Modalità di relazione basilare per l’hacienda, tanto all’interno quanto verso l’esterno, la prostituzione è una forma specializzata di scambio: una procedura che aspira a mettere in ombra e infine a sostituire modi più antichi di circolazione della potenza: il dono e il furto. A differenza di questi, lo scambio presuppone una comparabilità su base quantitativa; perciò la sua ormai onnipresente invadenza e l’invincibile instaurarsi di una quantocrazia globale sono due ganasce della stessa tenaglia. Inoltre, mentre dono e furto vengono evocati da una fascinazione che promana dall’unico, lo scambio deve essere sempre ripetibile, e dunque conta sulla replicabilità di ciò che viene scambiato. Ma la potenza è prerogativa dell’unico, mentre alla copia si può soltanto attribuire un valore convenzionale: perciò si dice che l’unico non ha prezzo, intendendo che si sottrae allo scambio. Il suo regime, che regna quasi incontrastato, appartiene al dominio dell’irrealtà: irreale infatti è la copia, nullo il suo valore e vano il potere che ne deriva, salvo che nella dimensione che gli è propria. Che poi l’irreale e l’assurdo esistano con tale forza allucinatoria da imporsi come evidenti, è un lusso che sarebbe stato più saggio rifiutare.

La prostituzione, in quanto scambio che il materiale non inerte fa di se stesso, nutre la vita stessa dell’hacienda; essa può far lenocinio delle risorse, e al tempo stesso gode della loro compiacenza, acquistandone l’immobilità nel tempo. Tale compiacenza, che si considera illimitata, impregna gli ambienti di tensione erotica: i cubicoli grigi e i corridoi polverosi diventano le quinte di vecchi giochi di seduzione, per lo più mentali. È un fenomeno che l’hacienda apprezza entro certi limiti, poiché ha l’effetto di incatenare vieppiù le risorse, e far sì che desiderino la stretta di quelle catene; d’altro canto le vibrazioni che esso genera, capaci di condurre al parossismo e travalicare i confini dell’immaginazione per tradursi in atti pubblici, minacciano l’immobilità su cui sono fondati i contratti; sicché l’hacienda preferisce talvolta irreggimentare queste attività in piccole finestre orgiastiche, ove l’abbondanza di alcolici, le musiche ossessive, il temporaneo venir meno della disciplina quotidiana, che per essere lasca non è meno ferrea, convincano anche i più restii a concedersi un quarto d’ora da aspirante maniaco. Non è concesso infatti di realizzare i sogni se non clandestinamente, oppure, come l’hacienda tacitamente consiglia, in forma delegata. È il clero dirigenziale a celebrare questi riti di realizzazione grazie a ierodule selezionate, o ricorrendo, in occasioni particolarmente solenni, a professionalità esterne.

—F.Sollima, Fenomenologia dell’umiliazione, I, p.261