“È più stupido e infantile presumere che ci sia una cospirazione o che non ci sia?”

Alfiere di un New Weird politicamente impegnato, dopo essersi fatto notare con la trilogia del Bas-Lag (Perdido Street Station, La città delle navi e Il treno degli dei), China Miéville torna ad essere tradotto in Italia con La città e la città, il romanzo della sua definitiva consacrazione. Una vera e propria bomba concettuale.

In una non meglio specificata parte d’Europa, due città – Ul Qoma e Beszel – coesistono non solo separate, ma sovrapposte: ognuna con la propria cultura, lingua, economia, i propri usi e costumi. Le frontiere sono fittizie e gli abitanti vivono le proprie vite nello stesso spazio fisico ma in nazioni diverse, risolvendo il paradosso con una ferrea educazione che li ha abituati a ignorare lo straniero. Ed ecco che “disvedere” è la legge prima, quella che permette di evitare il caos. Infrangerla vuol dire imbattersi nella Violazione, una spietata autorità disposta a tutto pur di mantenere coerente l’ossimoro di una unica e compatta separazione.

Indagando su un caso di omicidio, gli occhi dell’ispettore Tyador Borlù disegnano l’anatomia di un paradosso politico-sociale che sfiora la speculazione filosofica. Immersa in fumose atmosfere alla Raymond Chandler, note paranoiche alla Philip K. Dick e vertigini kafkiane, la prosa di Miéville si fa leggere e ammirare per l’eleganza dello stile, costringendoci a “violare” il nostro presente, dove viviamo quotidianamente l’esperienza globale di vedere tutto e niente.

Ul Qoma e Beszel si accodano alla lunga serie di città letterarie possibili e impossibili, sovraffollate, sostituite, diffuse o sospese. La città e la città offre un nuovo punto di vista – oltre il riflesso di città separate di ieri (Berlino) e di oggi (Gerusalemme) – e lo fa con impressionante semplicità: un movimento degli occhi, un alzarsi e abbassarsi di palpebre. Un gesto che ci rimanda alle responsabilità di architetti delle nostre vite e della Storia.