Economia


Come una garza avvolge un corpo dall’epidermide indifesa e troppo sensibile, così le ierodule proteggono l’hacienda dove si troverebbe più esposta al contatto col materiale non inerte: amministrazione e servizi, dipartimenti di selezione e dismissione delle risorse umane. Il clero dirigenziale se ne avvale come segretarie e assistenti.

Segno del loro passaggio è una scia di profumo, nuvola imprendibile di estenuata dolcezza, che invita al deliquio; nulla potrebbe contrastare di più con l’ambiente in cui si svolgono le attività lavorative, regno dell’esattezza e delle luci crude.

Come carrozzerie di automobili di lusso nel salone del concessionario, mai violate dalla polvere del mondo e dall’unto di dita umane, i loro paramenti si mostrano perennemente lucenti della patina del nuovo. Spesso, al pari di mastini, hanno volti devastati e brutali, carbonizzati dalle lampade abbronzanti, mentre gli apparati di vestiario sono leziosi, ingentiliti da pizzi e ricami da ragazzine, scrittarelle tirabaci, brillantini giocondi.

Portano gioielli zingareschi, fatti per tintinnare come segnali: orecchini con lunghi pendagli, collane d’ambra e altre pietre grosse e scure, che cozzando replicano il battere dei tacchi sui pavimenti marmorei dei piani alti. Inaspettata è la loro cortesia, così come lo sgarbo; ma per lo più si mantengono distanti e impassibili. Solo a chi si presenta molto presto o si trattiene fino a notte potrà capitare di sorprenderle in compagnia delle rispettive eminenze, in qualche ufficio rimasto deserto, o presso i distributori automatici di bevande; e allora le si vedrà ridanciane, quasi melliflue, mentre con gesto d’inaudita intimità aggiustano cravatte.

—F.Sollima, Fenomenologia dell’umiliazione, I, p.264

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Modalità di relazione basilare per l’hacienda, tanto all’interno quanto verso l’esterno, la prostituzione è una forma specializzata di scambio: una procedura che aspira a mettere in ombra e infine a sostituire modi più antichi di circolazione della potenza: il dono e il furto. A differenza di questi, lo scambio presuppone una comparabilità su base quantitativa; perciò la sua ormai onnipresente invadenza e l’invincibile instaurarsi di una quantocrazia globale sono due ganasce della stessa tenaglia. Inoltre, mentre dono e furto vengono evocati da una fascinazione che promana dall’unico, lo scambio deve essere sempre ripetibile, e dunque conta sulla replicabilità di ciò che viene scambiato. Ma la potenza è prerogativa dell’unico, mentre alla copia si può soltanto attribuire un valore convenzionale: perciò si dice che l’unico non ha prezzo, intendendo che si sottrae allo scambio. Il suo regime, che regna quasi incontrastato, appartiene al dominio dell’irrealtà: irreale infatti è la copia, nullo il suo valore e vano il potere che ne deriva, salvo che nella dimensione che gli è propria. Che poi l’irreale e l’assurdo esistano con tale forza allucinatoria da imporsi come evidenti, è un lusso che sarebbe stato più saggio rifiutare.

La prostituzione, in quanto scambio che il materiale non inerte fa di se stesso, nutre la vita stessa dell’hacienda; essa può far lenocinio delle risorse, e al tempo stesso gode della loro compiacenza, acquistandone l’immobilità nel tempo. Tale compiacenza, che si considera illimitata, impregna gli ambienti di tensione erotica: i cubicoli grigi e i corridoi polverosi diventano le quinte di vecchi giochi di seduzione, per lo più mentali. È un fenomeno che l’hacienda apprezza entro certi limiti, poiché ha l’effetto di incatenare vieppiù le risorse, e far sì che desiderino la stretta di quelle catene; d’altro canto le vibrazioni che esso genera, capaci di condurre al parossismo e travalicare i confini dell’immaginazione per tradursi in atti pubblici, minacciano l’immobilità su cui sono fondati i contratti; sicché l’hacienda preferisce talvolta irreggimentare queste attività in piccole finestre orgiastiche, ove l’abbondanza di alcolici, le musiche ossessive, il temporaneo venir meno della disciplina quotidiana, che per essere lasca non è meno ferrea, convincano anche i più restii a concedersi un quarto d’ora da aspirante maniaco. Non è concesso infatti di realizzare i sogni se non clandestinamente, oppure, come l’hacienda tacitamente consiglia, in forma delegata. È il clero dirigenziale a celebrare questi riti di realizzazione grazie a ierodule selezionate, o ricorrendo, in occasioni particolarmente solenni, a professionalità esterne.

—F.Sollima, Fenomenologia dell’umiliazione, I, p.261

L’incantamento pubblicitario conferisce eternità, unicità e perfezione. Ogni nuova versione del prodotto avoca a sé questi attributi, spogliandone la versione precedente. Questa pellicola lucente, vera vita del prodotto, che trasmigra intatta da versione a versione, vita eterna, unica e perfetta, dunque divina, è la sua promessa di potere, che chi acquista utilizzerà a proprio vantaggio. Ma per avvalersi dell’aiuto del dio l’acquirente dovrà essergli devoto e praticarne il culto: che consiste anzitutto nel conservarlo intatto, e per la maggior parte del tempo al riparo dalle ingiurie della polvere, degli agenti atmosferici, delle sue stesse dita comunque sudate. In poche parole, chiuso nell’imballaggio originale, lontano anche dalla vista.

—F.Sollima, Fenomenologia dell’umiliazione, I, p.355

L’hacienda adduce spesso a giustificazione della propria esistenza la realizzazione di prodotti. Ma si osservi il processo generale che li santifica quanto più li svuota, riducendoli infine a gusci cavi, privi di asperità e colore, su cui possa far presa col massimo arbitrio il sudario glorificante della pubblicità: allora risulterà chiaro che tale giustificazione è un pretesto.

Libera dagli obblighi della realtà, l’hacienda genera null’altro che involucri, la cui sostanza si riassume nella mera pretesa affermata perentoriamente dall’etichetta e dalla confezione, e supportata dalla falsa testimonianza dei manuali. Prove fittizie che col loro rimandarsi sortiscono un’illusione di consistenza, mentre si tratta di un circolo vizioso che corre intorno al nulla, e lo protegge. L’incantamento pubblicitario provvede a che ben pochi si avventurino nel tentativo di usare davvero il prodotto; il suggerimento è di conservarlo, per farne collezione o esibirlo al momento opportuno: vien fatto chiaramente intendere che il suo regno non è di questo mondo. Alle lamentele e all’insoddisfazione di quei pochi si fa fronte con le garanzie, esse stesse puramente nominali, e soprattutto negando l’evidenza.

—F.Sollima, Fenomenologia dell’umiliazione, I, p.48

Nel dicembre 2011, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, Eric Schmidt tratteggia il futuro tecnologico del pianeta: innovazione sempre più incalzante sotto la spinta della concorrenza globale. I governi arrancano, non hanno ben chiaro questo meccanismo, e anche le masse popolari tendono a restare ancorate al passato, a privilegiare la permanenza. Concorrenza e innovazione sono la legge della realtà e del suo divenire, inesorabile al pari della caduta dei gravi.

…il capitalismo è l’unico meccanismo che si è dimostrato capace di migliorare il tenore di vita delle società. […] Sono le regole del mercato globale e sono ineludibili.

Questa legge è a tutto vantaggio del consumatore, che può acquistare prodotti sempre migliori a prezzi sempre più bassi.

… qui negli USA, grazie alla lotta già in atto, si possono ormai avere i migliori cellulari smart con cento dollari.

Per affrontare questa lotta senza quartiere (“concorrenza brutale”) occorre concedere la massima libertà, evitare la centralizzazione, rendere le organizzazioni meno gerarchiche.

… se pianifichi centralmente non creerai mai nulla di nuovo. Da noi c’è più libertà d’iniziativa, le gerarchie contano poco.

Realtà come Google testimoniano una tendenza che si andava affermando da tempo: come gli orari flessibili e gli ambienti amichevoli, con disponibilità di saune e palestre, dissimulano la costrizione, anche i rapporti gerarchici sono mediati da un involucro egualitario. Non si parla più di dipendenti, e men che meno di sottoposti, ma di collaboratori. Le ingiunzioni sono espresse al condizionale, pur non perdendo nulla della loro violenza ingiuntiva. Il lavoro ha ceduto il posto alle attività, etichetta neutrale, quasi ginnica, che può applicarsi tanto alla produzione quanto alla ricreazione. Si osserva il culto dell’esplicito, un dogma di grande successo in ogni campo della comunicazione, poiché garantisce la più convincente simulazione della verità: nulla infatti è più vero del dire pane al pane, una volta che ciò che si ha davanti sia stato costretto a essere nient’altro che pane. Applicata questa riduzione, ogni chiesa proclama la propria mitologia, che chiama mondo.

All’origine dell’umiliazione c’è la fame: non l’occasionale appetito, non il fuggevole desiderio, ma uno stato di mancanza permanente. Perciò ogni condizione di integrità, anche limitata, in quanto interrompe la fame e consente di guardare all’umiliazione con disprezzo, rappresenta per l’hacienda una minaccia contro cui va esercitata una sorveglianza costante. L’integrità deve essere intaccata a ogni costo: a questo scopo vengono messi in opera meccanismi instancabili che da un lato producono valore, dall’altro lo concentrano. Il valore viene generato mediante evocazione: tale è infatti la fantasmagoria pubblicitaria, la cui foschia lucente sfuma i contorni degli oggetti, nasconde la loro natura di manufatto seriale per trasformarli in apparizioni di perfezione, unici ed eterni. La concentrazione avviene in modo che grandi quantità di ciò che più è desiderabile vengano poste alla minor distanza possibile, dove siano prossime, pur restando intangibili.

—F.Sollima, Fenomenologia dell’umiliazione, I, p.5

Il controllo che l’hacienda esercita sui materiali non inerti, o risorse umane, investe anche l’alimentazione, che si procura di rendere simile a quella dei materiali inerti: una fornitura di energia cui deve corrispondere, in un rapporto automatico di cause ed effetti, un funzionamento atteso. Le organizzazioni più grandi dispongono a questo scopo ambienti appositi al loro interno, in modo che il controllo sia totale; le altre forniscono tagliandi di un determinato valore, che possono essere scambiati con cibo in punti di ristoro esterni. In questo caso la costrizione è esercitata dal basso importo dei tagliandi, che impone una scelta ristretta e un calcolo assillante, e al fatto che tale scelta avvenga non nell’ambito controllato della mensa, ma in uno spazio aperto che mette a disposizione numerose alternative più appetibili.

L’uso della mensa può essere gratuito, ma più spesso comporta un prelievo, di solito trascurabile, dalla retribuzione: altrimenti si genererebbe il sospetto che tale servizio sia nell’interesse dell’hacienda. Poiché essa considera ostile tutto ciò che è integro, in quanto portatore di una ragione sua propria e di una sostanza renitente, anche il pasto viene sottoposto a un bisturi analitico, e suddiviso in piatti, ognuno dei quali ha un peso e una classificazione; le scelte possibili vengono limitate secondo poche regole definite in base a questi criteri. Le eccezioni sono ammesse, ma dipendono dall’arbitrio delle inservienti. Queste rappresentano una delle forme cui l’hacienda ricorre come isolante nei confronti delle risorse umane, al pari degli addetti all’amministrazione e ai servizi: elettricisti, portinai, addetti alla sicurezza e così via. Tutti costoro da un lato sono agevolati nel contatto grazie alla comune umanità, dall’altro l’hacienda riconosce loro tacitamente una circoscritta facoltà di deroga, purché non esibita: è questo il loro potere.

Per azzerare i tempi di distribuzione e di attesa, il cibo non viene cucinato a richiesta, ma in grandi quantità, e tenuto a bagnomaria perché resti in temperatura; tutti i piatti caldi sono quindi in realtà riscaldati, e l’odore dolciastro, il tepore umido che deriva da questo processo di mantenimento sono il blando anestetico che segna la sospensione temporanea del processo di produzione, ammorbidisce la percezione, prepara e facilita l’ingerimento. Per rendere le porzioni uniformi, perfette epifanie della serialità, si privilegiano le ricette in cui le materie prime vengono sminuzzate e ricomposte in forme semplici e replicabili: polpette, sformati, salsicce, fette di torte salate, pizze, frittate e in generale tutto ciò che può essere cucinato in teglie e successivamente ritagliato in sagome geometriche. La ricomposizione, che agevola la mescolanza, ha anche il vantaggio di rendere irriconoscibili gli ingredienti e confondere i sapori: questo non tanto per la marginale utilità di dar fondo agli avanzi o recuperare qualcosa di avariato, quanto perché il cibo sia il più anonimo possibile.

—F.Sollima, Fenomenologia dell’umiliazione, I, p.55

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