“È più stupido e infantile presumere che ci sia una cospirazione o che non ci sia?”

Alfiere di un New Weird politicamente impegnato, dopo essersi fatto notare con la trilogia del Bas-Lag (Perdido Street Station, La città delle navi e Il treno degli dei), China Miéville torna ad essere tradotto in Italia con La città e la città, il romanzo della sua definitiva consacrazione. Una vera e propria bomba concettuale.

In una non meglio specificata parte d’Europa, due città – Ul Qoma e Beszel – coesistono non solo separate, ma sovrapposte: ognuna con la propria cultura, lingua, economia, i propri usi e costumi. Le frontiere sono fittizie e gli abitanti vivono le proprie vite nello stesso spazio fisico ma in nazioni diverse, risolvendo il paradosso con una ferrea educazione che li ha abituati a ignorare lo straniero. Ed ecco che “disvedere” è la legge prima, quella che permette di evitare il caos. Infrangerla vuol dire imbattersi nella Violazione, una spietata autorità disposta a tutto pur di mantenere coerente l’ossimoro di una unica e compatta separazione.

Indagando su un caso di omicidio, gli occhi dell’ispettore Tyador Borlù disegnano l’anatomia di un paradosso politico-sociale che sfiora la speculazione filosofica. Immersa in fumose atmosfere alla Raymond Chandler, note paranoiche alla Philip K. Dick e vertigini kafkiane, la prosa di Miéville si fa leggere e ammirare per l’eleganza dello stile, costringendoci a “violare” il nostro presente, dove viviamo quotidianamente l’esperienza globale di vedere tutto e niente.

Ul Qoma e Beszel si accodano alla lunga serie di città letterarie possibili e impossibili, sovraffollate, sostituite, diffuse o sospese. La città e la città offre un nuovo punto di vista – oltre il riflesso di città separate di ieri (Berlino) e di oggi (Gerusalemme) – e lo fa con impressionante semplicità: un movimento degli occhi, un alzarsi e abbassarsi di palpebre. Un gesto che ci rimanda alle responsabilità di architetti delle nostre vite e della Storia.

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Analizzando su Carmilla due pubblicazioni recenti – 1Q84 di Murakami Haruki (Einaudi) e 22/11/63 di Stephen King (Sperling&Kupfer) – Lara Manni vota come soluzione per traghettare la letteratura del fantastico fuori dal ghetto editoriale l’invasione/intrusione del mainstream:

“[…] Se c’è una via per sfuggire alla nicchia, alle costrizioni editoriali, al malinteso post-tolkieniano, è proprio quella di sfumare i confini, o di contaminare, dall’interno, il mainstream. Facendo colare un mondo nell’altro, ricordava King: come liquido dal fondo di un sacchetto di carta.”

Soluzione che condivido e sottoscrivo.
Ma, a livello operativo, come fare per “conquistare” il mainstream?

In Italia, noi addetti al fantastico siamo malati cronici di scenario e ambientazione. Qualche volta ci riesce bene (uno su tutti, Dario Tonani con Infect@ & Co.) ma è ovvio che non basta. Dimentichiamo, o curiamo poco, i personaggi e le tematiche col rischio di produrre una grande quantità di contenitori e una bassa qualità di contenuti (per non far di tutta l’erba un fascio, a scanso d’equivoci, va citata Clelia Farris con Nessun uomo è mio fratello, romanzo sull’impunità vincitore del Premio Odissea 2009). Spesso sorvoliamo sullo stile e la lingua.

C’è un romanzo – mainstream e italiano – che nei punti deboli storici del patrio fantastico ha le sue fondamenta: Accabadora, di Michela Murgia, Premio Campiello 2010. In una storia che parte a ridosso della fine della Seconda Guerra ci sono personaggi con la “P” maiuscola (profondi, verosimili, tridimensionali), una lingua molto curata senza essere eccessivamente letteraria e grandi temi (morte ed eutanasia, condizione femminile). Lo scenario, la Sardegna e il Piemonte tra i ’50 e i ’60 del secolo scorso, viene filtrato nella descrizione degli spazi domestici, quasi un’estensione della psicologia dei personaggi. E per dirla tutta, c’è anche un pizzico di fantastico – l’intangibile, il misterioso, il sesto senso – declinato sotto forma di gotico rurale un po’ più metafisico di quello di baldiniana memoria.

Al di là dei mostri sacri del passato (Buzzati-Calvino-Levi) e del presente (Evangelisti) – esempi diametralmente opposti, dal maistream al fantastico e viceversa – nel futuro è giusto aspettarsi in “fondo al sacchetto di carta” gli autori mainstream nella veste di salvatori del fantastico o auspicare che l’invasione parta dall’altro lato della frontiera?

Dalla Primavera Araba fino al popolo di Occupy Wall Street intercorrono pochi mesi, centinaia di chilometri e milioni di dati sparati nell’infosfera. Infilando la mano nel magma, a proposito di movimenti di protesta, si potrebbero tirare fuori parole simili:

“Sono solo una banda di teppisti, ladri, stupratori, una teppa che si richiama alla nostalgia dell’epoca di Woodstock e alla falsa superiorità morale che si agitava in quell’epoca. […] Dovrebbero smettere di dar fastidio a quelli che lavorano, e andare invece a cercare un’occupazione per se stessi”.

Dichiarazione raccolta fuori da un circolo di vetero-leghisti e anziane massaie repubblichine? Magari. Sono invece di Frank Miller, mastro fumettaro d’oltreoceano. La vignetta successiva è di Alan Moore, che invece vede la maschera di Fawkes/V diventare il volto di una protesta globale. Il “Mago di  Northapton” si piazza al polo opposto rispetto al collega, definendo il nuovo movimento anticapitalista globale come:

“Un urlo di giustificata indignazione morale, gestito in maniera molto intelligente, non violenta, cosa che per Frank Miller è probabilmente un altro motivo per non esserne soddisfatto”.

Ma la strada per realizzare anche solo una parte dell’utopia anarchica nonviolenta auspicata da Moore (e molti altri, a dire il vero, tra cui Ursula K. Le Guin) è piena non solo di gente pronta a fare lo sgambetto e a distribuire mazzate, ma di altri dotti che rivendicano il diritto alla tortura; ne fa cenno Cory Doctorow, raccontando di come la polizia segreta canadese abbia chiesto al governo di non prendere misure che possano in qualche maniera limitarne l’azione negli interessi del Paese.

Al di là del manicheismo da stadio a cui noialtri italiani siamo ben avvezzi, la violenta ignoranza insita nelle parole di Miller non stupisce affatto. Quello che sconforta è che, scendendo in strada, non si faticherebbe troppo a individuare pensieri simili, tangenti o paralleli. Sono troppi in giro ad avere una parte del cervello immersa nei conservanti. Neuroni così ben affogati in formaldeide che scanserebbero senza troppa fatica argomenti come quelli canadesi. La tensione, intanto, è destinata a salire. Scivolare dall’utopia alla distopia potrebbe non essere più una formalità letteraria.