Uno dei progetti che sta attraversando trasversalmente il Connettivismo, in questo periodo di evoluzione del Movimento, muove verso le mappe culturali del cosiddetto mainstream; ovvero dei prodotti culturali fruiti dalla moltitudine nazionale e internazionale, spesso assai poco interessata ai fenomeni di nicchia, o di avanguardia, in cui noi connettivisti abbiamo sempre trovato l’humus necessario affinché le nostre idee nascano, e prosperino, in modo così florido da costituire – questa è la nostra speranza – fonte di nutrimento per noi stessi e le generazioni di sperimentatori future.
In quest’esplorazione del mainstream sappiamo di avere molti autori come punti fermi, fari nella notte in grado di illuminarci sul chi siamo e su cosa possiamo essere nel tessuto del reale; il nostro intento è, ora, cercare di operare una trasformazione alchemica del reale, una mutazione che sia di portata epocale e in grado di aprire scenari nuovi, assimilabili nel futuro. Tra questi autori è bene ricordare un paio di nomi, tanto per dare delle coordinate non esaustive ma, comunque, valide: Ballard e Murakami.
Accanto a loro, mostri sacri della letteratura capaci di far filtrare strisce inquietanti di universi distopici nelle trame del nostro presente, mi piace citare (cito anche io, non sono certo stato il primo a scoprirlo) un nome italiano che indaga con la certosina attenzione di chi sa su quale strada ci stiamo incamminando: Lara Manni. Su Carmilla sta pubblicando da qualche tempo recensioni come questa, dove analizza nello specifico l’influenza delle tradizioni, delle fiabe, sul presente culturale. Lara nel suo articolo parte, appunto, da una fiaba russa – assai simile, come inizio, a Pinocchio – in cui si sublima il desiderio di maternità e paternità di una coppia, che ha fornito lo spunto per il romanzo di esordio di Eowyn Ivey, La bambina di neve, che traspone la storia nel gelo dell’Alaska. Scrive Lara Manni:
L’innesto della fiaba classica in un romanzo contemporaneo, infatti, è una tendenza che interessa non pochi scrittori, fino a diventare – ineluttabilmente – filone editoriale emergente negli Stati Uniti. Qualche tempo fa, Editrice Nord ha pubblicato una raccolta di racconti di Andrzej Sapkovski dal titolo Il guardiano degli innocenti, che è stata salutata con favore dai lettori di fantastico italiani più per il riferimento al videogioco che ne è stato tratto che per la derivazione fiabesca. Il protagonista, Geralt di Rivia, è un Witcher, uno strigo che combatte mostri in una serie di quest replicabili all’infinito. Lo strigo vince sempre, ha un suo codice etico, sufficiente cinismo, molto orgoglio, abbastanza carnalità da intrattenersi con fanciulle di passaggio. E soprattutto agisce all’interno di fiabe e miti: c’è la rivisitazione al nero di Biancaneve, si accenna alla fuga di Cenerentola dal ballo, Raperonzolo diviene l’emblema di un culto femminile proibito.
Ecco, il compito dei personaggi del fantastico cambia connotati, in questo periodo storico, perdendo un po’ delle caratteristiche canonizzate del genere, ovvero lo stacco dal reale per farci volare, portarci in una capsula astrusa dove il reale appare un continuum lontano, irraggiungibile; la tendenza di adesso tende, invece, a cercare di tenersi ben più saldi su quello che abbiamo attorno, lo stacco di fantasia non va più in orbita ma sembra in grado di contaminare il nostro mondo tattile, operando un’invasione che è ben più reale e fattibile, e ciò è per certi versi un metodo ancor più rivoluzionario del vecchio modo di intendere il genere: è il colare dell’universo fantastico su ogni poro del reale.
È un po’ come investire di nuova missione gli autori del nostro genere preferito: non più fuga ma incursione sul mondo in cui tutti si muovono. Stiamo accendendo continuamente lumini lungo un sentiero che pensavamo non fosse il nostro; ci stiamo accorgendo di essere in tanti a farlo, davvero pronti a fare qualcosa di nuovo, soltanto vivendo l’usuale.
1 marzo 2012 at 12:34
Ciao a tutti,
ma cosa intendiamo esattamente con Mainstream? Quale il significato che ne diamo qui?
Mi è chiaro cosa si intende in generale con mainstream ma quale il significato e il senso (l’uso del senso) che è dato qui?
Leggendo mi sono fatto un’idea ma prima di dirvi volevo capire se ho ben compreso ciò che stiamo intendendo con questo termine.
Ciao e grazie degli spunti sempre interessanti.
Alex – Logos
1 marzo 2012 at 13:52
Sogno o son desto? Ballard sarebbe “mainstream”?! Scheisse des Teufels, mai avrei pensato che nell’arco della mia vita su questo pianeta infernale mi sarebbe toccato leggere un simile sproposito. Sono otto mesi che ogni notte mi immergo nella lettura di Ballard, e non vi ho mai trovato una singola parola etichettabile come “mainstream”. Certo, a volte è un po’ ripetitivo – come quando dice di essersi innamorato di ragazze hippie con i piedi sporchissimi – ma credo che se in quel che resta del Connettivismo ci fosse un solo residuo memetico di Ballard, potremmo lanciarci in una nuova colonizzazione delle stelle.
Un caro saluto a tutti
Marco
1 marzo 2012 at 14:09
@logos: mainstream, ovvero ciò che è di vasto dominio e consenso. non fenomeni di nicchia o generi particolari, quali la sf o il fantasy, o altri ancora.
@antares: forse mi sono espresso male, quello che volevo indicare è che ballard ha esplorato abbondantemente i confini tra letteratura di genere e mainstream
1 marzo 2012 at 14:35
Ma un’avanguardia che non guarda più (esclusivamente) al futuro, può ancora definirsi un’avanguardia?
[philosoraptor mode off]
Interesse puramente filosofico, dubbio espresso non per criticare alcunché.
A parte questo, concordo con Antares666: secondo me Ballard non è “mainstream”. Le coordinate spaziotemporali delle sue opere (lunghe e brevi) sono quasi sempre riferite a mondi altri: futuri, paralleli ecc, che poco o niente hanno a che fare con la “facciata” storica in cui è immerso l’Autore. Anche considerando un’opera come Crash (che di presente si alimenta), non credo si possa parlare di narrativa “per tutti”, anzi… penso che un lettore di best seller (soprattutto italiano) Crash, oggi, lo schiferebbe e userebbe per sostenere un tavolo traballante.
Tuttavia, non conoscendo la produzione più recente di Ballard, il mio giudizio è di certo incompleto e probabilmente errato. Mi riservo di aggiornarlo non appena leggerò i suoi ultimissimi lavori.
Ciao!
7
1 marzo 2012 at 15:19
@7: qualsiasi organismo cristalliazzato, muore
1 marzo 2012 at 15:54
Ciao a tutti,
ah… ecco. Infatti non capivo esattamente il significato del post.
Io ho sempre usato la parola mainstream in un significato differente che nulla aveva a che fare con “ciò che è di vasto dominio e consenso”, con una connotazione più di massificazione.
Io ho usato il termine riferendolo a testi che avevano come dimensione temporale il presente e come riferimento contestuale la quotidianità. In particolare mi riferivo a quei testi di Dick in cui il fulcro non è il futuro e la creazione di un nuovo-mondo-letterario ma dove tutto è ambientato nel mondo-verosimile-oggettuale in cui vive il lettore. Mi riferisco a testi come Confession of a crap artist, l’uomo dai denti tutti uguali e pochi altri,
Non vi è nella accenzione che davo io una differenza valoriale (assiologica) che pare emergere dall’altra definizione: mainstream -> massa -> brutta letteratura (Dan Brown) VR avanguardia -> elite coraggiosa -> buona sperimentazione (Connettivismo).
Io credo che si possa fare sperimentazione anche dentro il presente del lettore, anzi, forse più lì che altrove.
Da ultimo credo che il Connettivismo possa trovare nel presente un luogo nuovo di indagine delle sue peculiarità filosofiche, un luogo diverso da affiancare al futuro e al mondo fantastico.
Ah.. quindi sì, un’avanguardia resta tale anche se non guarda necessariamente al futuro (azz… sono in disaccordo con tutti oggi… giuro però non voglio fare il bastian contrario…)
Ciao e grazie come sempre delle discussioni.
Logos – Alex
1 marzo 2012 at 21:24
Non può esistere una connotazione valoriale della distinzione tra genere e mainstream perché sia l’uno che l’altro, secondo la legge di Sturgeon, sono al 95% spazzatura. Be’, probabilmente negli ultimi tempi (diciamo 40-50 anni) i generi hanno fatto sufficienti passi in avanti per ridurre la percentuale, mentre il mainstream non se n’è mai curato abbastanza, risentendo quindi – se così vogliamo dire – di una sorta spread, da cui la percezione di Alex.
Però non dimentichiamo che il mainstream è fatto anche di William S. Burroughs, Thomas Pynchon, Don DeLillo, William T. Vollmann. Anche di Dick, per molti versi, e di Gibson. E appunto, come detto da Sandro, di Murakami e Ballard. Quest’ultimo ha tracciato la strada di penetrazione dell’immaginario di genere nella Letteratura tout-court, dando una lezione di stile a tutti, dentro e fuori dal genere: quando la critica ha cominciato a considerare la sua opera con il rispetto che meritava, Ballard rivendicò le proprie origini e il proprio percorso di crescita in seno alla fantascienza. Il contrario di tanti autori acclamati che finiscono per attingere al genere per i comodi loro. E anche di grandi autori come Margaret Atwood, che per prendere le distanze dal genere che ha nutrito il suo immaginario preferisce parlare di speculative fiction.
Ma l’esperienza che meglio riepiloga la concezione sottesa al post di Sandro penso che sia quella dei beatnik (emulata poi qualche anno più tardi dai cyberpunk): nati come controcultura, da underground si ritrovarono mainstream. Penso che i connettivisti, con un minimo cambiamento di approccio al pubblico dei lettori, potrebbero conseguire lo stesso risultato. Almeno, in azione tra i generi (e fuori) non vedo nessun altro vero movimento attivo in Italia: e solo un movimento di autori e artisti può mettere in atto un piano di colonizzazione di questo tipo. Noi, tra le altre cose, abbiamo fatto nostre molte delle istanze della New Wave di Ballard: abbiamo contaminato la nostra fantascienza di immaginario alieno (con elementi provenienti dall’arte, dalla musica, dal cinema, dalla letteratura e dalla poesia, oltre che da altri generi). Ibridando gli immaginari, siamo tornati a fare della SF uno spazio di sperimentazione per la nostra avanguardia. Basta invertire la spinta, e iniettare il nostro immaginario fantascientifico nell’orizzonte mainstream, per tentare un nuovo strappo. Per riuscirci, tuttavia, occorre capire che nel mainstream, per l’accezione di trend di massa che lo contraddistingue, non si può parlare una lingua esoterica: è l’unico sacrificio – formale – che si richiede. Non c’e altro.
3 marzo 2012 at 10:26
Giovanni, mi sembra che sia una questione di lana caprina. Le solite discussioni su cosa è fantascienza e cosa non è fantascienza, che potrebbero andare avanti all’infinito. Io seguo semplicemente la realtà dei fatti, quella che i miei sensi mi trasmettono. Un’opera come “La possibilità di un’isola” di Houellebecq è fantascienza indipendentemente da dove viene poi collocato il volume negli scaffali delle librerie. Non trovo semplicemente possibile che venga definito “mainstream” un autore come William S. Burroughs, che non esitava a parlare di sodomia e di anilingo in contesti surreali usando tecniche narrative che non mi sembrano proprio alla portata di un volgo incolto. Un’opera di Ballard come “L’allegra compagnia del sogno” presenta alcuni brani che sconvolgerebbero la maggior parte del pubblico (come quando descrive fantasie aberranti nei confronti di una bambina affetta da trisomia 21). Se scrivessimo noi cose simili, potremmo essere denunciati: non ci sarebbe un’anima viva che ci etichetterebbe come “mainstream” per pararci il culo. Dov’è il “vasto consenso” di queste opere? Non mi sembra proprio che la cultura popolare sia innervata da stilemi burroughsiani e ballardiani. Non mi risulta nemmeno che il linguaggio di Philip K. Dick sia immune da esoterismo. L’autore in questione ha una complessità filosofica notevole, anche se il grande pubblico al massimo nota le descrizioni di improbabili gingilli tecnologici. Ho letto diverse opere dickiane che non sono di fantascienza, come “Confessioni di un artista di merda”, a parer mio meritorie. Esse sono tradizionalmente etichettate come “mainstream”, ma diffido della validità di tale definizione, visto che sono state pubblicate dopo la sua morte e non hanno mai avuto successo. Per quanto riguarda l’uso delle parole, la realtà è molto diversa da come la vedo descritta: ha successo ed è “mainstream” solo chi riesce a farsi una posizione e ad avere abbastanza soldi da far rimuovere la pornoetichetta “fantascienza” dalle sue opere. I più fortunati al successo ci riescono in vita; gli altri, se va bene, ci riescono dopo la morte. Dick, che coi suoi scritti doveva arrivare a fine mese, riducendosi persino a mangiare cibo per cani, se vivesse in questi tempi andrebbe ad ingrossare le fila degli autori diseredati costretti a pagare le case editrici per farsi pubblicare, solo per averne un mucchio di libri invenduti con due sole alternative: ricomprarli a metà prezzo o mandarli al macero. Certo, dimenticavo che adesso ci sono gli e-book, ma la bolla potrebbe scoppiare presto.
3 marzo 2012 at 11:14
E’ una questione di stratificazione di piani narrativi e al contempo di facilità di accesso. Non è detto che un’opera di facile accessibilità sul piano narrativo (vedi Dick) non possa sottendere un più profondo strato filosofico. E il lavoro sulla lingua e sulla forma è importante, perché altrimenti Burroughs e Ballard, pur nelle rispettive dimensioni sperimentali e sicuramente anticonvenzionali, non sarebbero mai arrivati al consenso di critica e di pubblico che ha arriso alle loro opere.
Ognuno resta libero di scegliersi la strada da seguire. Qui non si vogliono dettare linee, ma stimolare la riflessione è importante: sia come autocritica in sé, sia come programma d’azione per il futuro. Cercare le colpe altrui (critica, lettori, mercato, chiesa, stato, etc.) è un gioco che non mi interessa. Trovo più proficuo meditare su ciò che possiamo fare noi, in prima persona, per contribuire allo sdoganamento del genere.