del cosiddetto mainstream; ovvero dei prodotti culturali fruiti dalla moltitudine nazionale e internazionale, spesso assai poco interessata ai fenomeni di nicchia, o di avanguardia, in cui noi connettivisti abbiamo sempre trovato l’humus necessario affinché le nostre idee nascano, e prosperino, in modo così florido da costituire – questa è la nostra speranza – fonte di nutrimento per noi stessi e le generazioni di sperimentatori future.

In quest’esplorazione del mainstream sappiamo di avere molti autori come punti fermi, fari nella notte in grado di illuminarci sul chi siamo e su cosa possiamo essere nel tessuto del reale; il nostro intento è, ora, cercare di operare una trasformazione alchemica del reale, una mutazione che sia di portata epocale e in grado di aprire scenari nuovi, assimilabili nel futuro. Tra questi autori è bene ricordare un paio di nomi, tanto per dare delle coordinate non esaustive ma, comunque, valide: Ballard e Murakami.

Accanto a loro, mostri sacri della letteratura capaci di far filtrare strisce inquietanti di universi distopici nelle trame del nostro presente, mi piace citare (cito anche io, non sono certo stato il primo a scoprirlo) un nome italiano che indaga con la certosina attenzione di chi sa su quale strada ci stiamo incamminando: Lara Manni. Su Carmilla sta pubblicando da qualche tempo recensioni come questa, dove analizza nello specifico l’influenza delle tradizioni, delle fiabe, sul presente culturale. Lara nel suo articolo parte, appunto, da una fiaba russa – assai simile, come inizio, a Pinocchio – in cui si sublima il desiderio di maternità e paternità di una coppia, che ha fornito lo spunto per il romanzo di esordio di Eowyn Ivey, La bambina di neve, che traspone la storia nel gelo dell’Alaska. Scrive Lara Manni:

L’innesto della fiaba classica in un romanzo contemporaneo, infatti, è una tendenza che interessa non pochi scrittori, fino a diventare – ineluttabilmente – filone editoriale emergente negli Stati Uniti. Qualche tempo fa, Editrice Nord ha pubblicato una raccolta di racconti di Andrzej Sapkovski dal titolo Il guardiano degli innocenti, che è stata salutata con favore dai lettori di fantastico italiani più per il riferimento al videogioco che ne è stato tratto che per la derivazione fiabesca. Il protagonista, Geralt di Rivia, è un Witcher, uno strigo che combatte mostri in una serie di quest replicabili all’infinito. Lo strigo vince sempre, ha un suo codice etico, sufficiente cinismo, molto orgoglio, abbastanza carnalità da intrattenersi con fanciulle di passaggio. E soprattutto agisce all’interno di fiabe e miti: c’è la rivisitazione al nero di Biancaneve, si accenna alla fuga di Cenerentola dal ballo, Raperonzolo diviene l’emblema di un culto femminile proibito.

Ecco, il compito dei personaggi del fantastico cambia connotati, in questo periodo storico, perdendo un po’ delle caratteristiche canonizzate del genere, ovvero lo stacco dal reale per farci volare, portarci in una capsula astrusa dove il reale appare un continuum lontano, irraggiungibile; la tendenza di adesso tende, invece, a cercare di tenersi ben più saldi su quello che abbiamo attorno, lo stacco di fantasia non va più in orbita ma sembra in grado di contaminare il nostro mondo tattile, operando un’invasione che è ben più reale e fattibile, e ciò è per certi versi un metodo ancor più rivoluzionario del vecchio modo di intendere il genere: è il colare dell’universo fantastico su ogni poro del reale.

È un po’ come investire di nuova missione gli autori del nostro genere preferito: non più fuga ma incursione sul mondo in cui tutti si muovono. Stiamo accendendo continuamente lumini lungo un sentiero che pensavamo non fosse il nostro; ci stiamo accorgendo di essere in tanti a farlo, davvero pronti a fare qualcosa di nuovo, soltanto vivendo l’usuale.

Le nostre riflessioni connettiviste hanno un habitat, generalmente, ristretto all’ambiente del Movimento: i pensieri e le teorie che sono alla base delle intuizioni che espletiamo, con frequenza asincrona e non con la stessa prolificità tra i diversi membri del collettivo, hanno spesso esistenza esclusivamente all’interno del nostro circolo; auspicabile sarebbe riuscire a esportare questi filamenti di idee verso il mondo che ci permea, la cosiddetta realtà. Esportarli significa renderli fondanti, destabilizzanti per certi versi perché così diverrebbero in grado di cambiare la realtà e renderla nuova, non dico connettivista ma, almeno, con al suo interno elementi di discontinuità dal presente, una sorta di terreno culturale su cui le nuove generazioni possano trovare elementi di fecondità. Qualcosa per cui loro potranno – si spera – sentirsi nuovi rispetto al nostro mondo, pensiero, vita, memi.

Ecco perché è importante che i connettivisti escano dalla loro culla e si collochino, tanto per cominciare, nell’alveo della cultura cosiddetta mainstream. Iniettare idee nel tessuto forse moribondo del nostro tempo, ispirare la consapevolezza del mutamento, instillare quella visionarietà postumana che potrà cambiare la nostra civiltà e interpretarla secondo declinazioni di equità ed empatia, è forse il lascito che potrà testimoniare maggiormente la nostra vitalità il giorno che noi non saremo più. Dal lato intellettuale, intendo: il giorno in cui le nostre idee non avranno più nessun connotato di novità.

Il passaggio al nuovo anno è stato un ottimo momento per rispolverare il Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere di Giacomo Leopardi, testo conciso ma di grande efficacia sul sentimento di vana e riluttante aspettativa legato all’iniziare di ogni nuovo anno, spesso smentito dallo stesso scorrere del tempo. La riflessione su Utopia e Disincanto (per chiamarla col titolo di un bel saggio di Claudio Magris, uscito all’alba dell’attuale millennio) è un tema trattato profusamente dal pensiero e dalla letteratura degli ultimi secoli, sul quale vale la pena soffermarsi in questo particolare momento storico, ora poi che siamo entrati nel fatidico 2012, il proclamato anno dell’apocalisse: ci aspetterà la catastrofe finale, come troppo spesso fonti che poco o nulla hanno di scientifico hanno vaticinato, oppure la rivelazione, come suggerirebbe l’etimo greco?

Una volta venuta meno la fiducia connaturata alla giovinezza o legata al sostegno incondizionato di una fede o di un ideale, sarebbe facile indugiare nella rassegnazione per effetto della delusione; o, ancor più, scivolare in qualche forma di pessimismo oppure nella ricerca di una via di fuga dalla realtà. La domanda che già si pose Immanuel Kant nella Critica della Ragion Pura è pertanto: “Che cosa posso sperare?”. La risposta è suggerita dall’ineluttabile esigenza di rinnovamento che nasce proprio di fronte al crollo dell’illusione: vivere secondo utopia e disincanto, indissolubili tra loro.

Utopia come lotta contro la rinuncia e per il cambiamento nel rispetto della lezione di Bertolt Brecht, che strenuamente spronò nelle sue opere a vincere l’impassibilità, a coltivare il dubbio, a non rassegnarsi allo stato delle cose (“Ci sono uomini che lottano tutta la vita. È di loro che non possiamo fare a meno”). Ma è necessario anche il disincanto, quale svolta che permetta la comprensione dei limiti propri e dell’uomo, ma non per questo scoraggi nel credere e coltivare un mutamento possibile. Esemplificativo in tal senso, come evidenzia lo stesso Magris, è il legame simbiotico tra Don Chisciotte, colui che scambia il sogno con la realtà, e Sancho Panza, che sa vedere le cose nella loro oggettività ma anche capire che è fondamentale ricercarne il lato incantato, le potenzialità invisibili.

Il cosiddetto Secolo Breve, nonostante sia già stato oltrepassato, non è ancora del tutto concluso, ne stiamo vivendo gli ultimi amari strascichi, sta implodendo in una crisi totale di quello che era considerato il classico modello occidentale. Il suo declino definitivo potrebbe essere la “catastrofe inaudita” con la quale Italo Svevo concluse La Coscienza di Zeno, un passo soggetto a plurime interpretazioni, tra le quali quella che preferisco è che l’attraversamento dell’apocalisse potrebbe rappresentare simbolicamente la presa di consapevolezza della malattia mortale (come la definì Søren Kierkegaard) dell’uomo moderno, non come limite e ripiegamento su se stessi, bensì del fatto che “La vita non è né brutta né bella, ma è originale”.
È quindi riconoscere e accettare, attraverso una pur dolorosa catarsi che ha il sapore della tragedia classica e necessita di una fondamentale dose di ironia, il disincanto, per accedere a un’utopia attuabile e responsabile.

Significativo mi sembra anche La strada di Cormac McCarthy, romanzo di grande impatto e forza e dalle molteplici chiavi di lettura. In un mondo post-apocalittico, desolato, pressoché disumanizzato, il protagonista non è un supereroe, un uomo invincibile, bensì un bambino. Credo che questa simbologia sia a dir poco dirompente: per superare il tracollo del mondo, non si ricorre a superpoteri hollywoodiani, ma la possibilità di salvezza risiede nella riscoperta delle occasioni che il domani può ancora offrire, nel voler credere che il sud, il mare possano essere raggiungibili, giorno per giorno. Nonostante tutto il male che si è obbligati a subire, legato all’essere figli dell’orrore e il vagare in una nebulosità che talora può offuscare gli obiettivi, McCarthy incoraggia a non cedere ad un egoismo disumanizzante o al desiderio di morire, ma a serbare nella maturità un’innocenza tesa al cambiamento, individuando i fattori di forza nell’eccezionalità dei sentimenti celati dentro di sé e in ciò che si vive tutti i giorni (metafora che nel romanzo è rappresentata dal fuoco portato dal bambino insieme al padre).

Soprattutto in questi anni di crisi e di fallimento delle certezze e del mondo come lo conoscevamo, forse proprio la letteratura può aiutare a mostrare che la speranza è ancora possibile, anzi, è nostra precisa responsabilità, perché, come scrisse Italo Calvino nel meraviglioso finale de Le Città Invisibili:

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e approfondimento continui: cercare e sapere riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”