Il filone steampunk sta attualmente vivendo un momento di riscoperta, suscitando attenzione non solo negli ambienti prettamente legati al fantastico e alla fantascienza. In realtà questo riacceso interesse spesso si discosta dalla vera natura dello steampunk. Potremmo piuttosto definire ciò che sta accadendo come un fenomeno di costume, un effetto scenografico, una sensibilità d’ascendenza steampunk che va a ispirare campi quali il design, le arti e persino la moda, tanto che, ad esempio, bijoux di siffatto stile affollano le vetrine virtuali di Etsy e nelle gallerie virtuali di artisti e designer si moltiplicano i lavori ad esso riconducibili.
Anche in Italia il fenomeno non è da meno: un punto di riferimento è la recente riedizione, nella collana Odissea Fantascienza di Delosbooks, del libro cardine del genere, La trilogia Steampunk di Paul Di Filippo, nella cui stimolante introduzione il traduttore Salvatore Proietti, oltre ad un excursus sulla storia del genere, pone l’attenzione proprio sul significato autentico di ciò che significa steampunk e sul suo messaggio originario.
Un suggestivo esempio invece di quello che si può far rientrare in un più generico gusto d’ispirazione è l’esposizione Mobilis in Mobili, allestita tra novembre e gennaio presso il Wooster Street Social Club, celebre tattoo studio di New York. La mostra ha rappresentato un’opportunità per ventisei artisti di esporre le proprie opere, ma soprattutto un’occasione di ritrovo per gli appassionati, come ha confermato subito la serata di apertura, alla quale hanno partecipato decine di persone, animata dall’esibizione dei Frenchy and the Punk, duo stravagante che propone un’eccentrica combinazione di cabaret, burlesque, sonorità folk-gypsy, in costumi steampunk, e dalla sessione di tattooing organizzata dagli artisti di spicco del WSSC durata l’intera notte. Il tutto annaffiato da una buona dose di gin.
Dietro a tutto questo c’è la collaborazione di un nome non inedito, quello di Bruce Rosenbaum, considerato uno dei maggiori esperti ed appassionati americani di steampunk e non nuovo a simili iniziative. Rosenbaum confessa apertamente che la sua passione lo accompagna fin dall’infanzia, quando leggeva rapito le storie di Jules Verne e sognava di vestire i panni del mitico capitano Nemo. Il titolo di questa esposizione, la cui traduzione suonerebbe all’incirca come “in movimento dentro ciò che si muove”, riprende proprio il motto del Nautilus, il celebre sottomarino di Ventimila leghe sotto i mari. L’intento dichiarato di Rosenbaum, attraverso le sue proposte ed attività, è di diffondere la conoscenza e la passione per lo steampunk, dimostrando come esso possa essere un veicolo per riscoprire il gusto per il passato, ma con lo sguardo vigile verso il futuro (una sua massima infatti è “move into the past’s new future”), e come il recupero di ferraglia arrugginita e dimore in rovina, con un po’ di fantasia e dedizione, possa prestarsi a utilizzi originali e creativi.
Nelle sale ricolme di Mobilis in Mobili, oltre ad una vasta gamma di opere funzionali o di arredamento e molte altre estremamente bizzarre e curiose − non da ultimo una minacciosa sedia elettrica, biciclette a vapore
motorizzate e, naturalmente, gli immancabili dirigibili −, si potevano ammirare le chitarre di Steve Brook, adornate da ogni sorta di ingranaggi, pezzi metallici d’epoca o d’auto storiche, nonché le scatole diaboliche di Chris Osborne, manufatti assemblati con materiale di recupero e lampade industriali. Su tutti spiccava in particolare la presenza di Christopher Conte, un artista le cui quotazioni di mercato sono in costante aumento (tanto da essere di recente intervistato dal prestigioso magazine YRB) e che da alcuni anni si sta dedicando con particolare attenzione alla realizzazione di straordinari e raffinati lavori in metallo. In occasione di questa mostra, Conte ha congegnato una stupefacente macchina per tatuaggi a forma di zanzara, recuperando vecchie parti meccaniche poi saldate pezzo su pezzo, dopo un’accurata pulizia e modellazione.
Mobilis in Mobili si connota quindi come un’iniziativa davvero affascinante. Avendo potuto farci un salto, non mi sarei stupita se, dopo l’inebriante spettacolo di simili mirabilia, passeggiando nella caratteristica cornice di SoHo, nel suo mix unico di stili moderni e rétro, alzando gli occhi avessi visto di sfuggita sfrecciare nel cielo newyorkese la mitica aeronave dei Compari del Caso .
8 febbraio 2012 at 09:47
Ma io credo fermamente (essendomene interessato e avendolo approfondito per circa un anno, cercando anche di raccogliere una piccola comunità, anche se poi sono stato “battuto” dai ragazzi di Laboratory of Time senza acrimonia) che lo steampunk sia fondamentalmente un genere visuale e di costume. In fondo i libri steampunk “veri” sono una manciata (e neanche sto granché), mentre il genere è prosperato in media musicali, nella moda e nell’artigianato di cui si da qui esempio. Per poi tornare indietro come un boomerang in narrativa, come ha dimostrato la trilogia di Westerfeld.
Diciamolo onestamente: lo steampunk è bello perché colpisce molto bene l’occhio! Se volessi ritrovare quel sapore letterario non avrebbe molto senso di scrivere un romanzo, perché esistono già i classici “steampunk”. Torno a leggere più volentieri Verne o Wells, piuttosto che certe prolissità come “The difference engine”.
8 febbraio 2012 at 12:58
[...] SF and tagged: Oedipa_Drake, Steampunk Un bel post di Oedipa_Drake è comparso oggi su HyperNext; argomento: lo [...]
8 febbraio 2012 at 17:42
Scommetto che questa non ce l’avevano, però!
)
http://www.gadgetblog.it/post/6591/steampunk-keyboard-tastiera-retro-fai-da-te
Articolo succulento. Grazie!
8 febbraio 2012 at 18:52
@Zeruhur: non posso che concordare che l’atmosfera e l’ispirazione (in ogni campo) d’ascendenza steampunk sono strepitose e accattivanti!
Di recente ho letto proprio la “Trilogia” di Di Filippo (oltre ad altri tre suoi racconti – scrittore piacevolissimo, devo dire): ammetto che personalmente, ambientazione e qualche ammennicolo meccanico a parte, mi pare si respiri più un’aria “fantastica” che prettamente “steampunk”.
Come tutte le etichette, anche questa non fa eccezione, ha i suoi limiti e alla fine sta a significare tutto e nulla.
@Michele: in rete si trovano tantissime analoghe opere simil artistiche-meccaniche (alcune complete di istruzioni per la costruzione) davvero mirabili!.
Per concludere, dato che oggi ricorrerebbe il compleanno proprio di Jules Verne, inarrivabile “inventore del futuro”, vorrei ricordarlo con questi versi di Gozzano:
“Maestro, quanti sogni avventurosi
sognammo sulle trame dei tuoi libri!
La Terra il Mare il Cielo l’Universo
per te, con te, Poeta dei prodigi,
varcammo in sogno oltre la Scienza.”
9 febbraio 2012 at 19:57
Lo steampunk ha subito mutazioni profonde nel passaggio dalla carta (Moorcock, Jeter, Blaylock, Gibson & Sterling, Powers, Di Filippo, Talbot, Moore) al costume. Forse si possono distinguere due momenti nella sua storia letteraria: il primo, con le opere “storiche” degli autori citati; il secondo, letterario di ritorno, nel senso che lo steampunk ha avuto nel frattempo modo di maturare popolarità e appeal grazie alla contaminazione di altri media (moda, in primo luogo). Il primo steampunk era rivoluzionario, dal momento che sovvertiva le regole dell’ucronia, concentrandosi in prima battuta sull’impatto della tecnologia sulla società e di conseguenza sulla storia, proponendo un punto di vista “obliquo”, per dirla con Wu Ming 1.
Quello che si vede in giro adesso sembra invece (con le dovute eccezioni) in prevalenza un esercizio di stile, o poco più. La proliferazione di sottoetichette (dieselpunk, atompunk, clockpunk, etc.) non fa che rinforzare quest’impressione. Il filone ormai è più che altro una sensibilità, da cui il recupero dei classici a cavallo tra ’800 e ’900 (Verne, Wells, ma anche Lovecraft, Howard, Hodgson, Doyle), che in realtà sono stati trasferiti al gusto attuale proprio grazie agli autori steampunk della prima ondata, che ai loro lavori si rifacevano per ricreare – per emulazione – lo spirito dell’epoca. Ma lo steampunk è un’altra cosa dai classici: presuppone dei requisiti che i lavori dell’epoca non possono includere.
Le sue manifestazioni più vitali al momento si possono forse riscontrare nell’arte e nella critica sociale (come dimostra l’esperienza di Margaret Killjoy e della Guida steampunk all’apocalisse). O comunque dove meno te lo aspetti: per esempio in un romanzo di Pynchon
10 febbraio 2012 at 16:49
Sono d’accordo con te, X.
Credo che proprio in alcune pagine di “Contro il Giorno” di Pynchon si possa respirare uno “spirito steampunk” affatto peculiare… Ma qui si parla di un sommo Magister che trasforma in assoluta e poliforme meraviglia ogni parola che scrive.