L’hacienda dura consumando materiali, il cui trattamento varia a seconda che siano classificati come inerti o non inerti. Dei primi a consumarsi è l’utilità, esaurita la quale vengono gettati. I secondi devono essere assimilati ai primi: vien loro tolto il movimento spontaneo e assegnata un’utilità che si possa consumare. Tuttavia, a differenza degli inerti, tale utilità resta qualcosa di estraneo, non inerente, ma fittizio: ciò che dei materiali non inerti viene consumato, è il tempo durante il quale il movimento è sospeso. Essi rappresentano per l’hacienda una minaccia, poiché tale movimento, ancorché vi abdichino nella forma più radicale, rimane nelle loro facoltà: si tratta infatti di un’attitudine alla metamorfosi. Queste trasformazioni, che possono verificarsi senza avvisaglie e restano, per chi guardi dall’esterno, del tutto inavvertite, pur modificando intimamente la natura del materiale, fanno sì che il controllo che si esercita su di esso rimanga sempre precario.

Dal momento in cui ai materiali viene riconosciuta o conferita un’utilità, vengono definiti risorse; a quelli non inerti, denunciandone la peculiarità, l’hacienda dà il nome di risorse umane. Che siano per essa temibili è testimoniato dall’accortezza con cui se ne tiene al riparo nel modo più ingegnoso: l’intero suo corpo fisico e mistico è infatti rivestito di uno strato più o meno spesso di una forma specializzata di tali materiali, che si prestano quali sacerdoti e officianti del suo culto e custodi della sua ortodossia. Dispone poi, dove la prossimità è massima e quindi più elevato il rischio, di un apposito dipartimento, incaricato non solo di opporre uno spessore o meglio un filtro tra le due parti, il materiale non inerte e il corpo dell’hacienda, ma anche di disciplinare l’acquisto di nuovo materiale e la dismissione di quello in uso.

—F.Sollima, Fenomenologia dell’umiliazione, I, p.49

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