Nel dicembre 2011, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, Eric Schmidt tratteggia il futuro tecnologico del pianeta: innovazione sempre più incalzante sotto la spinta della concorrenza globale. I governi arrancano, non hanno ben chiaro questo meccanismo, e anche le masse popolari tendono a restare ancorate al passato, a privilegiare la permanenza. Concorrenza e innovazione sono la legge della realtà e del suo divenire, inesorabile al pari della caduta dei gravi.

…il capitalismo è l’unico meccanismo che si è dimostrato capace di migliorare il tenore di vita delle società. [...] Sono le regole del mercato globale e sono ineludibili.

Questa legge è a tutto vantaggio del consumatore, che può acquistare prodotti sempre migliori a prezzi sempre più bassi.

… qui negli USA, grazie alla lotta già in atto, si possono ormai avere i migliori cellulari smart con cento dollari.

Per affrontare questa lotta senza quartiere (“concorrenza brutale”) occorre concedere la massima libertà, evitare la centralizzazione, rendere le organizzazioni meno gerarchiche.

… se pianifichi centralmente non creerai mai nulla di nuovo. Da noi c’è più libertà d’iniziativa, le gerarchie contano poco.

Realtà come Google testimoniano una tendenza che si andava affermando da tempo: come gli orari flessibili e gli ambienti amichevoli, con disponibilità di saune e palestre, dissimulano la costrizione, anche i rapporti gerarchici sono mediati da un involucro egualitario. Non si parla più di dipendenti, e men che meno di sottoposti, ma di collaboratori. Le ingiunzioni sono espresse al condizionale, pur non perdendo nulla della loro violenza ingiuntiva. Il lavoro ha ceduto il posto alle attività, etichetta neutrale, quasi ginnica, che può applicarsi tanto alla produzione quanto alla ricreazione. Si osserva il culto dell’esplicito, un dogma di grande successo in ogni campo della comunicazione, poiché garantisce la più convincente simulazione della verità: nulla infatti è più vero del dire pane al pane, una volta che ciò che si ha davanti sia stato costretto a essere nient’altro che pane. Applicata questa riduzione, ogni chiesa proclama la propria mitologia, che chiama mondo.

All’origine dell’umiliazione c’è la fame: non l’occasionale appetito, non il fuggevole desiderio, ma uno stato di mancanza permanente. Perciò ogni condizione di integrità, anche limitata, in quanto interrompe la fame e consente di guardare all’umiliazione con disprezzo, rappresenta per l’hacienda una minaccia contro cui va esercitata una sorveglianza costante. L’integrità deve essere intaccata a ogni costo: a questo scopo vengono messi in opera meccanismi instancabili che da un lato producono valore, dall’altro lo concentrano. Il valore viene generato mediante evocazione: tale è infatti la fantasmagoria pubblicitaria, la cui foschia lucente sfuma i contorni degli oggetti, nasconde la loro natura di manufatto seriale per trasformarli in apparizioni di perfezione, unici ed eterni. La concentrazione avviene in modo che grandi quantità di ciò che più è desiderabile vengano poste alla minor distanza possibile, dove siano prossime, pur restando intangibili.

—F.Sollima, Fenomenologia dell’umiliazione, I, p.5

Il controllo che l’hacienda esercita sui materiali non inerti, o risorse umane, investe anche l’alimentazione, che si procura di rendere simile a quella dei materiali inerti: una fornitura di energia cui deve corrispondere, in un rapporto automatico di cause ed effetti, un funzionamento atteso. Le organizzazioni più grandi dispongono a questo scopo ambienti appositi al loro interno, in modo che il controllo sia totale; le altre forniscono tagliandi di un determinato valore, che possono essere scambiati con cibo in punti di ristoro esterni. In questo caso la costrizione è esercitata dal basso importo dei tagliandi, che impone una scelta ristretta e un calcolo assillante, e al fatto che tale scelta avvenga non nell’ambito controllato della mensa, ma in uno spazio aperto che mette a disposizione numerose alternative più appetibili.

L’uso della mensa può essere gratuito, ma più spesso comporta un prelievo, di solito trascurabile, dalla retribuzione: altrimenti si genererebbe il sospetto che tale servizio sia nell’interesse dell’hacienda. Poiché essa considera ostile tutto ciò che è integro, in quanto portatore di una ragione sua propria e di una sostanza renitente, anche il pasto viene sottoposto a un bisturi analitico, e suddiviso in piatti, ognuno dei quali ha un peso e una classificazione; le scelte possibili vengono limitate secondo poche regole definite in base a questi criteri. Le eccezioni sono ammesse, ma dipendono dall’arbitrio delle inservienti. Queste rappresentano una delle forme cui l’hacienda ricorre come isolante nei confronti delle risorse umane, al pari degli addetti all’amministrazione e ai servizi: elettricisti, portinai, addetti alla sicurezza e così via. Tutti costoro da un lato sono agevolati nel contatto grazie alla comune umanità, dall’altro l’hacienda riconosce loro tacitamente una circoscritta facoltà di deroga, purché non esibita: è questo il loro potere.

Per azzerare i tempi di distribuzione e di attesa, il cibo non viene cucinato a richiesta, ma in grandi quantità, e tenuto a bagnomaria perché resti in temperatura; tutti i piatti caldi sono quindi in realtà riscaldati, e l’odore dolciastro, il tepore umido che deriva da questo processo di mantenimento sono il blando anestetico che segna la sospensione temporanea del processo di produzione, ammorbidisce la percezione, prepara e facilita l’ingerimento. Per rendere le porzioni uniformi, perfette epifanie della serialità, si privilegiano le ricette in cui le materie prime vengono sminuzzate e ricomposte in forme semplici e replicabili: polpette, sformati, salsicce, fette di torte salate, pizze, frittate e in generale tutto ciò che può essere cucinato in teglie e successivamente ritagliato in sagome geometriche. La ricomposizione, che agevola la mescolanza, ha anche il vantaggio di rendere irriconoscibili gli ingredienti e confondere i sapori: questo non tanto per la marginale utilità di dar fondo agli avanzi o recuperare qualcosa di avariato, quanto perché il cibo sia il più anonimo possibile.

—F.Sollima, Fenomenologia dell’umiliazione, I, p.55

Nell’hacienda le ingiunzioni vengono espresse in forma condizionale: direi, farei, proporrei. Allo stesso modo, dipendenti e sottoposti sono definiti collaboratori, quando invece è evidente che, in primo luogo, non c’è né comunanza relativamente alla loro attività, poiché vige il principio generale che non sappia la destra ciò che fa la sinistra, e ogni cellula procede per conto proprio, apatica e ignara; né reale lavoro, se per questo si intende sforzo finalizzato a un risultato: se mai dissipazione di energie.

—F. Sollima, Fenomenologia dell’umiliazione, I, p.142

L’hacienda dura consumando materiali, il cui trattamento varia a seconda che siano classificati come inerti o non inerti. Dei primi a consumarsi è l’utilità, esaurita la quale vengono gettati. I secondi devono essere assimilati ai primi: vien loro tolto il movimento spontaneo e assegnata un’utilità che si possa consumare. Tuttavia, a differenza degli inerti, tale utilità resta qualcosa di estraneo, non inerente, ma fittizio: ciò che dei materiali non inerti viene consumato, è il tempo durante il quale il movimento è sospeso. Essi rappresentano per l’hacienda una minaccia, poiché tale movimento, ancorché vi abdichino nella forma più radicale, rimane nelle loro facoltà: si tratta infatti di un’attitudine alla metamorfosi. Queste trasformazioni, che possono verificarsi senza avvisaglie e restano, per chi guardi dall’esterno, del tutto inavvertite, pur modificando intimamente la natura del materiale, fanno sì che il controllo che si esercita su di esso rimanga sempre precario.

Dal momento in cui ai materiali viene riconosciuta o conferita un’utilità, vengono definiti risorse; a quelli non inerti, denunciandone la peculiarità, l’hacienda dà il nome di risorse umane. Che siano per essa temibili è testimoniato dall’accortezza con cui se ne tiene al riparo nel modo più ingegnoso: l’intero suo corpo fisico e mistico è infatti rivestito di uno strato più o meno spesso di una forma specializzata di tali materiali, che si prestano quali sacerdoti e officianti del suo culto e custodi della sua ortodossia. Dispone poi, dove la prossimità è massima e quindi più elevato il rischio, di un apposito dipartimento, incaricato non solo di opporre uno spessore o meglio un filtro tra le due parti, il materiale non inerte e il corpo dell’hacienda, ma anche di disciplinare l’acquisto di nuovo materiale e la dismissione di quello in uso.

—F.Sollima, Fenomenologia dell’umiliazione, I, p.49

L’hacienda è un’organizzazione il cui scopo sembra essere la pura durata. Essa si prefigge scopi apparenti, come il profitto, o il prodotto, o una relazione dei due. Per ingenuità si sono talvolta scambiati tali scopi apparenti per reali e persino assoluti, al pari di divinità, il che testimonia l’efficacia della mitologia con cui l’hacienda protegge la propria provvidenziale mancanza di orientamento. E’ chiaro infatti che qualunque scopo comporterebbe il potenziale venir meno della durata. Come qualunque chiesa, l’hacienda istituisce dogmi, richiede devozione e pratica un culto; ma nulla le sarebbe d’impaccio quanto l’epifania dei suoi dèi.

—F.Sollima, Fenomenologia dell’umiliazione, I, p.46

Dopo quasi venticinque anni dalla pubblicazione, e in occasione della morte del più noto conterraneo Luigi De Rossi, le terze pagine dei principali quotidiani sono tornate a occuparsi dell’opera di Fosco Sollima, bizzarra figura di autodidatta ramingo tra le fabbriche intorno al medio corso del Ticino, tra Novara e Magenta. Non ci si attarderà qui sui particolari biografici, né sulla scarsa fortuna editoriale: per tali argomenti si può far riferimento alle fonti indicate sopra, che nella trattazione hanno sfoggiato il consueto gusto per l’oleografia e il melodramma: ed ecco la storia del popolano ruvido e scontroso che suda nottetempo sui libri dopo le ore trascorse al montaggio di rubinetti o nella lucidatura di maniglie, scrive e riscrive le carte che raccoglierà poi nel ponderoso trattato che sarà l’unica sua opera edita, viene deriso tanto dai colleghi di lavoro, che finiscono per isolarlo, quanto dai pochi letterati che si prendono la briga di rispondere alle sue missive impacciate o alle rare, titubanti, chiamate per telefono.

Che dire invece di questo ingombrante saggio in più volumi che infine il Sollima pubblicò a sue spese con l’altrettanto ingombrante titolo Fenomenologia dell’umiliazione? Che rappresenta anzitutto un gesto: il gesto con cui l’autore mette davanti a sé la propria personale allucinazione e la descrive con lucidità. Il senso di insignificanza, si direbbe quasi inesistenza, sperimentato nella sua vita e nella sua persona, non viene interpretato alla luce di categorie come la giustizia o l’ingiustizia, egli non parla di sfruttamento e neppure di classi sociali, non rivendica alcunché, non confida in alcuna forma di lotta o rivoluzione: e questo è tanto più rilevante, se si osserva che la materia dei primi tre volumi fu stesa tra l’autunno del ’69 e il ’72. Piuttosto, percepisce in questo affronto continuo, in questa oppressione, il respiro di un immenso meccanismo senziente, con una vita propria, che egli analizza in dettaglio nei diversi ambiti dove meglio e più in profondità ritiene che si avverta e manifesti: le aziende (voll. I e II), l’editoria (III), la scuola (IV), le religioni (V).

Scorrendo le pagine dei primi due volumi, di cui si intende qui presentare una succinta antologia con cadenza settimanale, l’impressione è quella di una follia tanto innocua quanto pervasiva: il mondo aziendale è mostrato nelle forme distorte di una istituzione religiosa, atea e dogmatica allo stesso tempo, che teme i propri dipendenti e programma intenzionalmente la loro quotidiana umiliazione. In questa luce persecutoria vengono reinterpretate innocenti espressioni del lessico aziendale, per esempio relative ai colloqui di selezione; e da certe acrobazie etimologiche di dubbio fondamento vengono tratte conclusioni di portata cosmica. In sostanza, il trattato appare un reperto fossile di quell’era favoleggiata in cui spiriti ed ectoplasmi si mostravano in piena evidenza ai vivi, testimonianza di un’ingenuità fuori del comune e forse patologica, e come tale si intende presentarlo. Quanto ai lettori, dotati di maggior discernimento e di quel buon senso che tiene ben distinte teoria e pratica, confinando la prima al diletto e al tempo libero e della seconda facendo l’uso più appropriato per la conservazione dei posti di lavoro e delle amicizie, sapranno certo dare a questi brevi estratti il peso che meritano: un esercizio dell’immaginazione.

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