China Miéville in pochi anni è diventato uno degli scrittori imprescindibili della narrativa fantastica, dimostrando un’eccezionale abilità narrativa, risolutezza ed effervescenza di idee e di immaginazione, nonché capacità di intessere storie avvincenti e inedite. Embassytown, pubblicato nel 2011, ne è una straordinaria riconferma.

Premetto che la mia opinione è indubbiamente di parte, poiché il romanzo è incentrato su una tematica che mi affascina moltissimo in tutte le sue variegate declinazioni, ovvero il linguaggioEmbassytown, infatti, poggia su un solido sostrato speculativo, che non si traduce in pesanti digressioni meramente teoriche, bensì si fonde con trama e descrizioni per dar vita a un’immersione narrativo-sensoriale-filosofica.

Lo stile caratteristico di questo libro potrebbe essere una delusione o noioso per chi preferisce costruzioni essenzialmente incentrate sul susseguirsi di azione, climax e avvenimenti. Per affrontare Embassytown e gustarlo appieno bisogna lasciarsi avvolgere dal romanzo stesso, dalle impressioni, a volte distinte altre sfocate, che suggerisce.

La storia è narrata direttamente dalla protagonista, Avice Benner Cho, attraverso il suo peculiare punto di vista, filtrato dalla sua percezione e dalle sue emozioni, e dal ricordo degli eventi passati. È spiazzante, soprattutto all’inizio: ci si ritrova in una realtà altra, senza punti di riferimento o dettagli grazie ai quali ricostruire questo mondo intrigante ma sconosciuto, che si svela soltanto nello svolgersi della storia. La complessità – e bellezza – del romanzo non è dovuta solamente a questo aspetto – una vaghezza studiata e cesellata – ma soprattutto allo stile e alle scelte linguistiche, talora ardite, arricchite da termini presi da altre lingue o costrutti inediti o particolari. È un romanzo che non tende a spiegare minuziosamente, che non si profonde in passi retorici, ma mira a coinvolgere in maniera appassionata e magnetizzante, per far riflettere e trasmettere il proprio messaggio proprio grazie ad un forte coinvolgimento empatico, emotivo e figurativo.

La storia si svolge su un pianeta alieno, ove si è stabilita una colonia di esseri umani che convivono in base a delicati equilibri con la specie aliena degli Ariekei, chiamati anche Hosts. Gli Ariekei sono affatto singolari ed estremamente affascinanti: una sorta di ibrido, con sottili e ampie ali e due bocche. La loro peculiarità – un elemento vitale, sacro oserei dire – è il linguaggio, che emettono dalle due bocche distinte, pronunciando ogni parola simultaneamente a due voci, senza alcuna distinzione tra fonia e significato, soprattutto senza mai poter mentire – poiché la loro lingua può riferirsi soltanto a cose reali ed esistenti. Gli esseri umani, abitanti di Embassytown, per poter comunicare e relazionarsi con gli Ariekei, hanno creato, in seguito a manipolazioni genetiche e alla biotecnologia, gli Ambassadors, gli Ambasciatori, individui di spicco, uniti in coppia, Rappresentanti degli umani stessi. Talvolta gli Ariekei, consci della difficoltà di comunicare e comprendere concetti ed idee a loro estranei, utilizzano dei soggetti umani particolarmente predisposti, che fungono da sorta di tramite di quanto inesprimibile altrimenti. Tra costoro c’è anche Avice, che oltre ad essere una immerser – ossia capace di fluttuare, navigare e orientarsi nella parte più sconosciuta dello spazio, l’immer – è stata scelta anche per essere una simile.

“Before the humans came, we didn’t speak so much of many things. Before the humans came, we didn’t speak”. Questa è una esemplificazione della forza dirompente di Embassytown, del saper discorrere attraverso una storia accattivante della fragilità e della doppiezza del linguaggio, del suo significato e del suo senso stesso di esistere, sulla sua enigmaticità ontologica, il suo essere punto di riferimento, di vicinanza ma anche di diversità tra civiltà differenti, del suo legame così ambiguo con la realtà esistente e con l’immaginazione. In un certo senso, questa considerazione si potrebbe tradurre come una riflessione sulla narrativa fantastica stessa, in tutte le sue ramificazioni: come e quale linguaggio può utilizzare una storia che narra qualcosa che non esiste? Raccontando l’immaginario, il linguaggio rende reale ciò che non è oppure è soltanto un susseguirsi di inganni? Queste e altre speculazioni possibili sono infinite e tutte meravigliose, così intrinsecamente connaturate all’esistenza stessa, così disorientanti perché spogliano l’uomo di alcune certezze basilari – l’esistenza di ciò che è a cui egli dà nome.

Se la tematica richiama Babel-17 di Samuel R. Delany, Embassytown si colloca decisamente su un altro livello, è molto più profondo, sofferto, sottende un dramma esistenziale-filosofico ben più forte. Un palpito simile, soprattutto nell’intima, tormentata e delicata contrapposizione tra l’uguale e il diverso (uomo/alieno), mi ricorda maggiormente alcune straordinarie pagine di Ursula K. Le Guin; così come alcune riflessioni sul legame ontologico tra linguaggio e realtà non ha potuto non richiamarmi lo straordinario dibattito interno alla poesia italiana del Novecento.

Un romanzo, quindi, che assorbe completamente, affascina, dai tratti talora così intimi quanto in altri passi quasi epici, che, nonostante non sia impeccabile, personalmente credo si possa annoverare non solo come alto esempio di narrativa fantastica, ma osare classificare come letteratura.

Sul sito ufficiale dedicato a Philip K. Dick, precursore del nostro immaginario, gli eredi dell’autore californiano hanno pubblicato una lettera inedita indirizzata a Jeff Walker della Ladd Company, una delle società che parteciparono alla produzione di Blade Runner. La lettera, che trasmette un entusiasmo contagioso, si segnala come documento incontestabile del livello di gradimento che il lavoro di Ridley Scott seppe guadagnarsi da parte dell’autore che ne aveva fornito l’ispirazione, oltre che del punto di vista di Dick sulla fantascienza di quegli anni.

Suscita una certa emozione leggerne i passaggi, perché la lettera testimonia anche il livello di coinvolgimento a cui giunse Dick semplicemente guardando uno spezzone di Blade Runner, trasmesso durante un servizio che ospitava anche un’intervista a Harrison Ford all’interno di un programma sul cinema mandato in onda dall’emittente locale Channel 7. L’autore rimase sinceramente impressionato dall’estetica di Ridley Scott, apprezzò il lavoro dei diversi artisti e tecnici coinvolti nell’adattamento cinematografico di Do Androids Dream of Electric Sheep? e infine si spinse a profetizzare, sull’onda dell’entusiasmo, una rinascita della fantascienza che negli ultimi anni – secondo il suo giudizio, forse un po’ troppo severo – era “scivolata in una morte monotona, diventando “fragile, derivativa e stantia”.

Il documento fa la sua apparizione nell’anno del trentesimo anniversario dell’uscita nelle sale del capolavoro di Scott, oltre che della prematura scomparsa di Dick che abbiamo già avuto modo di commemorare, sia su HyperNext (in tre puntate: prima, seconda e terza) che in maniera più organica sulle pagine di Delos. Dick seppe cogliere le sfumature di un’opera complessa e, in maniera istintiva, grazie alla sua spiccata sensibilità, riuscì anche ad anticipare l’impatto che sia dal punto del linguaggio che dei contenuti il film avrebbe esercitato negli anni a seguire, sulla letteratura di genere, sul cinema tout-court ma anche sulle forme d’arte più varie (“potreste aver creato una nuova forma, unica nel suo genere, di espressione artistica, qualcosa di mai visto prima, scrive nella sua lettera a Walker). Dopo le esperienze del cyberpunk e il successo delle declinazioni di temi intrinsecamente fantascientifici secondo gli stilemi della letteratura noir e hard-boiled, è difficile smentire le sue previsioni. E gli echi che se ne riescono a cogliere tuttora nelle opere più disparate e in particolare in capolavori della letteratura di SF (come la trilogia di Kovacs di Richard K. Morgan), del cinema (si pensi a Strange Days di Kathryn Bigelow), dell’animazione (Ghost in the Shell di Mamoru Oshii, da un manga di Masamune Shirow), dei videogiochi (Deus Ex di Warren Spector, prodotto dalla Eidos Interactive) e della televisione (in misura palese nella straordinaria epopea spaziale di Battlestar Galactica, reinventata da Ronald D. Moore e David Eick), stanno a dimostrare che la sua influenza è ben lungi dall’estinguersi.

Per consentire un accesso diretto ai contenuti della lettera di Dick, la pubblichiamo in una traduzione integrale subito dopo il salto. (altro…)

La vita è informazione trasmessa da molecole complesse: l’RNA e il DNA. Le ricerche sul codice genetico che nel 1962 valsero il Premio Nobel per la medicina a Watson, Crick e Wilkins sono alla base della nostra attuale, se pur parziale, comprensione delle basi genetiche della vita. Il modello a doppia elica visualizzato da Odile Speed, moglie di Crick, ha saputo rendere popolare un concetto per molti versi paradossale: il fatto che le informazioni che definiscono le caratteristiche della specie a cui una creatura vivente appartiene e i tratti particolari che definiscono il singolo individuo siano codificate in una stringa molecolare. Il DNA è una macromolecola costituita dalla ripetizione di unità di base e nelle cellule umane è solitamente ripartito in 23 coppie di cromosomi, che nell’insieme costituiscono il genoma umano, formati da circa tre miliardi di basi azotate, per una lunghezza compresa tra 1 e 2 metri, impacchettato per superavvolgimento e racchiuso nel nucleo di ogni nostra cellula. Ogni unità si chiama nucleotide ed è il monomero della catena a doppia elica (definita polimero). Ciascun nucleotide comprende tre sotto-unità:

  • una base azotata
  • uno zucchero pentoso (contenente cinque atomi di carbonio)
  • un gruppo fosfato

Struttura schematica di un segmento di DNA.

La base azotata può essere una di cinque tipi: adenina (A), citosina (C), guanina (G), timina (T) e uracile (U). Le basi azotate si legano a due a due attraverso dei legami a idrogeno. DNA e RNA (una macromolecola più semplice, formata da un singolo filamento, altrettanto importante nella trasmissione delle informazioni biochimiche a livello cellulare) comprendono un sottogruppo dell’insieme di queste basi, ciascuno formato da quattro di esse. Il DNA, in particolare, è formato da coppie A-T oppure C-G. Nell’RNA l’uracile prende il posto della timina.

Lo zucchero è il ribosio per l’RNA, il desossiribosio per il DNA. Il complesso di una base azotata e uno zucchero pentoso  forma un nucleoside. La presenza del gruppo fosfato è responsabile del carattere acido di questi polimeri, da cui il loro nome: acido ribonucleico (RNA) e acido desossiribonucleico (DNA). L’aggiunta di uno o due residui fosforici alla molecola è all’origine della formazione di un nucleoside difosfato o trifosfato (NDP e NTP, rispettivamente), fondamentali per i processi energetici cellulari. In particolare, la reazione per idrolisi che trasforma l’adenosina trifosfato (ATP) in adenosina difosfato (ADP) è la fonte di energia utilizzata dalla cellula per il proprio sostentamento.

In questa brevissima e lacunosa esposizione abbiamo incontrato le due caratteristiche essenziali della vita: informazione da trasmettere ed energia da consumare. Un gioco le cui regole sono severamente iscritte nei vincoli imposti dalla natura e ricordati nella composizione dei nucleotidi di cui sopra, ritenuti non a caso i «mattoni della vita». Da tempo biologi e biochimici s’interrogano sulla validità di queste regole e sui possibili gradi di libertà estraibili dalle restrizioni che impongono. Per esempio: possono esistere polimeri funzionali fondati su altre basi azotate diverse dalle cinque canoniche? Oppure: potremmo sostituire il ribosio e il desossiribosio con un altro zucchero pentoso?

Schema del DNA e alcuni zuccheri pentosi alternativi al desossiribosio.

Diversi team di ricercatori sparsi per il mondo sono giunti quasi simultaneamente ad annunciare nei giorni scorsi i risultati dei loro esperimenti condotti su quest’ultimo fronte. In particolare, un gruppo britannico del Medical Research Council di Cambridge, guidato da Vitor B. Pinheiro, ha esplorato le possibilità degli XNA, ovvero i cosiddetti acidi xenonucleici, come sono stati definiti gli acidi genetici ottenuti usando zuccheri pentosi diversi dal ribosio e dal desossiribosio. Come riportato da Le Scienze, gli zuccheri presi in considerazione sono l’arabinosio, il 2-fluoro-arabinosio, il treosio, un analogo bloccato del ribosio, l’anidroesitolo e il cicloesene, che originano le varianti ANA, FANA, TNA, LNA, HNA e CeNA degli acidi nucleici finora noti. Per tutti questi XNA, è stato possibile ricavare in laboratorio uno strumento fondamentale alla trasmissione dell’informazione genetica in essi codificati, la polimerasi, vale a dire un enzima capace di leggere, trascrivere e retrotrascrivere le sequenze di acidi nucleici. Non essendo presenti in natura molecole di XNA, non esistevano finora nemmeno le corrispondenti polimerasi. I ricercatori britannici sono riusciti ad assemblare polimerasi artificiali in grado di trascrivere l’informazione del DNA in un XNA e, viceversa, retrotrascrivere l’informazione dall’XNA al DNA.

L’ipotesi riconosciuta da Pinheiro e colleghi è che l’XNA possa funzionare come acido nucleico sintetico, ma è ancora presto per parlare di un sistema genetico del tutto autosufficiente. Siamo ancora ai primi passi. Tuttavia l’esito delle loro ricerche è interessante anche per un altro aspetto, legato al mistero dell’origine stessa della vita. L’assunzione che l’RNA abbia preceduto nella scala dell’evoluzione il DNA, molto più complesso, è largamente riconosciuta dai biologi, sebbene resti ancora oscuro il passaggio precedente, ovvero la formazione dell’RNA dal mondo pre-biotico. A colmare la lacuna si candiderebbe ora proprio uno degli XNA studiati a Cambridge, il TNA, l’acido treosinucleico, che ha la possibilità di legarsi all’RNA con un accoppiamento di basi antiparallelo (come accade nel DNA). Un altro passo avanti verso il futuro della programmazione della vita, quindi. Ma accompagnato da un salto a ritroso nel passato verso una comprensione autentica del processo, a cui non dovrebbe rimanere estranea un’assunzione di responsabilità nella sua forma più piena.

All’inizio del 2008, un gruppo di eterogenei artisti europei ha dato vita ad AntiVJ, con l’obiettivo di sviluppare, produrre e promuovere nuove contaminazioni tra arti visive e musica. Il progetto si focalizza su un utilizzo peculiare delle proiezioni e della luce e su come questi due elementi influenzino le nostre percezioni. Combinando strumenti, una solida preparazione tecnica e forme artistiche differenti, i risultati che questi artisti ottengono, di solito durante performance live o attraverso installazioni, sono una vera esperienza artistica neurotonica.

Tra le loro prime realizzazioni si annoverano le performance di mapping, tecnica di cui sono stati tra i pionieri nel campo delle proiezioni su grande scala e per la quale hanno sviluppato un software specifico. Tecnicamente il tutto è reso possibile dalla generazione e riproduzione di proiezioni stereoscopiche su superfici piane, grazie a potenti videoproiettori e processi di mappatura digitale che danno allo spettatore l’illusione della profondità tridimensionale creando enormi schermi virtuali ad alta precisione. Memorabili sono state le proiezioni in una cattedrale in Olanda, su un futuristico edificio in Corea (esperimento che mirava a rappresentare lo sviluppo urbano di una città-modello e come esso può organizzare le persone in reti controllate ed interconnesse) e su una nave-cisterna in Canada.

Questa tecnica di mapping sta attirando negli ultimi tempi diversi video designer, come testimoniano le segnalazioni fioccate in rete (un esempio italiano è il progetto La Torre Riflette di Elisa Seravalli). E si configura come un intento di «ricodifica» dell’esistente secondo parametri sensoriali alternativi, concetto vicino e combinato a quello di realtà aumentata e multisensorialità, tematiche trattate anche nell’ultima iterazione di NeXT, intitolata proprio Maps.

Sfogliando gli altri progetti di AntiVJ, un ulteriore risultato degno di attenzione è Principles of Geometry. Utilizzando la stereoscopia (la tecnologia adottata nel cinema 3D) è stato prodotto un viaggio nello spazio della terza dimensione, della durata di ben 50 minuti, attraverso paesaggi wireframe e sottili linee lattescenti intersecanti prospettive infinite, con una colonna sonora realizzata grazie a sintetizzatori d’epoca.

I componenti di AntiVJ sono attivi anche nello studio e nell’applicazione della luce a strutture interattive, tipologia di installazioni che di recente ha avuto parecchia risonanza grazie all’allestimento presso l’autorevole Centro Artistico 104 di Parigi di una collettiva incentrata sull’interazione tra luce, piani spaziali e immagini, che coinvolgeva inoltre gli stessi spettatori. Antivj aveva presentato qualcosa di analogo con il progetto 3Destruct, che in versione completamente rinnovata è stato da poco riproposto a San Pietroburgo e in Francia. 3Destruct è costituito da un grande cubo di fogli semitrasparenti, a cui sono collegati quattro proiettori che ne mappano le superfici, generando luci, flash e suoni: immergendosi totalmente in questa installazione, lo spettatore perde ogni punto di riferimento razionale e coerenza spaziale, coinvolto in una suggestione che va oltre la logica dell’universo lineare.

Questo tipo di sperimentazione ha radici ricollegabili alle realizzazioni di Lucio Fontana, che già attorno agli anni Cinquanta iniziò a impiegare nelle sue opere la luce in senso spaziale, ossia come elemento in grado di rivelare plasticità inedite e creare nuovi ambienti spaziali attraverso proiezioni di immagini luminose e l’alternanza di zone in chiaro ed altre oscure. L’utilizzo di tubi al neon o del sofisticato effetto della luce di Wood diede vita ad alcune delle prime installazioni della storia dell’arte (si pensi ad Ambiente spaziale a luce nera presentato presso la Galleria del Naviglio di Milano nel 1948), caratterizzate da una sensibilità nuova, rivolta a una spazialità dai labili confini e dalle mille suggestioni recondite, tesa tanto verso l’infinito, il mistero, quanto al nulla, al di là dei confini dell’opera stessa, di cui lo spettatore è parte attiva e integrante. Non a caso, la prima silloge di poesie connettiviste porta un titolo deliberatamente ispirato proprio a Fontana, Concetti Spaziali, oltre.

La nuova frontiera artistica proposta da AntiVJ, quindi, riesce a stimolare un’esperienza di percezioni plurime altamente condensate, nella simulazione della realtà aumentata o del multiverso. E chissà quali altri obiettivi e commistioni sensoriali, grazie a un sempre più avanzato impiego della tecnologia (ad oggi si dicono impegnati nella ricerca di nuove soluzioni che fruiscano della scansione 3D, di un nuovo tipo di motion tracking, delle più avanzate interfacce uomo-computer), sapranno ancora testare in futuro questi pionieri della contaminazione artistica.

La riflessione sul cambiamento può prendere le mosse da due condizioni opposte. Da un lato, il cambiamento stesso può indurre nell’osservatore lo stimolo all’interpretazione e all’estrapolazione, allo scopo di anticiparne e prefigurarne gli esiti, per denunciare un rischio o anche solo per tener fede a un’aspirazione di attendibilità. Dall’altro, la molla innescante può essere la possibilità del cambiamento, l’introduzione di un elemento di divergenza in un contesto inizialmente statico e immobile.

Esiste poi l’intero spettro delle condizioni intermedie, le diverse combinazioni ibride dei due estremi.

Per esempio, pensiamo al mondo che ci circonda. Il progresso tecnologico ha imboccato una china sempre più ripida, le innovazioni si succedono a un ritmo crescente che diventa ogni giorno che passa sempre più vertiginoso. Eppure a questa accelerazione tecnologica non corrisponde quasi mai un’immediata ricaduta sul tessuto sociale. Il telelavoro prefigurato fino a un decennio fa come una delle principali innovazioni che avrebbero interessato il mercato del lavoro è naufragato prima ancora di partire. In compenso, con assurde e paradossali pretese di flessibilità, si è reso il mercato del lavoro sempre più precario e si è prodotta un’intera fascia di disoccupazione giovanile come mai le generazioni che ci hanno precedute avevano avuto modo di conoscere.

Non si può restare insensibili al cambiamento. Come non si può restare indifferenti all’immobilismo. Entrambi ci prospettano situazioni con vari gradi di problematicità. E le situazioni problematiche sono il carburante drammatico di ogni storia. Occorre un esercizio costante e continuato per affinare la sensibilità e riuscirne a cogliere i risvolti, con l’obiettivo di trasfigurarle nei nostri racconti.

L’hacienda adduce spesso a giustificazione della propria esistenza la realizzazione di prodotti. Ma si osservi il processo generale che li santifica quanto più li svuota, riducendoli infine a gusci cavi, privi di asperità e colore, su cui possa far presa col massimo arbitrio il sudario glorificante della pubblicità: allora risulterà chiaro che tale giustificazione è un pretesto.

Libera dagli obblighi della realtà, l’hacienda genera null’altro che involucri, la cui sostanza si riassume nella mera pretesa affermata perentoriamente dall’etichetta e dalla confezione, e supportata dalla falsa testimonianza dei manuali. Prove fittizie che col loro rimandarsi sortiscono un’illusione di consistenza, mentre si tratta di un circolo vizioso che corre intorno al nulla, e lo protegge. L’incantamento pubblicitario provvede a che ben pochi si avventurino nel tentativo di usare davvero il prodotto; il suggerimento è di conservarlo, per farne collezione o esibirlo al momento opportuno: vien fatto chiaramente intendere che il suo regno non è di questo mondo. Alle lamentele e all’insoddisfazione di quei pochi si fa fronte con le garanzie, esse stesse puramente nominali, e soprattutto negando l’evidenza.

—F.Sollima, Fenomenologia dell’umiliazione, I, p.48

Dei giorni scorsi sono due notizie alquanto interessanti per gli appassionati di informatica e di elettronica, soprattutto per quanto concerne i potenziali sviluppi futuri della tecnologia dell’informazione.

Spin-wavefunction

Spin-wavefunction (Photo credit: Wikipedia)

Nel 2008 si cominciò a parlare anche qui da noi di spintronica, una nuova branca dell’elettronica quantistica il cui campo di applicazione più promettente sembrava essere proprio nel settore dei processori quantistici. Su Fantascienza.com ne parlammo diffusamente, per cui rimandiamo a quell’articolo chiunque volesse approfondire l’argomento. Forti degli studi avviati dai ricercatori dell’Università della California di Santa Barbara, sede del Center for Spintronics and Quantum Computation, dalla loro collaborazione con i colleghi del Politecnico di Delft (Paesi Bassi) e della Iowa State University è nato il prototipo funzionante di una nuovissima classe di processori, che dimostra la fattibilità di computer quantistici allo stato solido. Sicuramente è presto per pensare a una produzione commerciale: stiamo solo muovendo i primi passi verso la nuova frontiera della computazione, ma il risultato raggiunto dagli scienziati dei tre istituti summenzionati dimostra che la direzione è quella giusta.

Il prodotto delle loro ricerche è costituito da un substrato di carbonio cristallino al cui interno sono confinati due qubit (ovvero bit quantistici, le unità di base dell’informazione quantistica), realizzati rispettivamente da un nucleo di azoto introdotto come impurità nel diamante e da un elettrone presente in un altro difetto della struttura. In particolare l’informazione è rappresentata dal loro spin, vale a dire il momento angolare intrinseco o, più intuitivamente, il verso di rotazione del nucleo e dell’elettrone. Questa proprietà delle particelle subatomiche si presta a un’applicazione utile nel campo della computazione quantistica. Il principale degli effetti collaterali con cui occorre fare i conti quando si maneggiano unità di informazione quantistiche è infatti la decoerenza, ovvero il progressivo deterioramento prodotto dalle «interferenze» dell’ambiente esterno sull’informazione immagazzinata nei qubit, e il relativo brevissimo intervallo di tempo in cui essi risultano pertanto manipolabili. La tecnica classica prevede un raffreddamento del sistema a temperature prossime allo zero assoluto (-273,15 gradi Celsius), per ridurre le interazioni con l’esterno congelando di fatto il sistema lontano dal rumore ambientale. Tale processo è però comprensibilmente costoso ed è improbabile pensare a una sua applicazione in dispositivi prodotti su scala commerciale. La soluzione proposta con la spintronica sembra invece molto più facile da realizzare tecnicamente. Il nucleo di azoto, pur essendo un qubit più lento, presenta una certa stabilità rispetto alla decoerenza, che ne preserva lo stato per un tempo sufficientemente lungo da renderne possibile l’utilizzo in processi di elaborazione. L’elettrone rappresenta invece un qubit più veloce, ma è anche maggiormente esposto agli effetti della decoerenza. I ricercatori hanno ideato un espediente per “schermarlo” utilizzando degli impulsi a microonde.

Testato su un problema di ottimizzazione, come la ricerca di una particolare occorrenza all’interno di un database, il processore spintronico avrebbe ottenuto il risultato giusto al primo colpo nel 95% dei casi, un risultato sensibilmente superiore a quello che sarebbe stato lecito aspettarsi da un processore classico basato su un algoritmo di ricerca tradizionale (che avrebbe avuto una sola probabilità sul numero complessivo di elementi della base di dati). Un risultato, secondo gli autori della ricerca pubblicata su Nature, sufficiente a dare ragione del comportamento quantistico del loro prototipo.

Secondo molti esperti, proprio campi specifici come l’ottimizzazione o la crittografia rappresenterebbero il terreno più fertile per le applicazioni dei futuri processori quantistici, che quindi finirebbero per soppiantare i processori tradizionali soprattutto nel settore dei dispositivi special purpose, ovvero progettati per assolvere a compiti complessi ma specifici. Un gruppo di ricerca del Max Planck Institut di Garching (Germania) attivo nell’Ottica Quantistica ha invece già pensato a una possibile rete quantistica. Non dobbiamo tuttavia confondere il loro risultato con il progetto di quantum network avviato a Durban, in Sudafrica, dal Centre for Quantum Technology della locale Università del KwaZulu-Natal e basato sulla crittografia quantistica delle informazioni scambiate dalle strutture pubbliche della municipalità di eThekwini, connesse sulla metropolitan area network (MAN) della città. Lo scopo della ricerca eseguita al Max Planck non si limita alla crittografia, ma ambisce a creare una rete come quelle su cui si basa quotidianamente la nostra comunicazione e interazione remota, ma interamente basata su tecnologie quantistiche.

Elementary quantum network of single atoms in optical cavities.

La rete quantistica implementata a livello prototipale dagli scienziati di Garching consiste infatti in due nodi multifunzione collegati da una fibra ottica e capaci di trasmettere, ricevere e archiviare informazioni quantistiche. I nodi sono costituiti da atomi di rubidio intrappolati in cavità ottiche riflettenti: lo stato quantistico di ciascun atomo rappresenta il qubit. Accoppiando tramite entanglement quantistico lo stato di un nodo a quello di un fotone trasmesso attraverso la fibra si realizza lo scambio di informazione con l’altro nodo. Per il momento il prototipo di rete occupa i laboratori dell’istituto e i nodi distano tra loro 21 metri e sono collegati da una fibra ottica lunga 60 metri, ma non ci sono limiti alla scalabilità dell’applicazione. “Stiamo cercando di costruire un sistema in cui il nodo è l’elemento universale”, spiega Stephan Ritter, coautore dello studio pubblicato su Nature. “Non solo è in grado di inviare e ricevere: in linea di principio potrebbe fare tutto ciò che ci si può immaginare”. Il che significherebbe informazione scambiata velocemente e altrettanto velocemente processata, ma soprattutto comunicazione sicura.

Siamo davanti a due significativi passi in avanti nella strada verso la prossima rivoluzione tecnologica che investirà i campi dell’elettronica e dell’information technology. Ne seguiremo gli sviluppi, tenendo come sempre le nostre antenne ben puntate sulle sorgenti del futuro.