Si chiama Planetary Resources e se state cercando un impiego che unisca la visionarietà all’avventura potrebbe fare al vostro caso. Si tratta di una nuova società fondata da due veterani della scalata allo spazio: Eric Anderson, ingegnere aerospaziale e pioniere dei voli spaziali commerciali, e Peter H. Diamandis, presidente della X Prize Foundation (con cui stimola imprese innovative a colpi di premi da 10 milioni di dollari), direttore della Singularity University e già fondatore con lo stesso Anderson di Space Adventures, iniziativa con cui hanno portato negli anni sette turisti privati a soggiornare sulla Stazione Spaziale Internazionale. Per questo i due sono accreditati come gli specialisti più quotati nella corsa all’esplorazione spaziale al di fuori della NASA. Non paghi del giro d’affari che hanno già saputo stimolare, i due sembrano intenzionati a tener fede fino in fondo al motto di Diamandis: “Il modo migliore per pronosticare il futuro è crearselo da sé”. E Planetary Resources è il veicolo societario attraverso il quale stanno lanciando in questi giorni la loro ultima sfida: sfruttare le ricche risorse minerarie degli asteroidi orbitanti in prossimità della Terra.

Come ricorda Tor.com, già nel 2005, nel corso dell’annuale conferenza TED, Diamandis annunciò che “ogni cosa di valore presente sul pianeta – metalli, minerali, superfici edificabili ed energia – è disponibile in quantità infinita nello spazio”. Nel comunicato stampa circolato prima della presentazione ufficiale della società lo scorso 24 aprile, la Planetary Resources promette di creare “una nuova industria e una nuova definizione di risorse naturali”. E la loro impresa ha in breve tempo guadagnato proseliti, attirando investitori di primissima fascia: da Larry Page ed Eric Schmidt, rispettivamente fondatore e amministratore delegato di Google, a Ross Perot Jr, erede del miliardario texano fondatore di EDS e della Perot Systems e sfidante indipendente alle presidenziali del 1992. Tra i suoi collaboratori Planetary Resources può inoltre vantare la consulenza dell’astronauta Tom Jones (quattro volte nello spazio a bordo dello Shuttle per complessivi 53 giorni di missione in orbita) e James Cameron, visionario regista di opere miliari del cinema di fantascienza come i primi due Terminator, Aliens, The Abyss e Avatar e fresco reduce dalla conquista degli abissi, che dichiara di nutrire una passione per lo spazio altrettanto forte di quella per le profondità oceaniche. Lo scopo della società è quello di lanciare una corsa allo spazio che produca due ricadute benefiche: una immediata per l’economia della Terra, e una di più vasto respiro consistente nella conquista umana dello spazio.

Per farlo ha messo in cantiere una serie di progetti volti a intercettare e raggiungere asteroidi su orbite vicine alla Terra ed estrarne minerali preziosi grazie a sciami di sonde robotiche. Si conoscono ad oggi oltre novemila oggetti rocciosi più grandi di 50 metri in prossimità della Terra e ogni anno il numero si accresce di un migliaio di nuove scoperte. Ogni asteroide contiene riserve significative di metalli, che spaziano dal ferro al silicio, passando per nichel, cobalto e carbonio, ma anche platino e metalli simili, come l’iridio, il rodio o il palladio, piuttosto rari sul nostro pianeta e per questo estremamente preziosi. In particolare, il platino e gli elementi del suo gruppo, adottati in applicazioni mediche, nel campo delle energie rinnovabili, dei convertitori catalitici e utilizzabili nelle celle a combustibile per l’industria automobilistica, hanno un valore che sui mercati internazionali sfiora quello dell’oro. A differenza della Terra, dove i metalli si concentrano in profondità nel sottosuolo, gli asteroidi presentano una caratteristica che li rende particolarmente appetibili: i metalli sono abbondantemente distribuiti anche in prossimità della superficie. Così scavando anche solo pochi metri sulla superficie di un asteroide di piccola taglia, diciamo grande mezzo miglio, si potrebbero ricavare oltre 130 tonnellate di platino, per un valore complessivo di circa 6 miliardi di dollari.

Se un risultato di questo tipo basterebbe a ripagare diverse decine di volte il costo di una missione spaziale, dalla messa in orbita di telescopi al lancio di sonde per la ricognizione degli asteroidi fino all’invio di uno sciame di robot minatori/raffinatori, non mancano le controindicazioni. In particolare, un’indagine commissionata a un team di scienziati e ingegneri dal Keck Institute for Space Studies prospetta il rischio finanziario di una forte inflazione come risultato dell’accresciuta disponibilità di metalli rari, che è un po’ quello che capitò all’oro proveniente dal Nuovo Mondo ai tempi dei conquistadores, che per altro alcuni studiosi indicano come una delle cause all’origine del declino dell’Impero Spagnolo. Ma anche ipotizzando uno scenario meno catastrofico, grazie a una più oculata immissione dei beni di valore nel mercato terrestre, restano al momento di difficile attuazione le soluzioni legate allo sfruttamento commerciale degli asteroidi: tra le strade proposte ci sono quella di catturare i corpi e spingerli verso la Terra grazie a dei motori alimentati a energia solare per intrappolarli nella sua orbita; o in alternativa di estrarre i minerali e raffinarli lungo il tragitto di rientro verso la Terra.

Per quanto avveniristiche possano sembrare, alla Planetary Resources contano di realizzare il progetto nel giro al massimo di 7 anni, comunque entro la fine del decennio. Obiettivo ambizioso, che comunque appare poca cosa rispetto al risvolto dell’impresa. Gli asteroidi sarebbero infatti anche delle più ricche riserve di acqua del sistema solare. Alcune stime indicano in un quinto della massa complessiva di un asteroide il suo contenuto in acqua: risorsa preziosa, sia per gli habitat spaziali al servizio dell’umanità del futuro, sia come fonte di carburante da ricavare per via elettrolitica (ossigeno liquido e idrogeno sono i due reagenti che vengono combinati negli stadi di lancio dei vettori orbitali).

E di fronte alla prospettiva della conquista dello spazio, l’approccio di Anderson e Diamandis non prevede tentennamenti: la loro filosofia si basa un presupposto molto yankee, quello del pensare in grande per generare un volume d’affari commisurato, ma anche su un principio più condivisibile, che nasce dalla constatazione di dover pur partire da un primo piccolo passo, per poter arrivare a spiccare un balzo. Al 50% ci sentiamo di abbracciare le motivazioni della loro causa, con l’augurio che l’esplorazione dello spazio, prossimo alla Terra oppure profondo, non si riduca comunque a una pura e semplice impresa di sfruttamento commerciale. Il sogno del futuro e di una civilizzazione spaziale è davvero troppo bello per meritarsi di venire tradito in questo modo.