“Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato.”
(George Orwell, 1984)
L’acceso dibattito internazionale sull’editoria digitale e le proteste contro le proposte legislative tese alla sorveglianza e alla censura del web sono un segnale, uno dei più recenti, del cambiamento epocale che ci sta coinvolgendo, la transizione verso l’età digitale, che vedrà ogni tipo di contenuto e informazione affidato esclusivamente a supporti informatici, con conseguenze che spazieranno dal vivere quotidiano ai rapporti sociali.
La rapidità con la quale ci stiamo inoltrando in questa nuova epoca non dovrebbe far sottovalutare problematiche come la conservazione di tutti questi dati, la loro organizzazione (tema sul quale recentemente sono usciti diversi interessanti articoli), nonché soprattutto la facilità di alterazione delle informazioni preservate solo digitalmente.
In realtà, l’uomo ha sempre avuto a che fare con il problema della salvaguardia e della trasmissione del sapere. Il supporto per la forma scritta, ad esempio, ha una storia millenaria, che risale alle tavolette d’argilla incise di glifi cuneiformi, ai rotoli di papiro, ai codici di pergamena, fino alla carta e alla stampa. Un patrimonio che ci è pervenuto parzialmente a causa del deterioramento del supporto stesso o di eventi calamitosi, in conseguenza a scelte di valore di un’opera rispetto a un’altra, e molto spesso attraverso trascrizioni successive − e di frequente il testo originario, volontariamente o meno, veniva sbagliato, interpretato, modificato.
Se per l’essere umano è più che naturale tanto ricordare quanto dimenticare (si pensi a come tale concetto sia reso in stupefacente sintesi simbolica nei due dipinti di Salvador Dalì, La persistenza della memoria e La distruzione della persistenza della memoria), è altrettanto fondamentale che storia e cultura siano gelosamente custodite.
Ai nostri giorni persiste innanzitutto la minaccia del deterioramento o scomparsa dei record digitali e dei relativi supporti. Mantenere e sviluppare archivi informatici, infatti, non è gratuito né del tutto sicuro: ciò che si può digitalizzare, si può altrettanto facilmente distruggere. Se per qualche motivo interi archivi digitali di biblioteche, redazioni, case editrici, cinematografiche o musicali, ma anche piattaforme web, chiudessero o cancellassero tutti i loro file – banalmente per un problema legato al provider di servizi o per motivi economici che non permettono di mantenere oltre la propria attività – verrebbero meno in un attimo interi segmenti delle nostre vite (si pensi al caso italiano di Splinder), ma soprattutto parti fondamentali della storia e della conoscenza.
D’altra parte, anche conservare i dati su supporti magnetici o informatici si dimostra efficace solo in parte, dal momento che i materiali a disposizione sono comunque degradabili, benché a medio-lungo termine; inoltre gli strumenti per la lettura di tali formati divengono rapidamente obsoleti e inutilizzabili (paradosso che affligge addirittura il Pentagono e la NASA, definiti “cimiteri di informazioni perdute”).
Un timore, l’oblio della memoria e del passato, che si avverte in Anathem di Neal Stephenson, romanzo in cui vengono presentati due estremi opposti: una comunità di scienziati, rinchiusi in una sorta di inaccessibile e granitico convento sul pianeta Arbre, che tendono al recupero delle potenzialità della propria mente, contrapposti al modus vivendi dei civili, guidato da un’esasperazione della tecnologia e dello short term.
La digitalizzazione della cultura e dell’informazione, persino dei propri dati personali, ha iniziato inoltre ad affidarsi non solo all’hardware, ma si sta spostando in maniera massiccia verso il cloud computing, sistema che se da un lato garantisce il vantaggio di una condivisione immediata di illimitate informazioni con milioni di persone, da un altro, oltre a mettere seriamente in discussione i protocolli di sicurezza e della privacy, è estremamente fragile, manipolabile, cancellabile.
Mettersi nelle mani di immensi e potenti servizi centralizzati, già oggi multinazionali con interessi globali, potrebbe essere rischioso. Inevitabile pensare a 1984 di George Orwell, dove Winston Smith è incaricato di correggere libri e articoli di giornali già pubblicati o ritoccare la storia scritta, apportando modifiche tali da rendere attendibili le previsioni e le azioni dal Partito, alimentandone la fama di infallibilità.
La facile contraffazione e rielaborazione dell’informazione, che nelle sue estreme conseguenze diviene privazione della libertà individuale e del libero arbitrio, perdita dell’identità propria, storica e sociale, non è così remota, proprio perché una volta che vecchi e nuovi archivi saranno memorizzati esclusivamente online e in sistemi cloud unificati, la possibilità di modificarli diventa alquanto semplice e incontestabile, soprattutto se vengono meno altri termini di confronto, conservati su altri supporti o allocati altrove. In questa maniera, porzioni intere del passato possono venire definitivamente cancellate o alterate, sacrificate alla logica del profitto, della censura, della sopraffazione; gli individui precipiterebbero in una realtà di sostanziale ignoranza, poiché altri deciderebbero cosa e in quale modo sarebbe lecito conoscere qualcosa.
Se persino la mente umana fosse, poi, parzialmente o del tutto collegata a simili sistemi centralizzati, anche quanto in essa preservato potrebbe subire facilmente un simile trattamento – si pensi agli scenari di Johnny Mnemonico di William Gibson, per esempio.
Problemi che riguardano la sfera individuale e sociale, quanto la conservazione di tutti gli aspetti della nostra civiltà, dalla letteratura alla scienza e alla storia, e che hanno spronato la nascita di commissioni governative, fondazioni private e associazioni filantropiche di intellettuali (la nota Long Now Foundation, per citare un esempio), alla ricerca di risposte a preoccupazioni ancora sottostimate: sommersi da una mole sovrabbondante di informazioni, molte superflue o inutili al di là dell’immediato, stiamo ancora cercando di risolvere l’arcano dilemma di proteggere le nostre memorie e la nostra libertà di pensiero, di preservare testimonianze autentiche della nostra stessa esistenza anche nel più lontano futuro.

27 febbraio 2012 at 07:57
argomento che diventa sempre più importante, in modo direttamente proporzionale con il sofisticarsi della tecnologia.
“per l’essere umano è più che naturale tanto ricordare quanto dimenticare” sono parole che fanno riflettere: l’uomo ha generalmente bisogno della tecnologia, ma quando la ha si aliena dalla sua stessa natura e, in questo caso, dimentica.
27 febbraio 2012 at 08:33
Ottimo articolo, complimenti.
“Mettersi nelle mani di immensi e potenti servizi centralizzati, già oggi multinazionali con interessi globali, potrebbe essere rischioso.”
Credo che uno dei punti più importanti sia appunto questo, ovvero la centralizzazione dei servizi. È facile controllare un’unica fonte. Impossibile controllarne molteplici. A mio parere, ogni forma di centralizzazione sfocia inevitabilmente nella tirannia. Abbiamo adesso, che le nuove tecnologie sonoa ancora allo stato embrionale, la possibilità di svilupparle in una direzione di molteplicità, opposta alla tendenza di unificazione di cui Google ne è l’esempio par excellance. Quello che mi preoccupa è che spesso la gente si rende conto dei suoi errori solo dopo averli fatti.
27 febbraio 2012 at 11:09
Quoto quanto scrive Roberto.
In questo caso, l’unione fa la debolezza!
27 febbraio 2012 at 17:45
Grazie, Roberto.
In effetti il pezzo prende spunto in parte dal dibattito su editoria cartacea/digitale, in parte dai recenti articoli che evidenziano le possibili falle e i pericoli nella nuova policy di Google.
Prendendo ad esempio proprio Google, per quanto sia accattivante o fornisca ottimi servizi, spesso ci si dimentica che è in primis un’azienda tesa a fare business e come tale ragiona e si muove.
Diversificare, ricorrere all’open source, rendere noto a cosa potrebbe condurre un potenziale monopolio “digitale” possono essere strumenti per far prendere a tutti consapevolezza della direzione intrapresa.
27 febbraio 2012 at 18:33
L’open source, altro punto fondamentale. Anche in ambito di sistemi operativi, infatti, si va verso un controllo esterno del software dell’utente. A mio parere, questa è una cosa gravissima. Ecco un articolo sulle kill switch che saranno integrate con Windows 8.
http://www.businessweek.com/magazine/the-kill-switch-comes-to-the-pc-02162012.html
27 febbraio 2012 at 20:19
Davvero una brutta notizia.
Siamo più vicini ad un controllo sistematico da parte altrui della nostra vita di quanto pensiamo, forse.
27 febbraio 2012 at 20:56
[...] and tagged: Oedipa_Drake, Ridefinizioni alternative Segnalo questo bel post uscito oggi su HyperNext, a firma di Oedipa_Drake. L’argomento verte sul futuro prossimo, considerando le evoluzioni [...]
27 febbraio 2012 at 21:54
notizie di un controllo totale sui pc girano da almeno 10 anni, ne leggo ciclicamente. per fortuna l’open source è più potente di qualsiasi controllo, rimango ottimista su quest’aspetto della nostra civiltà