Connettivismo


Come annunciato dall’autore e dall’editor sui rispettivi blog (HyperHouse False Percezioni) esce in questi giorni Olonomico, ultima fatica di Sandro Battisti, iniziatore del connettivismo, curatore di Next ed editor di HyperNext. Olonomico è un romanzo che riprende le complesse e imperscrutabili trame dell’Impero Connettivo. Per maggiori informazioni, rimando alla pagina ufficiale sul sito di CiEsse Edizioni, costantemente aggiornata. Qui di seguito riporto la quarta di copertina del libro, disponibile per la collana Silver curata da Luigi Milani sia in una elegantissima edizione cartacea che in e-book DRM free.

Nel cosiddetto Impero Connettivo – uno Stato modellato sull’esempio dell’Impero Romano, il cui dominio si estende sia sullo spazio sia nel tempo – l’imperatore Totka_II e il suo alto funzionario Sillax continuano a progettare espansioni territoriali e temporali. Le loro nuove mire si concentrano su un territorio dove i giovani Lycia e Storm interagiscono caoticamente con uno strano personaggio che si nasconde dietro movimenti apparentemente incomprensibili.

L’Impero, governato da una stirpe di alieni semieterni, causa prima dell’umanità e poi della postumanità, è davvero così florido? Che cosa accadrà, quando i percorsi di tutti i personaggi del romanzo s’incontreranno, e utilizzeranno tutti i continuum con cui verranno in comunicazione? Una splendida metropoli, asettica e algida li attende…

Sandro mi ha chiesto molto generosamente di contribuire a questa sua ultima uscita con una prefazione (che potete leggere sul mio blog), inclusa nell’edizione in distribuzione insieme a questa visionaria e scanzonata postfazione di Marco Milani:

23.09.2073

Base Luna Totka. Sala stampa 1 ‘Zoon’.

Saluto la platea, tutta, e altrettanto saluto i collegati, lunari, terrestri ed extra. Saluto anche i connessi al sistema, i primi eroici ‘Neoconnettivi’ postumani che sono riusciti a integrarsi in modalità definitiva.

Per chi non mi conoscesse mi presento: Marco Pykmil Milani, l’ultimo dei connettivisti. Del gruppo ‘The Origins’ erano tutti letterati in gamba ma senza ‘fisico’, ovvio che l’unico più zen li avrebbe lasciati indietro.

Non ridete?

Ah ok, non l’avete capita subito. L’antico umorismo terrestre non è immediato, tantomeno universale. Lei non l’ha capita? Sì, lei che si gratta… non so cosa con la chela.

Cosa dice? Cos’è l’umorismo?

Bella battuta Nexiano, lei è più sveglio di quel che sembra, mi stava fregando. Ma proseguiamo… Questa Galacti-Nextcon è particolare, diversa da tutte le altre, soprattutto siamo qui, in questa storica congiuntura, per inneggiare a un amico e al suo sopraggiunto successo, quando finalmente le idee innovate sono arrivate non solo ad essere comprese, anche applicate. Un connettivista della prima ora: Sandro Battisti, aka Zoon.

Siamo qui per invocare da ultimo a giustizia fatta, ovvero ‘Olonomico’ è in 3Dvideo. Un document-film colossal a vent’anni esatti dalla morte dell’autore, come da bastarda tradizione, a confermare postumo il ‘genio oscuro’ del Connettivismo e il suo avanguardistico pensiero. A sessant’anni dalla stesura del prototipo del libro Sacro, a chiudere un cerchio iniziato parecchio tempo fa, nello scorso millennio.

Ricordiamo le sue profetiche parole: “Lo sguardo è rivolto in alto, verso la notte, verso la volta stellata dell’avamposto siderale dove sono, un luogo galattico in questo continuum traslato di gradi olografici indefiniti, indefinibili, sconosciuti a qualsiasi computo postumano.”

L’evoluzione dell’impero connettivo parte da qui: dalle quanto-verità del Precursore Battisti, per il futuro del Rivelatore Battisti, verso l’Universo del Sognatore Battisti.

Lunga vita all’Impero.

Memoria eterna al suo fondatore, pixel quantici nell’eternità postumana.

Che c’è da ridere, Nexiano?

Nessuna battuta. Devo rivedermi sull’averla ritenuto sveglio, non fosse che quel che rimane di me è una versione virtuale, verrei a darle una strigliata come si deve.

Lunga vita all’Impero!

Memoria eterna al suo fondatore!

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Per il profilo di Alan D. Altieri rimandiamo alla prima parte di questo mini-speciale.

Laureato al Politecnico di Milano in Ingegneria Meccanica, scrittore, nei primi anni ’80 ti sei avvicinato all’industria cinematografica americana. Vuoi dirci come si è compiuto il tuo incontro con il mondo della celluloide, e in che modo la tua attività di scrittore si lega – si concilia – a quella di scrittore per il cinema?
Quello che si sa di me è del tutto corretto. Dopo la laurea (1976) ho effettivamente lavorato per sei anni come ingegnere. Fino al grosso mutamento del 1983.
Il merito, se vogliamo dire così, del mio ingresso nel cinema americano va soprattutto al mio primo editore italiano, il grande Andrea Dall’Oglio. Nella primavera del 1983, fu lui a inviare a Dino De Laurentiis Città Oscura, il mio primo libro pubblicato (1981). Dino lo trovò interessante, mi chiamò a New York e mi fece “la classica offerta che non si può rifiutare”.
Al tempo stesso, sono sempre un ingegnere. È una disciplina che si basa sulla logica e che mi continua a fornire un enorme aiuto nella comprensione dei problemi e nella strutturazione delle storie.

In qualità di story editor, produttore esecutivo e senior staff editor per Dino De Laurentiis hai preso parte a progetti di indiscutibile prestigio quali Conan il DistruttoreL’Anno del DragoneAtto di Forza Velluto Blu, legati a nomi  eccellenti dell’industria americana (e spesso in contrasto con l’establishment hollywoodiano): Michael Cimino, Oliver Stone, Paul Verhoeven, David Lynch. Ti va di parlarci della tua esperienza e magari svelarci qualche succulento aneddoto?
La “descoverta de le Americhe” in generale e di “Hollywood” – virgolette d’obbligo, o anche “Hollyweird” – non è stato un processo né semplice, né facile, né indolore. Per me rimane comunque un’esperienza unica e fondamentale.
In questa sede dovrò necessariamente essere breve. Gli uomini di cui sopra sono tutti talenti straordinari, anche se nei modi più diversi e antitetici. Cimino è un perfezionista cartesiano, Stone un autentico regista d’assalto di enorme capacità evocativa, Verhoeven un fenomenale “meccanico” affascinato dalla “femmina” (non proprio archetipica) in tutte le sue forme, Lynch è un esploratore del lato oscuro. Da ognuno di loro ho imparato qualcosa che poi ho cercato di mettere in pratica nelle mie esperienze successive di scrittore. Aneddoti succulenti? Non basterebbe la Encyclopedia Britannica per elencarli tutti. Mi limiterò a riportare un corrosivo appunto anonimo che trovai affisso in una bacheca dei Churubuscos Studios, a Mexico City, durante la lavorazione di “Dune” e di “Conan il Distruttore”.
Le cinque fasi della realizzazione di un film:
1) pazzo entusiasmo;
2) totale disperazione;
3) ricerca del colpevole;
4) condanna dell’innocente;
5) ricompensa dell’incompetente.
Well, how about that now?

Dal 1994 sei membro della Writers’ Guild of America, e nelle vesti di sceneggiatore hai collaborato alla realizzazione di un numero di film di tutto rispetto. Qual è il lavoro di cui vai maggiormente fiero?
Il formato della sceneggiatura è uno straordinario strumento narrativo. È la ricerca di un equilibrio stabile tra analisi e sintesi, tra emotività (dei personaggi) e necessità visuali (del film stesso). Nei miei dieci anni di sceneggiatore a tempo pieno (1987/1997) ho scritto oltre quaranta tra sceneggiature, trattamenti e soggetti.  Quelli che – forse con una certa dose di presunzione – ritengo essere miei migliori lavori di sceneggiatura rimangono non realizzati. Al tempo stesso, Silent Trigger, il thriller del 1995 diretto da Russell Mulcahy (Highlander) e interpretato da Dolph Lundgren, rimane quanto di più vicino io abbia mai potuto sperare in una fedele trasposizione dalla parola scritta all’immagine.

Tornando alla tua attività di scrittore, che hai più volte dichiarato di aver privilegiato ultimamente, sei stato definito da Oreste Del Buono il padre fondatore dello “spaghetti tecno-thriller”. Ti riconosci in questa definizione o preferiresti evitare di essere inquadrato in un genere?
Al contrario, sono ben lieto, addirittura orgoglioso (parola forse ingombrante) di fare parte di questo genere in particolare. Il grande snobismo della narrativa italiana è la distinzione tra narrativa “di cultura” e tutto quello che resta. A mio parere, si tratta di una linea di confine assolutamente fasulla. La narrativa è narrativa, punto e basta. È raccontare storie con un principio, un centro e una fine. Storie di conflitti umani, interni ed esterni. Un giorno remoto forse qualcuno ci spiegherà per quale motivo lo Strega premia la cultura mentre il Bancarella premia la scrittura. Da parte mia, intendo rimanere un narratore.

In effetti se c’è una cosa di te che crea particolari difficoltà ai compilatori delle quarte di copertine è quella di ingabbiarti in un genere predefinito. Nei tuoi lavori la contaminazione tra i generi raggiunge livelli inusitati, toccando poliziesco, thriller, azione bellica, spionaggio e chi più ne ha… Ci sono stati dei modelli che ti hanno aiutato a delineare questo tuo stile inconfondibile?
Forse alla parola “inconfondibile” dovremmo sostituire l’espressione “ibrido estremo”. Ritengo che oggi, alba del XXI Secolo, con tutto quello che esiste alle nostre spalle – letterariamente e narrativamente parlando – sia molto difficile scrivere nell’ambito di generi “puri”. Il mio primo libro, il già menzionato Città Oscura era già un ibrido di thriller, hard-boiled e apocalittico. Quindici anni più tardi, Kondor è un ibrido di thriller, war-story e, nemmeno a dirlo, apocalittico. Penso che solamente il poliziotto molto hard-boiled di Corridore nella pioggia e il killer molto “alla John Woo” de L’uomo esterno siano i personaggi meno ibridi da me messi in campo. Sostanzialmente, l’ibrido estremo è e rimarrà una componente basilare delle mie storie.
Per contro, i modelli, certo. La mia icona assoluta rimane Raymond Chandler. È l’autore che ha ridefinito il concetto di “cavaliere con alcune macchie, nessuna paura e molti dubbi”. Quanto alla struttura e complessità delle storie, Frederick Forsyth prima maniera è uno degli autori che più mi hanno influenzato.

Sebbene spesso relegata a puro elemento di contorno, la fantascienza fa spesso capolino nelle tue opere, talvolta nella forma della fantapolitica o del thriller tecnologico. Cos’è che maggiormente ti affascina delle sue risorse, al punto da spingerti a farne un uso così ampio?
A tutti gli effetti, io “vengo” dalla fantascienza. Da ragazzino divoravo gli scaffali di Urania, Galaxy e Galassia a casa dei miei genitori. Per inciso, nei miei anni di Hollywood arrivai a prendere un’opzione e a scrivere una sceneggiatura del grandissimo Year of the Quiet Sun (L’Anno del Sole Quieto, candidato sia al Premio Hugo che al Premio Nebula) lo straordinario apologo sul time-travel di Wilson Tucker.
Oggi, ritengo che ci ritroviamo letteralmente immersi nella fantascienza. Dall’Internet al “tempo reale”, dalla banda larga a Echelon, dai laboratori virali Livello 4 all’ingegneria genetica. Tutto questo È fantascienza. Troppo spesso viene dato per scontato, non sufficientemente analizzato. Ecco perché in un modo o nell’altro, in una misura o nell’altra, la fantascienza entra e continuerà a entrare nel mio lavoro: il pianeta più alieno di tutti è la Terra.

Caso più unico che raro, la tua produzione si articola – salvo qualche eccezione – in almeno due grandi
 filoni coerenti: da una parte la produzione, diremmo, spionistica, dall’altra una saga cominciata con Città Oscura e proseguita attraverso Città di OmbreKondor, fino a Ultima Luce, inquadrati in una storia che dal nostro presente si spinge attraverso continui ribaltamenti di prospettiva e cambi d’epoca fino alla metà circa del secolo XXI. Personaggi e rimandi ad eventi ed organizzazioni si ripetono e mantengono solido il legame tra queste opere altrimenti caratterizzate da ambientazioni e perfino generi diversi. Puoi parlarci un po’ di questo progetto, che se ho ben capito dalle illazioni circolanti in Rete saresti addirittura propenso a proseguire nell’imminente futuro?

Hai centrato in pieno: i miei libri stanno entrando – alcuni più altri meno – a fare parte di un’unica “meta-struttura” narrativa. Fino ad adesso, solamente L’Occhio Sotterraneo – per la natura intrinseca del libro – ne e’ al di fuori.
La serie Sniper – che sto scrivendo per Mondadori Segretissimo e che viene riproposta dalla TEA – mi fornisce un’ottima piattaforma di riferimenti incrociati. In Sniper 2: L’Ultimo Muro (che apparirà in TEA il prossimo marzo 2005) appaiono niente meno che Wolf Hellstrom e Ivan Ratoff di Alla fine della notte. Appare anche un personaggio femminile, Dendra Yaegen, che in un futuro non troppo lontano potrebbe fare nuovamente parlare di sé.
Infine, ormai in molti dei miei libri, appare Ben Yurick, enigmatico pilota da guerra che presentai per la prima volta nel racconto Phoenix. Yurick uomo che proviene da un tempo “diverso” ma che continua a “tornare”, una sorta di testimone della follia distruttiva di tutto e di tutti.
Per cui, rispondendo apertamente alla domanda: sì, il progetto della “meta-struttura” narrativa è destinato a continuare.

Alcuni elementi della tua scrittura sono distintivi della tua penna (battute secche, stile scarno ed
essenziale, grande ritmo e personaggi sempre in bilico tra il bene e il male, verrebbe quasi da dire “tra il peggio e il meno peggio” se mi passi l’espressione). Altri invece sembrano mutuati da grandi scuole anglosassoni, come l’hard-boiled che si riscontra nella profusione di dettagli della tua scrittura iperrealistica e il cyberpunk delle città sovrappopolate del nostro futuro, degli onnipotenti conglomerati economico-commerciali (a proposito, la tua Gottschalk-Yutani Corporation mi sembra parente stretta della Weyland-Yutani Corporation, e qui torniamo al discorso della commistione tra cinema e letteratura), degli individui in lotta contro il sistema e della tecnologia invasiva. In che rapporti sei con l’influsso di questi movimenti?

Che mi occupi di gangster a Los Angeles o di Special Forces in Medio Oriente, le mie tematiche chiave non mutano:
1) il conflitto del singolo con un enorme potere, per definizione malefico;
2) il conflitto del singolo con il proprio “lato oscuro”.
La domanda che mi poni è valida e parte della risposta può essere trovata nella risposta precedente in cui parlo dell’ibrido estremo. Ritengo che la tematica definisca lo stile. Non escludo affatto di scrivere un thriller feroce nello stile sincopato e anfetaminico che richiami quello del prodigioso James Ellroy.
Quanto ai mega-conglomerati, ebbene sì: Gottschalk-Yutani Corp. È parente stretta della Weyland-Yutani Corp. Una sua antesignana? Forse. Non dimentichiamo che il nuovo crimine planetario è la famosa ma soprattutto famigerata globalizzazione.
Si costruiscono catene di industrie pesanti a sud del confine Stati Uniti/Messico (maquiladoras), nelle quali gli operai lavorano quattordici ore al giorno senza aria condizionata, senza assistenza sanitaria e senza copertura sindacale. E si fanno lavorare bambini pakistani sotto gli otto anni di età a costruire mattoni per sedici ore al giorno a cinquanta cent la settimana. Ah, le gioie del costo del lavoro zero…
Tutto questo è destinato a scoppiarci in faccia. È proprio “lo strano attrattore” della meccanica del caos a dirlo, e non entro nei dettagli della equazione logistica e dei limiti intrinseci dei sistemi a molte variabili complesse. Quindi è proprio là, nelle mega-corporazioni, soprattutto militari, che prosperano i “cattivi” delle mie storie. Da qui le ibridazioni cyberpunk e le atmosfere alla Blade Runner di Ultima Luce, quello che potrebbe essere il destino terminale delle megalopoli.

Sergio “Alan D.” Altieri è uno degli assi portanti dell’immaginario di genere in Italia. Per molti versi, il lavoro che ha svolto e continua a svolgere in ambito fantastico, poliziesco e spionistico (non solo come autore, ricordiamo che è anche traduttore e che ha rivestito per una lunga e memorabile stagione, dal 2006 al 2011, il ruolo di Editor del mass market Mondadori, lavorando a stretto contatto con Giuseppe Lippi per Urania e le sue sorelle Urania Collezione e la compianta Epix, e curando le altre collane da edicola made in Segrate, Il Giallo Mondadori, I Classici del Giallo, Segretissimo e Segretissimo-SAS, senza tralasciare l’importantissima esperienza borderline de Il Giallo Mondadori Presenta…), può essere accostato a quello di un ingombrante omonimo, punto di riferimento del western e non solo: l’immenso Sergio Leone. Non a caso Oreste Del Buono, oltre a definirlo “il più americano degli scrittori italiani”, coniò per lui l’appropriata definizione di spaghetti techno-thriller.

Alla prossima NextCon, inserita nella cornice della Italcon di Bellaria, sabato 26 maggio Altieri sarà ospite d’onore, avendo accettato l’invito del curatore della convention connettivista Sandro Battisti. Vogliamo cogliere l’occasione per riproporvi un’intervista ormai storica rilasciata da Altieri al defunto blog Uno Strano Attrattore (perduto, come “lacrime nella pioggia”, con la chiusura della piattaforma di Splinder) e parlare della sua opera, che da allora si è arricchita di importantissimi tasselli, non ultima l’ambiziosa e micidiale Trilogia di Magdeburg. Per consentire ai lettori una più facile fruizione di questo mini-dossier su Altieri, abbiamo pensato di dividerlo in due parti. Il post odierno è quindi dedicato a tracciare un profilo dell’autore e della sua opera, eclettica e variegata. Domani invece riproporremo la lunga intervista di cui sopra, che nel frattempo non ci sembra invecchiata di un solo minuto. (altro…)

In altri contesti (articolo riportato poi pari pari nella rubrica Zoom di NeXT 16) ho affrontato, più che altro in embrione perché solo in quel momento cominciavo a prendere confidenza con i concetti, il tema della tridimensionalità del nostro universo – nostro in quanto umani – che fa scaturire, una quantità notevole di volte, soltanto due possibilità di scelta.

Non è il caso e il luogo, questo, di riproporre il percorso cognitivo che mi ha portato a supporre vero il ragionamento, ma il concetto che mi sembra razionalmente giusto è pressappoco questo: il dominio del nostro organismo è attestato sulle tre dimensioni; noi siamo alti, larghi e profondi in una certa misura, e manipolare situazioni che possono far scaturire solo due possibilità (ovvero soluzioni bidimensionali) ci dà un notevole senso di potenza e di capacità. Aumentare di una dimensione (e quindi suggerire una terza soluzione, parametro) non fa altro che portarci sul limite delle  nostre possibilità.

Ragionamento proposto similmente dal matematico ungherese George Polya, ovvero che quanto più numerose sono le dimensioni in cui ci si muove e quindi le possibilità che ci si aprono davanti, tanto maggiore è la probabilità di perdersi e di conseguenza lasciarsi assalire dallo sconforto.

L’assunto quindi è: dobbiamo stare al di sotto del limite delle nostre potenzialità per essere capaci di cavarcela. Ed è questo un fatto, alla fine, naturale. Ricordiamoci di ciò quando saremo in prossimità del postumanismo, quando le dimensioni manipolabili saranno verosimilmente più di tre.

Il 12 novembre 2011 Wu Ming 1 ha inaugurato a Torino, quartiere Mirafiori Sud, il progetto I muri di Mirafiori, iniziativa costruita intorno al suo racconto Volodja, scritto ad hoc e dedicato alla memoria del grande poeta e rivoluzonario Vladimir Vladimirovič Majakovskij. Un racconto notevole, in cui la figura dell’artista si manifesta agli operai torinesi per incitarli alla resistenza, corredato peraltro di una straordinaria poesia modulata sulle frequenze empatiche del futurismo russo.

NeXT, che ha scelto il poeta russo tra le sue fonti di ispirazione e motivazione, ha pubblicato proprio sul suo primo numero regolare un omaggio alla sua memoria. Abbiamo pensato di riproporvelo con qualche modifica rispetto alla prima versione del 2005.

Uomini futuri!
Chi siete?
Eccomi qua,
tutto
dolore e lividi.
A voi io lascio in testamento il frutteto
della mia grande anima.

Sono morto a Mosca, nel tredicesimo anno della Rivoluzione Proletaria. Era un giorno di aprile del 1930. Ah, quanto parevano ormai lontani quei giorni gloriosi, quei giorni di immensa partecipazione collettiva che avevano incoronato la causa della libertà, quando in milioni, forti del nostro numero, da schiavi osammo alzare la testa e volgerci contro i padroni! Ah, che stagione gloriosa del genere umano raggiunse il suo culmine nell’Ottobre del ‘17! Il 14 aprile sembrava ormai trascorsa una vita, quasi l’universo si fosse consumato e spento lentamente e ora languisse in un’agonia entropica, schiacciato sotto il tallone di schiere di uomini artificiali.

Sono morto a Mosca, cittadino di uno stato che non era più il mio. Rodina! Avevo cantato il tuo passaporto, la tua bandiera nobilitata dai simboli del contadino e dell’operaio, la forza della coscienza rinnovata che avrebbe scosso le fondamenta del mondo. Avevo cantato la tua gloria, i tuoi milioni di eroi! Ma l’animo degli uomini è volubile, l’incostanza è una certezza e la mediocrità sempre in agguato. Dopo che i parassiti divorarono le carni del nostro sogno comune, rendendo il tuo corpo – che era stato florido e accogliente – un ammasso di putrida materia in dissoluzione, una seconda ondata di parassiti prese di mira le tue membra inerti. Ero stato tra i tuoi figli più illustri, di certo il più entusiasta e irrequieto: quando le armate della dissoluzione presero d’assalto il Palazzo e misero il Partito sotto chiave nelle sue stanze, fu naturale che il mio nome finisse nell’elenco degli indesiderati. Non ero provvisto dell’apparecchio di dotazione ministeriale per il conio di alcune locuzioni.

Sono morto a Mosca, culla del sogno di uguaglianza e libertà: l’azzurro della primavera fu il sudario che l’occhio amorevole dell’universo predispose per me. Col pensiero, adesso, torno spesso ai giorni trascorsi in giro per il nostro enorme Paese, insieme ai compagni. Avevamo il mondo ai nostri piedi e il futuro era un orizzonte remoto da esplorare. Ripenso alla luna che pende piena nell’aria sopra la Prospettiva Nevskij, come il meraviglioso cucchiaio d’argento di Dio. Ripenso a mia madre e a Ol’ga; Ljudmila, ricordo ancora quando tornasti da Mosca: mi portasti in regalo dalla città un libro di poesie e una copia usata del Capitale. Ripenso al Compagno Lenin, al suo nome tradito, alla nostra bandiera infangata. Ripenso al miraggio del LEF, a Osip Brik. Vogliamo che la parola esploda nel discorso come una mina e urli come il dolore di una ferita e sghignazzi come un urrà di vittoria! Le 3000 finestre per la ROSTA, la stanzetta-barchetta in piazza Serov. Ripenso anche a Lilja, certo, al suo sguardo distaccato, e una tristezza sconfinata mi assale. Poi rivedo la mia blusa gialla da bellimbusto adorna di fiori, i denti curati per lei, le ore trascorse con Osip, e allora sorrido.

Sono morto a Mosca, che il mio sogno era già morto e sepolto da tempo. Un colpo di pistola al cuore ha spento pure il mio sguardo arrogante, e con esso l’ormai flebile candela della vita. Un colpo ha schiantato la mia insopportabile quotidianità. Ma voi, non trovate curioso che il culto dei miei versi ripudiati sprezzati infangati sia sopravvissuto alla dissipazione del poeta?

Come suol dirsi: “l’incidente è chiuso”.
Io e la vita siamo pari.
Inutile fare l’elenco
        delle offese,
        dei dolori,
        dei torti reciproci.
Voi che restate siate felici.

Sono stato un comunista e un poeta e mi sono battuto per la Rivoluzione. Sono stato soprattutto, in quanto tale, debitore dell’universo. E voi, uomini futuri, tenete almeno conto delle mie spese di trasporto: la poesia è un lungo viaggio verso l’ignoto. Vi basta? Magari starete storcendo le labbra in un ghigno sardonico, con gran disprezzo per la materia. Ma voi: potreste mai

suonare un notturno
        su un flauto di grondaie?

Speciale PKD (1 di 3): Il mondo che Dick creò
Speciale PKD (2 di 3): Il sogno del simulacro

4. “Ho visto cose che voi umani non potreste immaginare…” L’opera di Dick ha ormai saputo imporsi al di fuori del genere come una vera e propria icona della nostra epoca. Visioni di un futuro tormentato, oppressivo, soffocante, in cui niente è ciò che sembra e dietro ogni angolo di visuale forse si nasconde il preludio a una realtà “altra”, collocata su un piano di percezione parallelo o sfalsato rispetto alla nostra consuetudine. Questa minaccia della simulazione, della finzione, dell’artificiale, del doppio e del “falso”, è stata sviscerata nel suo lavoro sotto tutte le prospettive possibili: mondi che non sono quello che sembrano (Ubik), dottrine spirituali ispirate da costrutti sintetici (La Trilogia di Valis), demiurghi nascosti sotto le mentite spoglie di viaggiatori spaziali (Le tre stimmate di Palmer Eldritch), falsi ricordi (il racconto Possiamo ricordare per te alla base del film Atto di forza), false realtà (L’uomo dei giochi a premio), realtà storiche che sono tutt’altro da quello che crediamo (il Terzo Reich che vince la Seconda Guerra Mondiale in una ucronia messa in discussione solo da un libro di fantascienza dal titolo criptico, La cavallettà più non si alzerà, ne L’uomo nell’alto castello), replicanti in tutto e per tutto identici agli esseri umani (I simulacri, il racconto “Modello Due” che ha ispirato il film Screamers di Christian Duguay, il più celebre Cacciatore di androidi). Ma anche persone che non sono ciò che sembrano (Un oscuro scrutare, il racconto “Impostore”, anch’esso portato sugli schermi, da Gary Felder), realtà insidiate dal potere psichico di potentissime droghe (Illusione di potere, Scorrete lacrime, disse il poliziotto) o robot che si sostituiscono agli esseri umani, come nel racconto “Formica Elettrica” che racchiude, allo stato embrionale, lo spunto di Matrix.
Solo “storie di omini verdi”, come soleva schermirsi Dick. A svelare quanto radicate nella realtà fossero le paranoie dickiane, ci hanno pensato i ricercatori del FedEx Institute of Technology di Memphis, supportati dall’Hanson Robotics e dall’Automation and Robotics Research Institute (ARRI) dell’Università del Texas di Arlington. Il loro team congiunto ha infatti messo a punto un robot in tutto e per tutto simile a un essere umano. E non deve essere stata una scelta casuale, se alla fine i ricercatori hanno dato alla loro creatura le fattezze di Philip K. Dick. Il robot è stato realizzato impiegando le più sofisticate tecnologie robotiche in termini di espressività e motori di intelligenza artificiale per il linguaggio.
Androidi come questo” riportava fino a qualche tempo fa il sito ufficiale dell’Università di Memphis (e dovete fidarvi, perché il mio link non risulta più attivo), “possono essere usati in un vasto campo di applicazioni, che va dall’intrattenimento fino all’educazione. Il robot riproduce Dick tanto nell’aspetto quanto nell’intelletto, grazie a una personalità ricostruita dallo stato dell’arte dell’intelligenza artificiale. La pelle di sintesi messa a punto dall’Hanson Robotics permette di creare espressioni estremamente realistiche, che vanno dalla gioia alla paura, allo stupore. Le telecamere impiantate negli occhi consentono al robot di registrare i volti delle persone e riconoscerli. I dati della visione sono fusi insieme con meccanismi di riconoscimento dei segnali vocali e software di sintesi del linguaggio. Il sincronismo tra queste procedure e l’espressività facciale rende il robot un sistema emulativo completo.
I ricercatori del FedEx Institute, riconosciuti internazionalmente per il loro lavoro nel campo della sintesi del linguaggio, hanno sviluppato il software che permette al robot di sentire, capire e rispondere alle domande nel corso di una conversazione con un interlocutore umano. L’Hanson Robotics ha invece messo a disposizione la sua esperienza nei campi dell’ingegneria meccanica e delle strutture polimeriche. L’ARRI ha fornito la propria consulenza in ingegneria dei sistemi robotici. I progettisti hanno lavorato in stretto contatto con Paul Williams, amico intimo ed esecutore letterario di Philip Dick, che dalla morte dell’autore ad oggi ha custodito i suoi 91 faldoni di appunti inediti, per giocare questo scherzo beffardo alla memoria del grande autore.
Il robot ha fatto il suo debutto sulle scene al NextFest della rivista Wired, tenutosi a Chicago nel giugno 2005, presentato in una ricostruzione del suo appartamento del 1970 in cui il pubblico ha potuto entrare e interagire con esso, in un macabro gioco di emulazione della realtà. In seguito l’androide Philip K. Dick è stato trasferito al FedEx Institute, dove il 6 luglio 2005 è stato organizzato un incontro a porte aperte con il pubblico. Forse qualcuno si è azzardato a interrogare il simulacro quasi fosse un oracolo, ponendogli la domanda che ormai da quasi quarant’anni perseguita i numerosi fan del maestro: “gli androidi sognano ancora pecore elettriche?” Se lo ha fatto, è riuscito anche ad evitare che la risposta trapelasse sui media.
Per chiudere il cerchio, l’androide di Dick ha partecipato alla presentazione dell’adattamento cinematografico di A Scanner Darkly, al Comic Con di San Diego. Poi, nel Febbraio 2006, durante un trasferimento aereo la sua testa è andata perduta. Uno scherzo beffardo del destino, se si pensa che ancora adesso, a sei anni dallo smarrimento, la testa del simulacro di un autore visionario e paranoico è ancora in giro per il paese, ipotesi molto più inquietante della prospettiva banale di un imballaggio dimenticato in un deposito aeroportuale. Comunque lo scorso anno la Hanson Robotics ha annunciato di aver ultimato una copia del pezzo mancante, per cui il robot ha infine ritrovato una testa.
L’attualità del pensiero e delle intuizioni di Dick è comunque viva ancora oggi più che mai, come dimostra il successo di pellicole come lo straordinario Inception di Christopher Nolan e l’annuncio da parte di Ridley Scott di voler riprendere e infondere nuova linfa al mondo di Blade Runner. Staremo a vedere cosa succederà. Continuando a leggere Dick, forse non il più grande autore di fantascienza (come molti pseudo-critici ignari del genere vorrebbero farlo passare), ma di sicuro tra i più visionari intellettuali emersi dalle sue nutrite schiere di autori, lucido anticipatore del nostro presente.

Riferimenti bibliografici

Si consiglia ovviamente di recuperare (almeno) i titoli di Philip K. Dick citati. Per gli aneddoti sulla sua vita e per gli spunti di riflessione sono debitore nei confronti dei seguenti autori:

Vittorio Curtoni, L’ambiguità al potere, introduzione a Philip K. Dick, Il mondo che Jones creò, Classici Urania n. 118
Vittorio Curtoni, Philip K. Dick nel moratorium, Delos Science Fiction 61
Philip K. Dick, Se vi pare che questo mondo sia brutto, a cura di Lawrence Sutin, Universale Economica Feltrinelli
Philip K. Dick, Joe Protagoras è vivo, a cura di Lawrence Sutin, Universale Economica Feltrinelli
Philip K. Dick, Vita breve e felice di uno scrittore di fantascienza, a cura di Lawrence Sutin, Universale Economica Feltrinelli
Marco Giovannini, Un replicante di nome Philip K. Dick, in Almanacco della Fantascienza 1997, Sergio Bonelli Editore
Giuseppe Lippi, Illusioni, introduzione a Philip K. Dick, Illusione di potere, Classici Urania n. 270
Giuseppe Lippi, Philip K. Dick: Ritratto dell’autore, in Philip K. Dick, Il sognatore d’armi, Urania n. 1326
Carlo Pagetti, Un’ossessione amorosa nell’America dei simulacri, introduzione a Philip K. Dick, Abramo Lincoln Androide, Fanucci Editore
Carlo Pagetti, Uomini e androidi, introduzione a Philip K. Dick, Blade Runner – Il cacciatore di androidi, Editrice Nord
Paul M. Sammon, Blade Runner – Storia di un mito, Fanucci Editore

Risorse in rete

www.philipkdick.com Il sito ufficiale su Philip K. Dick, ricco di materiale sull’autore californiano.

Uno dei progetti che sta attraversando trasversalmente il Connettivismo, in questo periodo di evoluzione del Movimento, muove verso le mappe culturali del cosiddetto mainstream; ovvero dei prodotti culturali fruiti dalla moltitudine nazionale e internazionale, spesso assai poco interessata ai fenomeni di nicchia, o di avanguardia, in cui noi connettivisti abbiamo sempre trovato l’humus necessario affinché le nostre idee nascano, e prosperino, in modo così florido da costituire – questa è la nostra speranza – fonte di nutrimento per noi stessi e le generazioni di sperimentatori future.

In quest’esplorazione del mainstream sappiamo di avere molti autori come punti fermi, fari nella notte in grado di illuminarci sul chi siamo e su cosa possiamo essere nel tessuto del reale; il nostro intento è, ora, cercare di operare una trasformazione alchemica del reale, una mutazione che sia di portata epocale e in grado di aprire scenari nuovi, assimilabili nel futuro. Tra questi autori è bene ricordare un paio di nomi, tanto per dare delle coordinate non esaustive ma, comunque, valide: Ballard e Murakami.

Accanto a loro, mostri sacri della letteratura capaci di far filtrare strisce inquietanti di universi distopici nelle trame del nostro presente, mi piace citare (cito anche io, non sono certo stato il primo a scoprirlo) un nome italiano che indaga con la certosina attenzione di chi sa su quale strada ci stiamo incamminando: Lara Manni. Su Carmilla sta pubblicando da qualche tempo recensioni come questa, dove analizza nello specifico l’influenza delle tradizioni, delle fiabe, sul presente culturale. Lara nel suo articolo parte, appunto, da una fiaba russa – assai simile, come inizio, a Pinocchio – in cui si sublima il desiderio di maternità e paternità di una coppia, che ha fornito lo spunto per il romanzo di esordio di Eowyn Ivey, La bambina di neve, che traspone la storia nel gelo dell’Alaska. Scrive Lara Manni:

L’innesto della fiaba classica in un romanzo contemporaneo, infatti, è una tendenza che interessa non pochi scrittori, fino a diventare – ineluttabilmente – filone editoriale emergente negli Stati Uniti. Qualche tempo fa, Editrice Nord ha pubblicato una raccolta di racconti di Andrzej Sapkovski dal titolo Il guardiano degli innocenti, che è stata salutata con favore dai lettori di fantastico italiani più per il riferimento al videogioco che ne è stato tratto che per la derivazione fiabesca. Il protagonista, Geralt di Rivia, è un Witcher, uno strigo che combatte mostri in una serie di quest replicabili all’infinito. Lo strigo vince sempre, ha un suo codice etico, sufficiente cinismo, molto orgoglio, abbastanza carnalità da intrattenersi con fanciulle di passaggio. E soprattutto agisce all’interno di fiabe e miti: c’è la rivisitazione al nero di Biancaneve, si accenna alla fuga di Cenerentola dal ballo, Raperonzolo diviene l’emblema di un culto femminile proibito.

Ecco, il compito dei personaggi del fantastico cambia connotati, in questo periodo storico, perdendo un po’ delle caratteristiche canonizzate del genere, ovvero lo stacco dal reale per farci volare, portarci in una capsula astrusa dove il reale appare un continuum lontano, irraggiungibile; la tendenza di adesso tende, invece, a cercare di tenersi ben più saldi su quello che abbiamo attorno, lo stacco di fantasia non va più in orbita ma sembra in grado di contaminare il nostro mondo tattile, operando un’invasione che è ben più reale e fattibile, e ciò è per certi versi un metodo ancor più rivoluzionario del vecchio modo di intendere il genere: è il colare dell’universo fantastico su ogni poro del reale.

È un po’ come investire di nuova missione gli autori del nostro genere preferito: non più fuga ma incursione sul mondo in cui tutti si muovono. Stiamo accendendo continuamente lumini lungo un sentiero che pensavamo non fosse il nostro; ci stiamo accorgendo di essere in tanti a farlo, davvero pronti a fare qualcosa di nuovo, soltanto vivendo l’usuale.

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