Le nostre riflessioni connettiviste hanno un habitat, generalmente, ristretto all’ambiente del Movimento: i pensieri e le teorie che sono alla base delle intuizioni che espletiamo, con frequenza asincrona e non con la stessa prolificità tra i diversi membri del collettivo, hanno spesso esistenza esclusivamente all’interno del nostro circolo; auspicabile sarebbe riuscire a esportare questi filamenti di idee verso il mondo che ci permea, la cosiddetta realtà. Esportarli significa renderli fondanti, destabilizzanti per certi versi perché così diverrebbero in grado di cambiare la realtà e renderla nuova, non dico connettivista ma, almeno, con al suo interno elementi di discontinuità dal presente, una sorta di terreno culturale su cui le nuove generazioni possano trovare elementi di fecondità. Qualcosa per cui loro potranno – si spera – sentirsi nuovi rispetto al nostro mondo, pensiero, vita, memi.

Ecco perché è importante che i connettivisti escano dalla loro culla e si collochino, tanto per cominciare, nell’alveo della cultura cosiddetta mainstream. Iniettare idee nel tessuto forse moribondo del nostro tempo, ispirare la consapevolezza del mutamento, instillare quella visionarietà postumana che potrà cambiare la nostra civiltà e interpretarla secondo declinazioni di equità ed empatia, è forse il lascito che potrà testimoniare maggiormente la nostra vitalità il giorno che noi non saremo più. Dal lato intellettuale, intendo: il giorno in cui le nostre idee non avranno più nessun connotato di novità.