Reality Studio


La riflessione sul cambiamento può prendere le mosse da due condizioni opposte. Da un lato, il cambiamento stesso può indurre nell’osservatore lo stimolo all’interpretazione e all’estrapolazione, allo scopo di anticiparne e prefigurarne gli esiti, per denunciare un rischio o anche solo per tener fede a un’aspirazione di attendibilità. Dall’altro, la molla innescante può essere la possibilità del cambiamento, l’introduzione di un elemento di divergenza in un contesto inizialmente statico e immobile.

Esiste poi l’intero spettro delle condizioni intermedie, le diverse combinazioni ibride dei due estremi.

Per esempio, pensiamo al mondo che ci circonda. Il progresso tecnologico ha imboccato una china sempre più ripida, le innovazioni si succedono a un ritmo crescente che diventa ogni giorno che passa sempre più vertiginoso. Eppure a questa accelerazione tecnologica non corrisponde quasi mai un’immediata ricaduta sul tessuto sociale. Il telelavoro prefigurato fino a un decennio fa come una delle principali innovazioni che avrebbero interessato il mercato del lavoro è naufragato prima ancora di partire. In compenso, con assurde e paradossali pretese di flessibilità, si è reso il mercato del lavoro sempre più precario e si è prodotta un’intera fascia di disoccupazione giovanile come mai le generazioni che ci hanno precedute avevano avuto modo di conoscere.

Non si può restare insensibili al cambiamento. Come non si può restare indifferenti all’immobilismo. Entrambi ci prospettano situazioni con vari gradi di problematicità. E le situazioni problematiche sono il carburante drammatico di ogni storia. Occorre un esercizio costante e continuato per affinare la sensibilità e riuscirne a cogliere i risvolti, con l’obiettivo di trasfigurarle nei nostri racconti.

Nei giorni scorsi è apparsa su Carmilla on line, punto di riferimento per tutti gli appassionati italiani di “letteratura, immaginario e cultura d’opposizione” (come recita il sottotitolo della testata), questa recensione al romanzo Infoguerra di Cory Doctorow (edizioni DelosBooks, qui un’anteprima, l’introduzione di Salvatore Proietti è pubblicata on line su Delos SF) a firma di Sandro Moiso. L’articolo, per molti versi interessante e condivisibile, si conclude con un auspicio che riporto integralmente:

Il testo, interessante per la storia e falsamente adolescenziale nella forma, stimola anche una riflessione sul reale ruolo letterario e sociale della fantascienza che trova nell’autore canadese un valido difensore del genere come letteratura d’anticipazione e non di regressione come tante tendenze fasciste nella fantascienza, non solo italiana, sembrano invece voler dimostrare.

In questo passaggio l’autore della recensione sembra cascare con tutte le scarpe in una delle trappole disseminate sul cammino di chiunque voglia parlare di fantascienza. Una strada già accidentata di suo, ma particolarmente infida nel suo tratto italiano. Perché, piaccia o meno, da sempre parlare di fantascienza pone a chi si voglia cimentare con il tema il problema della legittimità della stessa e, di conseguenza, una presa di posizione in merito.

Voglio quindi esprimere in questa sede una riflessione a riguardo. Partendo da un dato di fatto. Attualmente mi pare di poter individuare in seno alla fantascienza italiana un’unica tendenza, che nella fattispecie è quella di cui questo blog è espressione: piacciano o meno le cose che fanno, i connettivisti rappresentano l’unico movimento in attività. Ovviamente non siamo l’unico gruppo “operativo”: la rete brulica di iniziative che hanno in larga parte sostituito l’attivismo delle fanzine, soppiantate dal mezzo elettronico. La rete agevola il contatto tra gli appassionati e rende più immediata ogni forma di scambio culturale, con la conseguenza che mai prima la scena del fandom aveva mostrato una simile frenesia.

La scena è magmatica, fluida e cambia in continuazione. Nell’insieme, la pluralità di voci nel fandom come sul mercato “professionale” mi sembra comunque sempre garantita. Se qualche anno fa la risonanza mediatica catalizzata da alcuni titoli poteva giustificare un certo timore per tendenze revisioniste e conservatrici, oggi la situazione mi sembra migliorata. Il problema, semmai, è rappresentato dal fondamentalismo di alcune frange di «appassionati» o sedicenti tali, che per lungo tempo si sono applicati a campagne di denigrazione, accendendo polemiche futili con il risultato di inquinare il dibattito e screditare l’immagine che la scena poteva trasmettere all’esterno. Ma non è questa la sede per dilungarsi nel merito della questione.

D’altro canto, anche all’estero la fantascienza sembra godere di ottima salute. Se appare ormai abbastanza certo che il post-human ha rappresentato solo una parentesi all’interno della più ampia esperienza del postcyberpunk, incapace di coalizzarsi in un filone organizzato ma comunque sufficientemente tenace da continuare a esprimere un punto di vista credibile, la new space opera e le commistioni con il noir e il weird continuano a godere di notevole popolarità. La military SF gode ancora di un vasto seguito, ma possiamo dire che il suo peso commerciale incide solo in minima parte sugli equilibri complessivi del genere? Possiamo dirlo, credo, nella misura in cui si rivolge a un pubblico che ha solo una sovrapposizione marginale con la platea dei lettori di fantascienza di altra matrice, rappresentando di fatto, a tutti gli effetti, una nicchia. D’altro canto, per affrontare i problemi posti dai tempi che stiamo attraversando, legati alla sfera dei diritti civili nell’era della condivisione in tempo reale assicurata dalla rete, dei mutamenti globali introdotti nei processi socio-economici, dell’etica legata alle tecnologie in via di diffusione (bio e nano), un approccio retrogrado è penalizzato in partenza e può ambire a qualche speranza di successo solo a patto di perpetuare l’incantesimo dell’atemporalità. In un mondo magmatico come quello in cui viviamo, non è un’operazione facile.

Tirando le somme, un libro come quello di Cory Doctorow si segnala per la sua capacità anticipatrice e per la sua presa diretta sull’attualità, indubbiamente. Ma non rappresenta una mosca bianca nel panorama della fantascienza contemporanea, tutt’altro. Piuttosto, andrebbe rimarcata proprio la sua completa integrazione nella scena: gli autori venuti alla ribalta nell’ultimo decennio, come Doctorow, Richard K. Morgan, Charles Stross, Alastair Reynolds, Ted Chiang, hanno percorso in lungo e in largo la mappa del genere, mostrandoci i percorsi più promettenti. Sarebbe più utile guardare alla loro opera e alle ricadute sulla fantascienza e sull’immaginario che condividiamo, piuttosto che ricercare termini di confronto inadeguati da cui prendere le distanze. A meno che il nemico non sia così forte e consistente da meritare una presa di posizione. Cosa che, fortunatamente, non mi sembra.

Per questo, un tentativo di difesa delle qualità della fantascienza condotto mettendo in guardia il possibile lettore da tendenze marginali rischia di diventare un boomerang, soprattutto quando si parla a una platea come quella di Carmilla, piazza importantissima nella rete italiana, che può contare su una media di 500.000 lettori, come recentemente riportato dal suo fondatore Valerio Evangelisti. E da lettore affezionato di quelle pagine non posso che augurarmi che in futuro la causa della fantascienza venga meglio valorizzata. Soccombere al pregiudizio rappresenta un’alternativa decisamente poco allettante, per la scena fantascientifica e per la ricchezza del dibattito culturale.

Che cosa rende appetibile la tecnologia, o un nuovo standard multimediale, o ancora un metodo di fruizione dei contenuti rivoluzionario, agli occhi del consumatore? C’è interazione tra l’oggetto, la tecnologia e i tempi storici in cui nasce la novità o, per essere più precisi, il momento in cui il nuovo oggetto vede la luce nella forma di prodotto commerciale?

Guardando un po’ di indizi disseminati nel nostro presente, analizzandoli, ci si può accorgere che la differenza, il fattore discriminante che il consumatore avverte, risiede nel prezzo di acquisto. Ciò che guida l’acquirente più di prima, in questi anni di ristrettezze e incertezze economiche, è il prezzo con cui riesce a portarsi a casa il bene che ha scelto; avveniva pure nel passato, certo, ma la sensazione che la ricerca spasmodica di un prezzo basso sia aumentata a dismisura, e che il mercato stia cominciando a mangiare se stesso, è pregnante.

Di esempi che suffragano queste osservazioni ce ne sono molti: si può citare tanto per cominciare Amazon, che ha da poco aperto la filiale italiana dove vende, così come accade nel resto del mondo, oggetti e software di vario tipo a prezzi bassissimi (libri, musica, ebook, lettori e-book, quest’ultimi con pochi competitor sul mercato). Tali vendite sono spesso sottocosto, ovvero sotto la soglia del prezzo di produzione. E almeno nel campo editoriale hanno subito scalfito l’interesse delle lobby, che si sono immediatamente attivate attraverso il legislatore, ottenendo una normativa liberticida nonché potenzialmente disincentivante nei confronti della cultura.

Anche nel mondo dei tablet si può trovar traccia di queste particolari condizioni di vendita: Hewlett Packard ha tolto dal magazzino i suoi rivoluzionari tablet – muniti dell’altrettanto rivoluzionario sistema operativo WebOS – vendendoli a prezzi risibili perché, altrimenti, avrebbe dovuto buttarli: il prezzo pieno (prossimo a quello dell’iPad) non garantiva che la vendita di pochissimi esemplari; in sostanza, HP (ma anche altri produttori) non riescono a diffondersi come l’iPad se non svendendo, pur avendo spesso i device caratteristiche tecnologiche nettamente superiori.

Pure gli e-book sembrano seguire la stessa logica: cosa vende di più? A prescindere dal contenuto, vende il libro digitale che ha il prezzo più basso, a patto che sia anche senza i DRM (ovvero i lucchetti digitali) che assicurano soltanto noiose e a volte complesse operazioni per il cliente meno esperto di tecnologia, protezioni aggirabili comunque dall’utente più navigato che, probabilmente, aspetterà solo il momento più propizio per vendicarsi, magari diffondendo l’opera sprotetta sulle reti di condivisione.

È altresì vero che che la filiera manifatturiera tende a considerare sempre meno il lavoratore (non solo sottopagandolo, ma anche riducendogli oltre l’osso le misure di sicurezza, di comodità e quant’altro); spesso le condizioni di salariato appaiono assimilabili a quelle degli schiavi dell’età classica, dove si ergevano meraviglie architettoniche con l’ausilio di manovalanza a costo zero. Si potrà obiettare che non è così, che ci sono i diritti sindacali, legali e via dicendo che difendono il lavoratore dai soprusi delle proprietà, ma la recente storia FIAT insegna che la controtendenza è avviata (da lungo tempo, in realtà) e che tutto il mondo del lavoro italiano si conformerà a queste nuove realtà (come rileva molto bene quest’articolo dei Wu Ming).

In definitiva, se non si abbattono pesantemente e drasticamente i prezzi al dettaglio, i beni non si vendono e le nuove tecnologie non decollano; pure quando decolleranno, avranno sempre bisogno di essere fruite a prezzi davvero stracciati, sottocosto. I profitti saranno dati non dal singolo pezzo ma dalla possibilità di vendere più unità possibili, con un guadagno che si discosta di poco dallo zero. La questione del prezzo stracciato si riflette pure nelle politiche commerciali dei punti vendita alimentari o dei discount. Anche qui è facile comprendere che lo store che riscuote maggior successo è quello che assicura i prezzi più bassi e che magari riesce a garantire (ma non è espressamente richiesto dal consumatore) anche un pizzico di qualità.

Non sono un economista né un perfetto conoscitore del mercato, e quindi la mia teoria va confermata, ricalibrata, smentita dalle vostre considerazioni; e se fosse soltanto, tutto ciò, un sintomo, un manifestarsi del reale valore delle cose? In questi decenni, come si evince dagli interventi (anche) di Sergio “Alan D.” Altieri e nel passato di Valerio Evangelisti, spesso su Carmilla on Line, c’è stato un gonfiarsi spropositato del valore del denaro: ne è semplicemente circolato troppo perché sopravvalutato, perché svincolato dalle effettive riserve auree possedute dalle singole nazioni. Ciò ha conferito un prezzo arbitrario ai beni, il mercato è vissuto su una bolla inflazionistica impressionante che ora si sta, semplicemente, sgonfiando, sta riprendendo il suo reale valore. Una piccola prova del nove di tutto questo? Provate a organizzare dei pasti completi, per una settimana almeno, a un centinaio di persone, e provate poi a calcolarvi il costo singolo di ogni pasto: sarete davvero sfortunati se supererete i due euro a persona. Ma questo non è certo un segreto per chi fa della ristorazione la sua attività, e ciò ci riporta al reale valore dei beni che consumiamo, che compriamo. Io credo che, comunque, la cartina al tornasole di tutto il discorso sia questa: assunto 100 il valore economico globale, abbiamo vissuto in questi decenni con un valore gonfiato pari a centinaia, forse 1000; per riportare a 100 il tutto bisogna lavorare o sui beni, oppure su chi li produce, riducendolo in una condizione prossima alla schiavitù. La sfida del futuro credo si risolva tutto in questa dicotomia.

Ne consegue la domanda finale: è giusto pagare cifre fuori scala per acquistare ciò che ci serve? Qual è il valore reale dei beni che compriamo, in questo momento storico? Fino a che punto ha senso, perciò, viste le considerazioni sul reale costo del denaro, alimentare il mercato dai prezzi gonfiati? È davvero incombente la fine di un regime economico?

Può sembrare tautologico, ma il titolo racchiude in sé una dichiarazione d’intenti, che nasce dalla lettura dell’analisi di Alan D. Altieri sulla Death Economy. Nel terzo capitolo del suo trittico, pubblicato su Carmilla (qui e qui le puntate precedenti), der Wolf conclude la sua scorribanda attraverso il “baratro terminale del collasso economico planetario” con una disamina sferzante della situazione del nostro paese, da lui condivisibilmente ribattezzato necroland, al termine di quello che definisce con perfetta scelta di termini “il ventennio laido”. E ne fotografa lo stato di salute mentale in questo passaggio, illuminante per più di una ragione:

Disconnect, dis-connessione, è il termine anglosassone che meglio descrive questo fenomeno. In una situazione di disconnect, sono interrotte le correlazioni tra causa ed effetto, sono mutilati i parametri tra logica e delirio, sono soprattutto distrutti i confini tra bene e male, giusto e ingiusto. Chi sceglie e/o vuole e/o accetta di condurre una non-esistenza in disconnect, si cala in un mondo completamente illusorio. E totalmente psicotico.

Disconnessione è la condizione accettata da chi smette di interrogarsi, quale che sia l’oggetto d’indagine: il mondo in cui viviamo, la società di cui siamo parte, i processi fisici alla base del cosmo che ci racchiude tutti, la portata e le implicazioni morali delle nostre azioni. È una forma di deresponsabilizzazione, come rimarca Altieri, ed è l’anticamera dell’obitorio. In disconnessione, siamo praticamente flatline, una linea piatta sul monitor di un elettroencefalografo, in una condizione di totale incapacità di agire sul mondo e passivamente immersi nel delirio illusorio indotto per noi dalla droga del regime. Nel caso di necroland – ancora beatamente ignara delle potenzialità intrinseche della rete e sorda al problema del digital divide – questa droga è ancora il mass media del secondo Novecento: la televisione.

Altri prima di me hanno rimarcato l’effetto di stasi indotta dal tubo catodico: l’instaurazione di un sogno di plastica nel pieno azzeramento della dimensione tempo. Il beneficio di un eterno presente è quantificabile facilmente per la classe di governo e lo dimostrano i venti anni di totale immobilità in cui si è adagiato il paese, mentre veniva dissennatamente depauperato delle proprie risorse. Se verso le istanze di cambiamento i governi risultano mediamente refrattari, i governi di regime – anche se si tratta di dittature morbide o, come le ha definite Predrag Matvejevic, demokrature – sono invece particolarmente, intrinsecamente e sistematicamente ostili. Il paesaggio fittizio generato dalle televisioni ha contribuito allo scopo, livellando la sensibilità culturale della popolazione e cristallizzandone la percezione lontano da scomodi impulsi al rinnovamento.

Fin dal loro esordio i connettivisti hanno fatto del cambiamento una delle chiavi indispensabili per la decodifica del binomio realtà/immaginario in cui siamo immersi. Attraverso l’esercizio della critica del reale, come semplice attuazione delle facoltà di trasfigurazione della scrittura, possiamo configurare ed elaborare un nostro ruolo sociale/sociologico, nella scia di quanto di grande è stato fatto con particolare efficacia dalla cosiddetta social science fiction a partire dagli anni ’50. Se torniamo al brano citato dal pamphlet di Altieri, è intuitivo scorgere nelle intenzioni dichiarate del connettivismo un antidoto al processo di sistematica disconnessione dal reale e dal vero in atto da qualche anno a questa parte. Sembra in effetti che la televisione abbia voluto far proprie le tecniche di psico-guerriglia messe a punto di William S. Burroughs (evocate letterariamente in particolare in Nova Express e nel resto della Trilogia Nova):

Il controllo dei mass media dipende dallo stabilire delle linee di associazione. Quando le linee sono tagliate le connessioni associative sono interrotte.

Ormai il controllo sulle menti passa dalla recisione di ogni linea di associazione. Le connessioni sono già interrotte. Uno dei nostri obblighi, nel perseguire la summenzionata vocazione sociologica del movimento, è ripristinare le connessioni, ristabilendo il giusto meccanismo di causa-effetto e individuando le correlazioni e le corrispondenze a volte nascoste nella trama degli eventi. Perché, per dirla con le parole di Thomas Pynchon (L’arcobaleno della gravità, 1973):

Come tutti gli altri tipi di paranoia, gli effetti qui riscontrati non sono altro che il sintomo iniziale, il bordo d’attacco prodotto dalla scoperta che tutto è connesso, nel Creato, un’illuminazione secondaria – non ancora l’Illuminazione accecante, ma per lo meno coerente, che forse può costituire una Via d’Accesso per le persone come Čičerin, solitamente tenute ai margini…

Prendendo spunto dalle riflessioni sugli androidi e replicanti operate da Oedipa_Drake, m’inserisco nella discussione confermando tutte le sue suggestioni, gli spunti che portano in misura diversa alla definizione, in sostanza, del postumano.

La mia intenzione, ora, è inserire nel thread che spero si origini da quelle righe seminali, un nuovo argomento, in qualche modo affrontato da X – pur se non esaustivamente dal punto di vista postumano – quando su NeXT 13 scriveva il suo articolo Paul Krugman: dalla frontiera del commercio.

Parliamo tutti, chi più chi meno, all’interno del Movimento e non solo, di futuro, di come la tecnologia e le semantiche scaturite da essa potranno cambiare la nostra vita, allungandola, fortificandola, diversificandola. Forse però dimentichiamo un particolare che, in questi momenti di crollo dei modelli finanziari, può generare uno stop o peggio, un’involuzione delle nostre speranze: la crisi delle fonti economiche. Sappiamo che alla base del progresso c’è, sostanzialmente, la disponibilità di ingenti fondi da investire, capitale che ora o nel futuro potrebbe venire a mancare, per rivoluzioni finanziarie o politiche; il baratro di un nuovo Medioevo è sempre presente, è lo spettro che agita i sonni di chi rivolge la sua attenzione ai nuovi giorni. Le vie per arrivare a un tale scenario sono molteplici; se le necessità energetiche, per esempio, dovessero portarci all’esaurimento delle fonti petrolifere, senza che nel frattempo sia stata trovata una valida alternativa, cosa succederebbe alla nostra civiltà? Stiamo trasferendo tutto il nostro sapere, buona parte delle nostre vite sociali, su supporti che funzionano con l’elettricità; senza di essa, perderemmo una cospicua percentuale della nostra vita attuale e a quel punto, come si potrebbe parlare di nuova umanità o, per rimanere ancorati ai nostri modelli antropologici, di avvenire, di progresso? Ci troveremmo tutti, all’improvviso, precipitati in un baratro di pure dimensioni umane, lontani dai nostri migliori sogni di espansione fisica, cerebrale, di trasferimento della coscienza su altri tipi di carapaci.

Un altro scenario che potrebbe portare a un netto ridimensionamento del futuro è una crisi finanziaria dettata da mancanza di liquidità, da una presa di coscienza che il patrimonio mondiale ha comunque un valore finito, può scatenare un’altra versione di Medioevo dove le lotte sociali, le guerre civili, i disastri culturali e ambientali susseguenti potrebbero portare a un’involuzione, dove soltanto un’oligarchia potrebbe permettersi le cure migliori, la vita migliore, i giorni migliori; spostando un po’ più in là il ragionamento, potrebbero essere loro i postumani d’elite.

Queste espresse sono solo le ultima opzioni di una pletora di distopie possibili, tutte terrificanti e apocalittiche specialmente se dovessero accadere in concomitanza (ipotesi tutt’altro che peregrina) in cui l’argomento progressista degli androidi, del mind uploading e delle IA sarebbe vanificato da una mancanza finanziaria, reso soltanto un breve sogno dell’umanità, dimenticato nel breve volgere di poche generazioni.

Lo sforzo più grande che dobbiamo fare ora, noi esseri occidentali del secondo decennio del terzo millennio, è duplice: da un lato alimentare la fornace del sogno, fare che diventi sempre più bello e possibile, ma anche vigilare e operare nel presente, nell’ambito delle nostre limitate possibilità e cercando di non remare contro, affinché i fondamenti di questi sogni rimangano stabili, fattibili. Dipende anche da noi se tutto quello che auspichiamo diventerà davvero reale, se davvero consegneremo il nostro mondo a qualcuno che saprà svilupparlo meglio di noi perché avrà potenzialità migliori delle nostre, raccogliendo il nostro testimone che ora è saldamente nelle nostre mani.

Dalla Primavera Araba fino al popolo di Occupy Wall Street intercorrono pochi mesi, centinaia di chilometri e milioni di dati sparati nell’infosfera. Infilando la mano nel magma, a proposito di movimenti di protesta, si potrebbero tirare fuori parole simili:

“Sono solo una banda di teppisti, ladri, stupratori, una teppa che si richiama alla nostalgia dell’epoca di Woodstock e alla falsa superiorità morale che si agitava in quell’epoca. […] Dovrebbero smettere di dar fastidio a quelli che lavorano, e andare invece a cercare un’occupazione per se stessi”.

Dichiarazione raccolta fuori da un circolo di vetero-leghisti e anziane massaie repubblichine? Magari. Sono invece di Frank Miller, mastro fumettaro d’oltreoceano. La vignetta successiva è di Alan Moore, che invece vede la maschera di Fawkes/V diventare il volto di una protesta globale. Il “Mago di  Northapton” si piazza al polo opposto rispetto al collega, definendo il nuovo movimento anticapitalista globale come:

“Un urlo di giustificata indignazione morale, gestito in maniera molto intelligente, non violenta, cosa che per Frank Miller è probabilmente un altro motivo per non esserne soddisfatto”.

Ma la strada per realizzare anche solo una parte dell’utopia anarchica nonviolenta auspicata da Moore (e molti altri, a dire il vero, tra cui Ursula K. Le Guin) è piena non solo di gente pronta a fare lo sgambetto e a distribuire mazzate, ma di altri dotti che rivendicano il diritto alla tortura; ne fa cenno Cory Doctorow, raccontando di come la polizia segreta canadese abbia chiesto al governo di non prendere misure che possano in qualche maniera limitarne l’azione negli interessi del Paese.

Al di là del manicheismo da stadio a cui noialtri italiani siamo ben avvezzi, la violenta ignoranza insita nelle parole di Miller non stupisce affatto. Quello che sconforta è che, scendendo in strada, non si faticherebbe troppo a individuare pensieri simili, tangenti o paralleli. Sono troppi in giro ad avere una parte del cervello immersa nei conservanti. Neuroni così ben affogati in formaldeide che scanserebbero senza troppa fatica argomenti come quelli canadesi. La tensione, intanto, è destinata a salire. Scivolare dall’utopia alla distopia potrebbe non essere più una formalità letteraria.