marzo 2012


Automaton

Da un’indeterminata età delle macchine, solenni e scultorei nella loro immutabilità imperitura, emergono i miraggi meccanici di Kazuhiko Nakamura. Ibridi surreali tra uomo e macchina, questi testimoni di “un difficile matrimonio tra carne e metallo”, dalle linee fluide e nitide, le cromie bronzee e i chiaroscuri decisi, schiudono il loro carapace metallico per rivelare una miriade di dettagli modellati con precisione fiamminga.

Nakamura è un novello Arcimboldo dell’era post-industriale, un redivivo alchimista che plasma il suo Golem meccanico, e replicando “la trasformazione e lo sviluppo della muta degli insetti” foggia ritratti di automi che dell’umano serbano solo un simulacro esteriore. Dalla scatola dei ricordi del passato, che ostinatamente l’artista cerca di recuperare e rielaborare – ricerca che egli stesso definisce simile “alla passione degli amnesiaci nell’inseguire le loro memorie perdute” –, minuzie e frammenti sono assemblati a comporre visioni dall’atmosfera unica, si amalgamano in un insieme fantastico.

Le influenze esercitate su Nakamura sono molteplici, dal surrealismo al realismo magico, non senza incursioni nel Rinascimento, soprattutto quello nordico, oltre ai contatti determinanti con il cyberpunk. Stimoli che si fondono nel mirabile sincretismo che dà vita ai suoi lavori, alla cui base risiede l’incontestabile fascino per l’automa meccanico.

L’attrattiva per l’ideazione di congegni capaci di muoversi come se dotati di vita propria ha radici antiche: indimenticabili gli alessandrini Erone, Ctesibio e Filone di Bisanzio, oppure i fratelli Banū Mūsā e al-Jazari della civiltà araba, Leonardo da Vinci e gli artigiani di Norimberga nel Rinascimento, fino alle anatomies mouvantes di Jacques de Vaucanson e agli automi di Pierre Jaquet-Droz e di Henri Maillardet. Le figure femminili di Nakamura, per quanto a prima vista letali, serbano difatti l’aura di ieraticità nostalgica ma imperturbabile delle bambole meccaniche presenti nelle trasposizioni artistiche, ad esempio, della figura dell’Olympia di E.T.A. Hoffman, della Coppélia, balletto pantomimico, della Danza delle Bambole Meccaniche dello Schiaccianoci di Pëtr Čajkovskij, fino allo struggente ballo di Casanova con una bambola meccanica sull’acqua ghiacciata del Canal Grande nell’omonimo film di Federico Fellini.

La tradizione orientale, poi, cui Nakamura appartiene, è ancor più longeva. Un resoconto cinese raccolto nel Liezi descrive l’incontro tra il re Mu del regno di Zhou (1023-957 a.C.) e un ingegnere meccanico chiamato Yan Shi, artefice di un automa dalle sembianze umane talmente perfetto da essere indistinguibile da un uomo vero. È il Giappone, tuttavia, ad eccellere nella costruzione di automi meccanici, fin dall’antichità. Dal XVII secolo, all’inizio del Periodo Edo, gli artigiani nipponici hanno costruito bambole meccaniche prodigiose, attivate da molle, mercurio, sabbia mobile o acqua pompata, capaci di danzare, servire il tè, scoccare frecce, e utilizzate nel teatro, per il gioco o come ornamento dei carri allegorici: le Karakuri Ningyō – che al giorno d’oggi vedono in Shobei Tamaya IX l’unico Maestro giapponese in vita rimasto, discendente da un lignaggio ininterrotto di costruttori.

Tutte queste suggestioni filtrano in Nakamura attraverso la serie delle Bambole di Hans Bellmer, simbolo dell’uomo dilaniato e ridotto a burattino, e la cultura fantascientifica. Nelle sue immagini non si può non ravvisare l’influenza di H.R. Giger, oltre a rievocare gli esseri ibridati grazie alla chirurgocosmesi di Babel-17 di Samuel Delany, i postumani de La matrice spezzata di Bruce Sterling, per arrivare infine al celebre film di Shinya Tsukamoto, Tetsuo, l’auto-feticista estremo e maledetto, che in un crescendo di visionarietà, violenza e tormento compie la sua metamorfosi da umano a cyborg con continui, strazianti, ostinati innesti di componenti metallici nel proprio corpo. Il fascino surreale dei lavori di Nakamura, tuttavia, non condivide l’esasperato turbamento interiore di Tetsuo. I suoi ritratti meccanici vestono una malia seducente ma pure un qualcosa, indefinito, di disturbante, dovuto alla loro fissità distaccata, lo sguardo immutabile diretto verso un orizzonte sconosciuto, la posa bloccata nell’eternità della macchina, in uno scatto senza tempo. Un silenzio grave, di eterna attesa o staticità, li avvolge.

Una simile suggestione mi ricorda i dipinti di Giorgio De Chirico nei quali domina la figura del manichino (l’uomo senza volto, simbolo dell’uomo-automa), spesso collocato in uno spazio di architetture essenziali, proposte in prospettive non realistiche, immerse in un contesto misterioso, capaci di generare un effetto straniante, in una solitudine, in una silenziosità pesante, che fa gravare tutta l’estraneità, l’alienazione della figura dalla parvenza umana rispetto al contesto o addirittura a se stessa, a ciò che non è più, che ha perduto.

Ecco allora risultati come Atoma, una rielaborazione biomeccanica di Astro Boy, Rhinoceros 1515, ispirato all’incisione su legno di Albrecht Dürer raffigurante un rinoceronte indiano, Brain Tower e The Tower of Beetle, due versioni alternative di un immaginario ritratto di Aleister Crowley rivisitato attraverso il condizionamento di Pieter Bruegel e del cinema espressionista tedesco de Il gabinetto del dottor Caligari e di Nosferatu, Monorogue, la cui mente è un vaso di Pandora postumano traboccante di innesti e connessioni, Metamorphosis, che combina lo spunto dell’omonimo racconto di Franz Kafka con un assemblaggio meticoloso degno del più ardito Arcimboldo, Automaton, una macchina di tortura dalle sembianze di antico manichino ispirata ad alcune pellicole dei Fratelli Quay e di Jan Švankmajer.

Un’arte, dunque, quella di Kazuhiko Nakamura, che rielabora influenze eterogenee per proporre un’idea originale, che sa suscitare una meraviglia screziata di inquietudine di fronte a questi stupefacenti gingilli meccanici, remoti superstiti nel loro indefinito spazio atemporale.

Metamorphosis

Shell in the darkness

Che cosa rende appetibile la tecnologia, o un nuovo standard multimediale, o ancora un metodo di fruizione dei contenuti rivoluzionario, agli occhi del consumatore? C’è interazione tra l’oggetto, la tecnologia e i tempi storici in cui nasce la novità o, per essere più precisi, il momento in cui il nuovo oggetto vede la luce nella forma di prodotto commerciale?

Guardando un po’ di indizi disseminati nel nostro presente, analizzandoli, ci si può accorgere che la differenza, il fattore discriminante che il consumatore avverte, risiede nel prezzo di acquisto. Ciò che guida l’acquirente più di prima, in questi anni di ristrettezze e incertezze economiche, è il prezzo con cui riesce a portarsi a casa il bene che ha scelto; avveniva pure nel passato, certo, ma la sensazione che la ricerca spasmodica di un prezzo basso sia aumentata a dismisura, e che il mercato stia cominciando a mangiare se stesso, è pregnante.

Di esempi che suffragano queste osservazioni ce ne sono molti: si può citare tanto per cominciare Amazon, che ha da poco aperto la filiale italiana dove vende, così come accade nel resto del mondo, oggetti e software di vario tipo a prezzi bassissimi (libri, musica, ebook, lettori e-book, quest’ultimi con pochi competitor sul mercato). Tali vendite sono spesso sottocosto, ovvero sotto la soglia del prezzo di produzione. E almeno nel campo editoriale hanno subito scalfito l’interesse delle lobby, che si sono immediatamente attivate attraverso il legislatore, ottenendo una normativa liberticida nonché potenzialmente disincentivante nei confronti della cultura.

Anche nel mondo dei tablet si può trovar traccia di queste particolari condizioni di vendita: Hewlett Packard ha tolto dal magazzino i suoi rivoluzionari tablet – muniti dell’altrettanto rivoluzionario sistema operativo WebOS – vendendoli a prezzi risibili perché, altrimenti, avrebbe dovuto buttarli: il prezzo pieno (prossimo a quello dell’iPad) non garantiva che la vendita di pochissimi esemplari; in sostanza, HP (ma anche altri produttori) non riescono a diffondersi come l’iPad se non svendendo, pur avendo spesso i device caratteristiche tecnologiche nettamente superiori.

Pure gli e-book sembrano seguire la stessa logica: cosa vende di più? A prescindere dal contenuto, vende il libro digitale che ha il prezzo più basso, a patto che sia anche senza i DRM (ovvero i lucchetti digitali) che assicurano soltanto noiose e a volte complesse operazioni per il cliente meno esperto di tecnologia, protezioni aggirabili comunque dall’utente più navigato che, probabilmente, aspetterà solo il momento più propizio per vendicarsi, magari diffondendo l’opera sprotetta sulle reti di condivisione.

È altresì vero che che la filiera manifatturiera tende a considerare sempre meno il lavoratore (non solo sottopagandolo, ma anche riducendogli oltre l’osso le misure di sicurezza, di comodità e quant’altro); spesso le condizioni di salariato appaiono assimilabili a quelle degli schiavi dell’età classica, dove si ergevano meraviglie architettoniche con l’ausilio di manovalanza a costo zero. Si potrà obiettare che non è così, che ci sono i diritti sindacali, legali e via dicendo che difendono il lavoratore dai soprusi delle proprietà, ma la recente storia FIAT insegna che la controtendenza è avviata (da lungo tempo, in realtà) e che tutto il mondo del lavoro italiano si conformerà a queste nuove realtà (come rileva molto bene quest’articolo dei Wu Ming).

In definitiva, se non si abbattono pesantemente e drasticamente i prezzi al dettaglio, i beni non si vendono e le nuove tecnologie non decollano; pure quando decolleranno, avranno sempre bisogno di essere fruite a prezzi davvero stracciati, sottocosto. I profitti saranno dati non dal singolo pezzo ma dalla possibilità di vendere più unità possibili, con un guadagno che si discosta di poco dallo zero. La questione del prezzo stracciato si riflette pure nelle politiche commerciali dei punti vendita alimentari o dei discount. Anche qui è facile comprendere che lo store che riscuote maggior successo è quello che assicura i prezzi più bassi e che magari riesce a garantire (ma non è espressamente richiesto dal consumatore) anche un pizzico di qualità.

Non sono un economista né un perfetto conoscitore del mercato, e quindi la mia teoria va confermata, ricalibrata, smentita dalle vostre considerazioni; e se fosse soltanto, tutto ciò, un sintomo, un manifestarsi del reale valore delle cose? In questi decenni, come si evince dagli interventi (anche) di Sergio “Alan D.” Altieri e nel passato di Valerio Evangelisti, spesso su Carmilla on Line, c’è stato un gonfiarsi spropositato del valore del denaro: ne è semplicemente circolato troppo perché sopravvalutato, perché svincolato dalle effettive riserve auree possedute dalle singole nazioni. Ciò ha conferito un prezzo arbitrario ai beni, il mercato è vissuto su una bolla inflazionistica impressionante che ora si sta, semplicemente, sgonfiando, sta riprendendo il suo reale valore. Una piccola prova del nove di tutto questo? Provate a organizzare dei pasti completi, per una settimana almeno, a un centinaio di persone, e provate poi a calcolarvi il costo singolo di ogni pasto: sarete davvero sfortunati se supererete i due euro a persona. Ma questo non è certo un segreto per chi fa della ristorazione la sua attività, e ciò ci riporta al reale valore dei beni che consumiamo, che compriamo. Io credo che, comunque, la cartina al tornasole di tutto il discorso sia questa: assunto 100 il valore economico globale, abbiamo vissuto in questi decenni con un valore gonfiato pari a centinaia, forse 1000; per riportare a 100 il tutto bisogna lavorare o sui beni, oppure su chi li produce, riducendolo in una condizione prossima alla schiavitù. La sfida del futuro credo si risolva tutto in questa dicotomia.

Ne consegue la domanda finale: è giusto pagare cifre fuori scala per acquistare ciò che ci serve? Qual è il valore reale dei beni che compriamo, in questo momento storico? Fino a che punto ha senso, perciò, viste le considerazioni sul reale costo del denaro, alimentare il mercato dai prezzi gonfiati? È davvero incombente la fine di un regime economico?

Anne McCaffrey

Prima parte

Tutta l’opera di Anne McCaffrey risente fortemente della sua personalità, dell’orientamento che ha sempre coraggiosamente cercato di imprimere alla propria vita e degli ideali che ha riversato nelle sue storie, certa che fossero un mezzo per condividere valori e considerazioni con più persone possibile.

La sua formazione fu influenzata dallo studio delle lingue straniere, della letteratura, della storia, della mitologia, e dalla sua passione per il teatro e la musica.
Fondamentali furono le sue letture: dopo le avventure di Rudyard Kipling, fu conquistata dal genere fantastico grazie alle storie di Abraham Merritt, di Edgar Rice Burroughs, soprattutto la serie di John Carter, al romanzo utopico Islandia di Austin Tappan Wright, a Rupert of Hentzau e The Prisoner of Zenda di Anthony Hope, fino alla grande stagione d’oro della fantascienza, a partire dagli anni Cinquanta, che la già adulta Anne amò visceralmente tanto da ardire a scriverne anche lei stessa.
In questo fu una delle pioniere del tempo: essere, tra la fine degli anni ’50 e primi anni ’60, una donna che desidera affermarsi in un genere che contava lettori e autori prevalentemente maschili, per lo più contraddistinti da atteggiamenti reazionari e diffidenti verso le scrittrici di fantascienza e la loro produzione, soprattutto se le protagoniste erano eroine, donne emancipate e fuori dai canoni rispetto alla mentalità del tempo. Per essere credibile e accettata era necessario dimostrare di scrivere in maniera valida e di argomenti tali da convincere e attirare il pubblico più scettico e  i colleghi scrittori, che si dimostravano particolarmente inflessibili e critici.

Per Anne fu una sfida di cui non aver timore e che vinse brillantemente.
Cresciuta come una giovane ragazza sensibile e intelligente i cui principali amici erano i libri, aveva presto imparato a scontrarsi con un mondo duro che rifiutava idee diverse, a essere orgogliosa di avere una propria personalità indipendente, ad avere coraggio sufficiente per seguire la propria strada interiore (si ricordi in quali anni visse la propria giovinezza).
“Si impara a essere non conformi, − disse la scrittrice − a evitare le etichette. Ma non è facile! Eppure ci si accorge quante risorse interiori possiedano proprio coloro che hanno avuto sempre la forza di essere al di fuori della mentalità del gregge. Così la mente impara la libertà di pensiero e a comprendere il potere della fantasia.”
Questo suo modo di essere è rivelato in A life with Dragons, la sua biografia ufficiale uscita nel 2007 a cura di Robin Roberts, in cui è delineata la figura affascinante e complessa di questa donna che ha creato i suoi mondi immaginifici attingendo a piene mani dalle esperienze della propria vita, che ha rifiutato di chiudersi nei ruoli sociali tradizionali; una giovane madre che ha voluto dedicarsi anche alla scrittura, un’americana che se n’è andata dal proprio paese sola con due figli, un’amante degli animali che sognava mondi ove convivessero in perfetta armonia uomo e natura, una moglie intrappolata in un matrimonio infelice a cui ha avuto il coraggio di sottrarsi nonostante lo scalpore; una scrittrice che ha sempre amato i propri fan, di una gentilezza squisita verso chiunque, sempre pronta a una parola di incoraggiamento e stima verso i colleghi, troppo modesta per ammettere che i suoi libri erano diventati dei classici.
Questa autonomia di pensiero e autodeterminazione si percepisce fin dalle prime opere pubblicate, nelle quali alle donne in primo piano viene rifiutato il ruolo classico e marginale, per diventare protagoniste perspicaci e indipendenti, capaci di risolvere le situazioni da sole, rifiutando la tipica impostazione che voleva soprattutto eroi maschili e conflitti uomo-mostro.
La McCaffrey è stata molto apprezzata per la sua capacità di raccontare l’universale e trasmettere contenuti di valore oltre i limiti della narrativa di genere, utilizzando ampiamente l’apporto del mito e al contempo sovvertendo le regole delle leggende tradizionali, riconoscendo o ignorando le convenzioni.

Non si possono non ricordare altre due grandi scrittrici e antesignane della narrativa fantastica dell’epoca, Marion Zimmer Bradley, in particolare il suo ciclo fantascientifico di Darkover, e la grandissima Ursula K. Le Guin.
È singolare notare che i romanzi della Le Guin della pentalogia di Earthsea uscirono all’incirca negli stessi anni dei primi romanzi di The Dragonriders of Pern: in entrambe le saghe viene cambiata radicalmente la visione classica del drago presente fino ad allora nella narrativa fantastica, per renderlo un animale dalla valenza positiva, antico, saggio, depositario di infinita conoscenza.

Terza parte

Nel 1959 Charles Percy Snow, di professione scienziato, di vocazione scrittore, scrisse il suo celebre saggio (rielaborazione della Rede Lecture tenuta nel maggio di quell’anno presso l’università di Cambridge, pubblicato nel ’63 con considerazioni aggiuntive) in cui teorizzava la frattura tra le due culture. In esso l’autore britannico constatava la generale diffidenza degli scienziati e degli ingegneri verso la letteratura (considerata avulsa ai loro interessi), con conseguenze limitanti per la loro intelligenza immaginifica; e al contempo la scarsa familiarità degli uomini di lettere con la scienza, le sue tematiche e anche solo i suoi concetti di base.

Evidenziava in queste considerazioni un retaggio del passato, dell’atteggiamento «conservatore» di gran parte degli intellettuali dell’Ottocento e dell’influsso che avevano esercitato sul gusto dei suoi contemporanei, e ne denunciava la prospettiva limitata che aveva impedito loro di cogliere i benefici che l’industrializzazione avrebbe potuto comportare sullo stile di vita e il benessere delle fasce sociali più povere. Inoltre lamentava l’attitudine degli uomini di scienze, che di fatto si auto-limitavano nel proprio ruolo, negandosi i benefici che una base umanistica minima avrebbe potuto apportare al loro modo di rapportarsi al loro stesso lavoro.

Il problema, sostiene Snow ed è facile concordare con lui, affonda le radici nel sistema educativo. Bisognerebbe investire in formazione, prestando i nostri tecnici ai paesi poveri per propiziarne al più presto lo sviluppo industriale. Secondo Snow, l’India avrebbe potuto uscire dal suo stato di povertà con l’aiuto di scienziati e ingegneri inglesi, americani e russi, e lo stesso avrebbe potuto capitare al resto dell’Asia (Cina esclusa, in cui già intravedeva potenzialità di autosufficienza) e Africa.

A distanza di oltre mezzo secolo dalla stesura del saggio, è sorprendente constatare come alcuni elementi abbiano seguito le previsioni dell’autore, penso soprattutto all’ingresso della Cina nel club dell’industrializzazione, ai benefici dimostrati delle riforme scolastiche volte a valorizzare materie scientifiche e tecniche (che anzi prima o poi potrebbero portare i paesi della Vecchia Europa a chiedere il sostegno dei paesi sulla cresta dell’onda, Brasile, Russia, Cina e India); ma, paradossalmente, è altrettanto sorprendente continuare a riscontrare la persistenza della frattura tra le due culture. Per esempio, oggi come allora la narrativa di consumo come la letteratura dell’Occidente sono dominate da protagonisti con scarsissime attitudini tecnologiche e prevalentemente analfabeti in qualsiasi materia scientifica; i romanzi sono invece affollati di psicologi, pubblicitari, magistrati, poliziotti, assediati da una massa impiegatizia indistinta e anonima. E, man mano che anche le conoscenze umanistiche di base si assottigliano con la complicità delle varie riforme che hanno riguardato l’insegnamento, specie in Italia le opere letterarie sembrano produrre protagonisti amorfi e indistinti come riflesso di un pubblico amorfo e indistinto a sua volta.

Se in ambito letterario la fantascienza rappresenta il ponte ideale tra umanisti e tecnici/scienziati, in Italia attualmente esiste un solo gruppo di autori che si è dato programmaticamente lo scopo di superare il divario tra le due culture.

Secondo Snow, gli unici autori dell’Ottocento che avrebbero potuto cogliere la portata del cambiamento furono per la loro ampiezza di vedute e vocazione i russi, che però rimasero sempre vincolati al contesto rurale e pre-industriale del loro Paese. Questo dovrebbe insegnarci qualcosa e servirci da ammonimento. L’Italia, tra i paesi della cosiddetta Eurozona più esposti alla crisi economica, si trova oggi al centro di una tempesta finanziaria. Il nostro è un argine e noi ci troviamo proprio quassù, esposti ai venti della bufera. Se la barriera di contenimento terrà o meno, la storia imboccherà un corso oppure un altro. Ma se non dovesse tenere – e il premio Nobel Paul Krugman, che solitamente nelle sue analisi si rivela impeccabile, non è affatto ottimista – quello che sperimentiamo noi oggi, potrà toccare domani a qualcun altro.

Sta a noi interpretare e decodificare i segnali. I tempi sono stretti. Ma nel ruolo di testimoni che compete agli autori, è anche un dovere – oltre che una prerogativa – dei connettivisti saper fornire un punto di vista sul mondo che cambia intorno a noi.

Giunsero come una pestilenza sospinta dai venti galattici.
Nessuno sapeva da dove venivano, nessuno sapeva dove stavano andando, nessuno sapeva neppure per certo se fossero umani. […]
Avevano molti nomi: alcuni se li erano inventati loro, altri no. Quello che aveva fatto presa era Zingari delle Stelle.
Il mio compito era scovarli. Naturalmente, nessuno mi aveva detto come mi sarei dovuto comportare quando li avessi presi, perché di solito non infrangevano nessuna legge. Cuori, sì; sogni, senz’altro. Ma leggi?

Mike Resnick è un noto e prolifico scrittore americano di fantascienza, che ha al suo attivo circa duecento racconti e più di cinquanta romanzi, oltre ad aver vinto ben cinque premi Hugo e un Premio Nebula. Profondo conoscitore di favole e leggende, spesso trae spunto da questi archetipi per la trama e i personaggi delle sue opere, caratterizzate da un altro elemento immancabile, un sottile e brillante umorismo.

Ricordi (Keepsakes, edito sia in italiano che in inglese da 40k) ha per protagonista Gabriel Mola, veterano e solerte investigatore sulle tracce degli misteriosi Zingari delle Stelle, una razza aliena che minaccia la tranquillità della Repubblica, benché in modo assai inconsueto. Queste creature non intendono conquistare la Terra né tramano fini bellicosi, bensì compaiono all’improvviso alle persone in difficoltà, promettendo il proprio aiuto a risolvere pressoché ogni dilemma e problema e chiedendo in cambio… “In effetti commerciavano in sofferenza”, scrive l’autore.
Insieme al nuovo assistente, Jebediah Burke, che si rivelerà fondamentale grazie al suo approccio inedito all’indagine, Gabe dovrà non solo cercare di far cessare le incursioni degli Zingari, ma comprendere chi siano veramente e quale sia lo scopo, la logica che muove il loro agire.

Un breve romanzo molto interessante, dalla trama suggestiva, con personaggi singolari; una storia toccante che sa far sorridere ma anche riflettere. Ben riuscita la contrapposizione tra i due investigatori, ciascuno portavoce di differenti modi di considerare il tema dell’altro, l’alieno, che rispecchiano idealmente il contrasto tra un orientamento più tollerante e comprensivo, quasi antropologico, rispetto a una posizione più intransigente e rigorosa.

In questa antinomia prorompe una terza voce, quella degli Zingari delle Stelle, che si rifiutano di essere considerati dei nemici, ostili agli esseri umani, men che meno dei ladri. Tale confronto tra più punti di vista aiuta il lettore a comprendere quanto sia complesso dare un giudizio definitivo a priori su un comportamento, soprattutto se fuori dai canoni tradizionali, senza cercare di investigarne e capirne le intime ragioni. Una questione che rispecchia anche un problema sociale odierno e suggerisce l’importanza di un ascolto proattivo dell’altro, senza essere accecati dai pregiudizi o dall’ottusità delle consuetudini; un tema che altresì potrebbe essere sintetizzato in uno spinoso interrogativo che tanto è stato presente in letteratura, fin dall’antichità: è più importante l’etica o la legge?

Resnick si focalizza inoltre su un altro argomento, quello del ricordo, rimarcando il senso e il valore delle memorie e dell’esperienza, patrimonio essenziale di ciascun individuo, e riflettendo parallelamente su come la perdita della capacità di provare e custodire emozioni, in tutto in loro spettro, possa mettere in pericolo la nostra umanità stessa, rischiando di non essere più in grado di interagire empaticamente con l’altro, ridurci a vacue larve deprivate di ciò che dà senso all’esistere. Inevitabile menzionare in tale frangente il film di Michel Gondry Eternal Sunshine of the Spotless Mind (titolo infelicemente tradotto in italiano con Se mi lasci ti cancello), che investiga in maniera simile il significato e l’importanza del sentire e del ricordo, ma anche la loro profonda ambivalenza in senso assoluto e nei rapporti interpersonali.

Un libro, quindi, denso e ben riuscito, avvincente come una detective story e ricco di un’ironia che sa alleggerire e rendere intrigante la lettura e tematiche di per sé non lievi.

Può sembrare tautologico, ma il titolo racchiude in sé una dichiarazione d’intenti, che nasce dalla lettura dell’analisi di Alan D. Altieri sulla Death Economy. Nel terzo capitolo del suo trittico, pubblicato su Carmilla (qui e qui le puntate precedenti), der Wolf conclude la sua scorribanda attraverso il “baratro terminale del collasso economico planetario” con una disamina sferzante della situazione del nostro paese, da lui condivisibilmente ribattezzato necroland, al termine di quello che definisce con perfetta scelta di termini “il ventennio laido”. E ne fotografa lo stato di salute mentale in questo passaggio, illuminante per più di una ragione:

Disconnect, dis-connessione, è il termine anglosassone che meglio descrive questo fenomeno. In una situazione di disconnect, sono interrotte le correlazioni tra causa ed effetto, sono mutilati i parametri tra logica e delirio, sono soprattutto distrutti i confini tra bene e male, giusto e ingiusto. Chi sceglie e/o vuole e/o accetta di condurre una non-esistenza in disconnect, si cala in un mondo completamente illusorio. E totalmente psicotico.

Disconnessione è la condizione accettata da chi smette di interrogarsi, quale che sia l’oggetto d’indagine: il mondo in cui viviamo, la società di cui siamo parte, i processi fisici alla base del cosmo che ci racchiude tutti, la portata e le implicazioni morali delle nostre azioni. È una forma di deresponsabilizzazione, come rimarca Altieri, ed è l’anticamera dell’obitorio. In disconnessione, siamo praticamente flatline, una linea piatta sul monitor di un elettroencefalografo, in una condizione di totale incapacità di agire sul mondo e passivamente immersi nel delirio illusorio indotto per noi dalla droga del regime. Nel caso di necroland – ancora beatamente ignara delle potenzialità intrinseche della rete e sorda al problema del digital divide – questa droga è ancora il mass media del secondo Novecento: la televisione.

Altri prima di me hanno rimarcato l’effetto di stasi indotta dal tubo catodico: l’instaurazione di un sogno di plastica nel pieno azzeramento della dimensione tempo. Il beneficio di un eterno presente è quantificabile facilmente per la classe di governo e lo dimostrano i venti anni di totale immobilità in cui si è adagiato il paese, mentre veniva dissennatamente depauperato delle proprie risorse. Se verso le istanze di cambiamento i governi risultano mediamente refrattari, i governi di regime – anche se si tratta di dittature morbide o, come le ha definite Predrag Matvejevic, demokrature – sono invece particolarmente, intrinsecamente e sistematicamente ostili. Il paesaggio fittizio generato dalle televisioni ha contribuito allo scopo, livellando la sensibilità culturale della popolazione e cristallizzandone la percezione lontano da scomodi impulsi al rinnovamento.

Fin dal loro esordio i connettivisti hanno fatto del cambiamento una delle chiavi indispensabili per la decodifica del binomio realtà/immaginario in cui siamo immersi. Attraverso l’esercizio della critica del reale, come semplice attuazione delle facoltà di trasfigurazione della scrittura, possiamo configurare ed elaborare un nostro ruolo sociale/sociologico, nella scia di quanto di grande è stato fatto con particolare efficacia dalla cosiddetta social science fiction a partire dagli anni ’50. Se torniamo al brano citato dal pamphlet di Altieri, è intuitivo scorgere nelle intenzioni dichiarate del connettivismo un antidoto al processo di sistematica disconnessione dal reale e dal vero in atto da qualche anno a questa parte. Sembra in effetti che la televisione abbia voluto far proprie le tecniche di psico-guerriglia messe a punto di William S. Burroughs (evocate letterariamente in particolare in Nova Express e nel resto della Trilogia Nova):

Il controllo dei mass media dipende dallo stabilire delle linee di associazione. Quando le linee sono tagliate le connessioni associative sono interrotte.

Ormai il controllo sulle menti passa dalla recisione di ogni linea di associazione. Le connessioni sono già interrotte. Uno dei nostri obblighi, nel perseguire la summenzionata vocazione sociologica del movimento, è ripristinare le connessioni, ristabilendo il giusto meccanismo di causa-effetto e individuando le correlazioni e le corrispondenze a volte nascoste nella trama degli eventi. Perché, per dirla con le parole di Thomas Pynchon (L’arcobaleno della gravità, 1973):

Come tutti gli altri tipi di paranoia, gli effetti qui riscontrati non sono altro che il sintomo iniziale, il bordo d’attacco prodotto dalla scoperta che tutto è connesso, nel Creato, un’illuminazione secondaria – non ancora l’Illuminazione accecante, ma per lo meno coerente, che forse può costituire una Via d’Accesso per le persone come Čičerin, solitamente tenute ai margini…

Anne McCaffrey

Ci sono mondi che una volta spento l’e-reader (o dopo aver chiuso il libro, come si diceva una volta) rimangono talmente impressi da far percepire una velata nostalgia verso una realtà altra che è riuscita a coinvolgere in maniera assoluta, a trasportare davvero altrove.
Una scrittrice capace di tale incantesimo è Anne McCaffrey, purtroppo mancata alla fine dello scorso anno e considerata una delle maggiori scrittrici di fantascienza: nel corso dei suoi 46 anni di carriera ha vinto il Premio Hugo e il Premio Nebula, il suo The White Dragon è stato uno dei primi romanzi di fantascienza ad entrare nella classifica dei bestseller del New York Times, le è stato conferito il titolo di Grand Master of Science Fiction nel 2005 e il suo nome è stato iscritto nella Science Fiction Hall of Fame nel 2006.
A livello internazionale sono state innumerevoli le testimonianze di stima e cordoglio e gli articoli commemorativi al momento della scomparsa, sia da parte di scrittori, editori, giornalisti, che di amici e fan. Pressoché sconosciuta e dimenticata in Italia, quasi nessuno l’ha rammentata se non con formali e sintetici trafiletti di circostanza.
Per questo motivo, ci tenevo a ricordarla almeno con una nota bio-bibliografica, sperando che solletichi in qualcuno il desiderio di avventurarsi nelle sue storie.

Anne Inez McCaffrey nacque nel Massachusetts il 1° aprile 1926; suo padre era un colonnello dell’esercito in pensione e sua madre era agente immobiliare. Nonostante i numerosi trasferimenti della famiglia in stati diversi, la giovane Anne si laureò brillantemente in Lingue e letterature slave, e in seguito provò ad impiegarsi nel teatro, sia come attrice che regista, e studiò canto per nove anni, passioni che si rifletteranno in maniera ricorrente in molti dei suoi romanzi.
Pur avendo iniziato a scrivere fin dai giorni della scuola, le sue prime storie pubblicate sono state Freedom of the Race, relativa a donne incinta di creature aliene, su Science-Fiction Plus nel 1953, e The Lady in the Tower su The Magazine of Fantasy and Science Fiction nel 1959; prove forse ancora un po’ acerbe ma che rivelano tanto le sue potenzialità narrative che la passione per il fantastico, il fantascientifico in particolare, e alcune tematiche peculiari della sua produzione.
Grazie anche al sostegno dei suoi editori e della sua agente, Virginia Kidd, si dedicò sempre più sistematicamente alla scrittura.

Ad inizio anni Sessanta iniziò a lavorare ai cinque racconti, stesi tra il ’61 e il ’69, che compongono The Ship Who Sang, la cui prima edizione originale è del 1969.

Il vero successo che cominciò a farla conoscere tra lettori e addetti ai lavori del mondo della fiction giunse nel 1967, allorché il suo Weyr Search fu pubblicato sulla rivista Analog Science Fiction and Fact, allora diretta da John W. Campbell, racconto grazie al quale vinse nel 1968 il Premio Hugo, prima scrittrice donna a ricevere questo prestigioso premio. Sulla medesima rivista, tra dicembre ’67 e gennaio ’68, fu pubblicata la novella successiva, Dragonrider, che valse all’autrice nel 1969 un altro autorevole riconoscimento, il Premio Nebula.
Benché nati come esperienze a sé, esortata dal suo editore a dare un seguito di maggior respiro alla storia, questi due racconti costituirono la prima parte di Dragonflight, romanzo pubblicato nel 1968 che costituisce il primo libro della sua saga più celebre, The Dragonriders of Pern, che consta di decine tra romanzi e racconti, i più recenti scritti insieme al figlio Todd.

Già nel 1967, tuttavia, era apparso il suo primo romanzo di fantascienza, Restoree, storia di una giovane rapita da alieni che si nutrono di cane umana.
Nel 1969 uscì Decision at Doona, primo di una trilogia completata soltanto negli anni Novanta insieme a Jody Lynn Nye, in cui per la prima volta viene nominata la Federation of Sentient Planets, scenografia e idea che torneranno e verranno citate in tante sue opere fantascientifiche, in riferimento all’organizzazione politico-sociale che si sarebbero dati nel futuro pianeti appartenenti anche a universi differenti.

Poco dopo il divorzio, nel 1970 Anne si trasferì in Irlanda e dovette affrontare alcuni anni difficili dal punto di vista personale, familiare ed economico – per problemi finanziari fu costretta a cambiare spesso casa e città e ad attingere a fondi di beneficenza –, situazione che pesò anche sulla scrittura, che attraversò una fase di stallo.
Dopo essere riuscita a concludere e a far uscire entro il 1971 Dragonquest, soltanto nel 1978 vide la luce The White Dragon, entrambi appartenenti alla saga di Pern.
The White Dragon fu il romanzo che definitivamente la consacrò al successo, vendendo da subito un cospicuo numero di copie ed entrando a quasi dieci anni di distanza nella classifica della rivista Locus dei 33 migliori romanzi fantastici.

Grazie alla notorietà acquisita, le venne richiesto di comporre qualcosa anche per il mercato degli young adult: nacquero così le prime storie che confluirono in The Crystal Singer, primo della trilogia di The Crystal Universe, e i tre romanzi della cosiddetta The Masterharper of Pern, sempre ambientata nel mondo omonimo e che inaugurò la fattiva collaborazione con la casa editrice Atheneum Books.

Gli introiti provenienti dalle ultime pubblicazioni le permisero di acquistare la sua Dragonhold, una tenuta nella contea di Wicklow così chiamata in onore dei suoi amati draghi che le diedero la possibilità di coronare tale sogno, ove visse da allora dedicandosi principalmente alla scrittura e all’allevamento di cavalli, rispondendo alle numerose lettere dei fan e degli amici, partecipando a convention e presentazioni.
Raccogliendo e rielaborando racconti già scritti, dedicandosi a narrazioni nuove da sola o insieme ad altri autori e al figlio Todd, da allora la McCaffrey proseguì a raccontare storie legate al ciclo di Pern e a scrivere altre saghe e libri − ad esempio, per citarne una minima parte, la serie di Ireta, i due cicli che compongono The Talents Universe, che ruota attorno a individui che hanno sviluppato capacità telepatiche e telecinetiche destinati a divenire parte integrante del sistema di connessione di una società interstellare, la saga di Acorna scritta principalmente con Elizabeth Ann Scarborough.

Anne McCaffrey è mancata il 21 novembre 2011 all’età di 85 anni.

Seconda parte

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