Dopo quasi venticinque anni dalla pubblicazione, e in occasione della morte del più noto conterraneo Luigi De Rossi, le terze pagine dei principali quotidiani sono tornate a occuparsi dell’opera di Fosco Sollima, bizzarra figura di autodidatta ramingo tra le fabbriche intorno al medio corso del Ticino, tra Novara e Magenta. Non ci si attarderà qui sui particolari biografici, né sulla scarsa fortuna editoriale: per tali argomenti si può far riferimento alle fonti indicate sopra, che nella trattazione hanno sfoggiato il consueto gusto per l’oleografia e il melodramma: ed ecco la storia del popolano ruvido e scontroso che suda nottetempo sui libri dopo le ore trascorse al montaggio di rubinetti o nella lucidatura di maniglie, scrive e riscrive le carte che raccoglierà poi nel ponderoso trattato che sarà l’unica sua opera edita, viene deriso tanto dai colleghi di lavoro, che finiscono per isolarlo, quanto dai pochi letterati che si prendono la briga di rispondere alle sue missive impacciate o alle rare, titubanti, chiamate per telefono.

Che dire invece di questo ingombrante saggio in più volumi che infine il Sollima pubblicò a sue spese con l’altrettanto ingombrante titolo Fenomenologia dell’umiliazione? Che rappresenta anzitutto un gesto: il gesto con cui l’autore mette davanti a sé la propria personale allucinazione e la descrive con lucidità. Il senso di insignificanza, si direbbe quasi inesistenza, sperimentato nella sua vita e nella sua persona, non viene interpretato alla luce di categorie come la giustizia o l’ingiustizia, egli non parla di sfruttamento e neppure di classi sociali, non rivendica alcunché, non confida in alcuna forma di lotta o rivoluzione: e questo è tanto più rilevante, se si osserva che la materia dei primi tre volumi fu stesa tra l’autunno del ’69 e il ’72. Piuttosto, percepisce in questo affronto continuo, in questa oppressione, il respiro di un immenso meccanismo senziente, con una vita propria, che egli analizza in dettaglio nei diversi ambiti dove meglio e più in profondità ritiene che si avverta e manifesti: le aziende (voll. I e II), l’editoria (III), la scuola (IV), le religioni (V).

Scorrendo le pagine dei primi due volumi, di cui si intende qui presentare una succinta antologia con cadenza settimanale, l’impressione è quella di una follia tanto innocua quanto pervasiva: il mondo aziendale è mostrato nelle forme distorte di una istituzione religiosa, atea e dogmatica allo stesso tempo, che teme i propri dipendenti e programma intenzionalmente la loro quotidiana umiliazione. In questa luce persecutoria vengono reinterpretate innocenti espressioni del lessico aziendale, per esempio relative ai colloqui di selezione; e da certe acrobazie etimologiche di dubbio fondamento vengono tratte conclusioni di portata cosmica. In sostanza, il trattato appare un reperto fossile di quell’era favoleggiata in cui spiriti ed ectoplasmi si mostravano in piena evidenza ai vivi, testimonianza di un’ingenuità fuori del comune e forse patologica, e come tale si intende presentarlo. Quanto ai lettori, dotati di maggior discernimento e di quel buon senso che tiene ben distinte teoria e pratica, confinando la prima al diletto e al tempo libero e della seconda facendo l’uso più appropriato per la conservazione dei posti di lavoro e delle amicizie, sapranno certo dare a questi brevi estratti il peso che meritano: un esercizio dell’immaginazione.