Piccole note sul software libero – parte prima

A questo punto interseca facilmente il nostro discorso un secondo articolo, sempre di Repubblica.it: l’intervista a Stefano Zacchiroli, leader di Debian, la distribuzione regina dei sistemi operativi Linux, quindi il top dell’opensource. Che esprime una visione politica del mondo che sfiora l’anarchismo illuminato.

A screenshot of Ubuntu 11.04 (Natty Narwhal).

A screenshot of Ubuntu 11.04 (Natty Narwhal). (Photo credit: Wikipedia)

Partiamo proprio da qui. In che senso un software può incidere sul nostro grado di libertà?
“Un software è libero quando l’utente ne ha il controllo totale. Che questo software giri su computer, tablet, telefono o televisione, poco importa. Libertà vuol dire poter usare il software senza limitazioni di scopi, poterlo copiare e soprattutto poter guardare come è stato fatto, ossia vederne il codice sorgente, e modificarlo. Ciascun programmatore sa decifrare il codice sorgente, mentre se ha solo il codice binario non può fare granché. Avere a disposizione il codice sorgente significa poter modificare il software e ridare al mondo, come un atto di collaborazione, le nuove modifiche”.

Proviamo a fare qualche esempio attinente alla vita quotidiana…
“Un esempio emblematico è quello del tostapane. Cinquant’anni fa uno “smanettone” era in grado di aggiustare un tostapane rotto adattandolo a un diverso impianto elettrico. Oggi, se prendiamo un tostapane su cui gira del software proprietario, non abbiamo più quella libertà. I software ci consentono di realizzare tantissime cose che prima erano impossibili. Trattandosi però di un concetto difficile, alla gente sfugge che di un software proprietario il consumatore non può fare nulla: è come avere un oggetto, ma possederne in realtà solo una piccola parte. Dal momento in cui la presenza del software negli oggetti quotidiani è destinata ad aumentare, non vedo perché i consumatori debbano rinunciare ad avere il controllo dei loro oggetti, e dunque alla loro libertà. L’obiettivo, al contrario, dovrebbe essere quello di estendere il controllo individuale a tutti i dispositivi che utilizziamo e che contengono del software. Ce ne sono un’infinità: dai computer ai telefonini, dalle macchine agli aerei, per arrivare ai pace-maker che abbiamo addosso e ai dispositivi ospedalieri che controllano la nostra vita”.

Sono parole e concetti forti. Sono prese di posizioni altamente costruttive, eppure votate alla più ampia libertà, all’autodeterminazione; alla volontà di non farsi soggiogare né dalle multinazionali né dai meccanismi che regolano le multinazionali. Stefano poi aggiunge:

A una persona non esperta può risultare difficile capire perché il free software sia ovunque, anche in sistemi/programmi tutt’altro che gratuiti. Ci spiega perché?

Google Chrome

Google Chrome (Photo credit: thms.nl)

“Chi crede nella filosofia del software libero, accetta che il software sia un bene comune: si lavora su un prodotto che, una volta pronto, è per tutti. Non si mettono restrizioni su chi può o meno usare un determinato software. A questo punto, ecco che tra gli utilizzi possibili rientra anche il “fare soldi”. Per questo il software libero è presente in tantissimi oggetti commerciali. Ci sono dei vincoli, come ad esempio l’impegno a condividere con gli altri eventuali modifiche, ma non c’è nulla di illegale. Di conseguenza, enormi sono gli interessi commerciali delle aziende che si basano sul nostro lavoro. Gli sponsor delle nostre conferenze sono Google, IBM, HP; l’azienda che sta dietro Ubuntu ha 500 dipendenti ed è una multinazionale. Il bello è che in buona parte queste grandi aziende si affidano al lavoro fatto da noi: mille prodi volontari”.

Dall’elenco mancava Apple, la nemica giurata dei sostenitori del free software.
“Dal mio punto di vista, il successo di Apple sta nell’aver trasformato i computer da strumenti su cui si producevano contenuti a macchine per consumare contenuti. A ciò bisogna aggiungere un’attenzione maniacale ai dettagli, che li ha portati a meritarsi il primato. Secondo me, però, stanno facendo un sacco di danni ai consumatori. Punto primo: non sappiamo cosa fanno i loro dispositivi. Per esempio, è stato scoperto che gli iPhone tracciavano gli spostamenti degli utenti, un fatto a mio avviso molto inquietante. Il secondo aspetto è legato ai DRM (Digital Right Management): ogni volta che compriamo delle canzoni su iTunes, non sappiamo se ce le avremo per sempre e non possiamo prestarle ai nostri amici. Quando compriamo un cd, invece, sappiamo che sarà nostro per sempre. Hanno trasformato il concetto di app store (che trae le sue origini dalle distribuzioni di una quindicina d’anni fa) in un dispositivo di censura: il software disponibile su un iPhone non lo decide l’utente, bensì deve aver passato il vaglio della Apple. Nel mondo Android, per lo meno, ci sono anche gli store non ufficiali”.

Oltre alla libertà, quali sono gli altri vantaggi del software libero rispetto a quello proprietario? Cosa intende chi parla di “superiorità” del free software?
“Da tempo si sa che il software libero non ha nulla di inferiore a quello proprietario, anzi. È bene non generalizzare perché ci sono software proprietari fatti benissimo e altri malissimo. Da anni sappiamo che, in termini di sicurezza, il software libero offre vantaggi inimmaginabili. Tutto è visibile, quindi anche se potenzialmente i “cattivi” (i cracker) possono trovare più facilmente delle falle, c’è anche molta più gente che può controllare e risolvere. Più in generale, un’azienda che fa business su software non libero ha interesse a nascondere i problemi di sicurezza perché sono cattiva pubblicità. Nel software libero, invece, tutto è già visibile e non c’è nessun interesse a nascondere”.

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