Il Corriere.it pone l’accento sulle evoluzioni del mondo della moda che sfruttano abilmente l’avvenenza di modelle virtuali. Nulla di nuovo, il cyberpunk ha reso per noi questi dilemmi familiari da almeno venticinque anni, ma la moltitudine mainstream forse non è abituata a ragionare in questi termini, per cui provo ad approfondire l’osservazione.
Il kernel della questione è: la catena di moda H&M usa degli avatar per mostrare come calzino a pennello i suoi capi di abbigliamento; le modelle hanno le fattezze perfette di veri volti, ma il loro corpo è cristallizzato in pose identiche. Il Corriere dice, testualmente: le mannequin hanno tutte le stesse proporzioni – e lo stesso ombelico. E ogni posa è identica all’altra: il bacino è leggermente inclinato verso destra, il braccio destro cade dolcemente dietro l’anca, mentre le punta delle dita della mano sinistra poggiano in modo discreto sulla coscia destra. Solamente il viso, l’acconciatura e il colore della pelle sono diversi.
Nulla di strano, sembra. In fondo, da sempre siamo abituati a vedere manichini dai volti anonimi fare da impalcatura per i capi di abbigliamento esposti nelle vetrine dei negozi. Il motivo dello scandalo sembra essere che i manichini, ora, sono diventati virtuali. Come virtuali sono diventati alcuni attori – e qualche esempio c’è già stato in passato, come Brandon Lee in alcune scene de Il corvo girate quando lui era ormai morto, oppure Andy Serkis (Gollum) nel Signore degli anelli o, ancor più calzante esempio, quello che avviene nel film Avatar.
La novità della situazione è data non tanto dal tentativo di uniformare un’estetica propria delle vere modelle taglia 0 a tutti i potenziali fruitori degli abiti H&M, quanto dal tentativo di forzare i gusti usando la virtualità. L’asservimento della tecnologia alle logiche di mercato, alle standardizzazioni sociali, introduce un nuovo livello di marketing ancor più esasperato dei precedenti , un’operazione di condizionamenti sociali a cui sembra ancora più arduo sottrarsi: il rischio di essere plagiati tramite la tecnologia è subdolo e presente, pericolosamente elevato; qui siamo oltre la taglia 0 perché le modelle virtuali, è evidente, possono apparire filiformi senza sforzi, costringendo un’intera generazione di adolescenti o di giovani donne a raffronti impropri con corpi inesistenti, forzandole a somigliare agli avatar delle aziende di abbigliamento.
La tecnologia non può sbagliare, la tecnologia è bellezza e verità: l’assunto – pericoloso ed evidente, strisciante – non può che portare alla felicità. Se già doveste pensarla così, quindi, fermatevi un istante e ragionate: uscite dall’avatar, siate consapevoli di essere ancora carne e ossa di persone vive.
1 febbraio 2012 at 06:18
Credo che una perfetta modella virtuale non sarebbe un problema in sé.
Rappresenta un indizio del “male” contemporaneo, poiché la società pretende (senza distinzioni di sesso o età) di tendere smodatamente alla perfezione, di essere ossessivamente sempre uno scalino al di sopra, migliori, di tutti gli altri. Dimenticando il valore reale delle persone (e delle cose).
1 febbraio 2012 at 09:24
Chiosa ineccepibile, tanto quella di Zoon quanto quella di Oedipa nel commento che mi ha preceduto.
Aggiungo che mi sembra di essere di fronte a una forma di “espropriazione” del corpo femminile, e altrettanto probabilmente anche a un tentativo di omologazione, volto a congelare la varietà di forme e proporzioni in uno standard univoco. Il livellamento delle differenze tra i vari corpi rende di fatto l’obiettivo irrealizzabile, per cui si scade nell’imposizione di un modello irraggiungibile.
La tecnologia garantisce la replicabilità, potrebbe obiettare qualcuno: allora perché non applicarla allo spazio dei desideri? Certo, ma in questo caso il rischio è forte, visto che il bersaglio sono le preferenze di ragazze e giovani (o giovanissime) donne, in una fase della loro crescita particolarmente delicata in cui potrebbero risultare più esposte ai condizionamenti del mondo esterno, e per questo la faccenda assume un risvolto decisamente subdolo, a mio giudizio.
1 febbraio 2012 at 10:08
@ Zoon: credo sarebbe interessante domandarci: se le modelle virtuali avessero rappresentato dei modelli meno standardizzati, la reazione della gente sarebbe stata uguale?
giusto ieri, leggendo qualche passaggio de Il Pimandro, mi sono imbattuto in queste frasi:
“Ma l’Intelligenza, origine di tutte le cose, che è vita e luce, generò l’uomo simile a sé e l’amò come la sua creatura poiché era bellissimo e riproduceva l’immagine del padre. Dio amava dunque, in realtà, la sua propria forma.”
Non potremmo dire che l’Uomo, tramite la realtà virtuale, replica lo stesso atto creatore descritto nel passaggio ermetico? Il punto che vorrei fare è: forse, se proviamo un senso di avversione verso queste modelle virtuali, la ragione è che in esse non vediamo noi stessi. Parafrasando un po’ il passaggio, non possiamo amare quelle forme perché non riconosciamo in loro la nostra di forma (anche in senso lato) – ovvero le modelle sono magrissime, hanno un aspetto standardizzato, una posa identica, un sorriso plastico, una qualità irreale: la loro “forma” non è di certo la nostra che invece varia molto da persona a persona. Se fossero state invece presentate con delle variazioni, qualcuna più in carne di un’altra, chi più alta, chi più bassa eccetera, forse al contrario la reazione sarebbe stata positiva. Ovvero forse nell’uomo c’è un bisogno di coerenza-corrispondenza. Quando i media propongono un modello non realistico il risultato è una delle due cose: o si detesta il modello (come in questo caso) o, cosa preoccupante, le persone – specialmente gli adolescenti più vulnerabili – iniziano a detestare se stessi perché, essendo quei modelli presentati come ideali dai media, non si sentono liberi di detestarli. Di conseguenza, non potento detestare dei simulacri irraggiungibili che vengono presentati come perfetti, quelle emozioni negative ritornano indietro come un boomerang, con tutti i problemi che ciò comporta, dalla depressione ai disturbi alimentari.
Per come la vedo io, il problema che si avverte non è tanto l’esistenza delle modelle virtuali, ma il fatto che se prima le modelle-simulacro erano comunque umane – e quindi scelte dai media, dalle case di moda eccetera – adesso invece di essere appunto scelte, sono create.
Rialacciandoci al passaggio ermetico, non rischiano quindi queste modelle simulacro di sembrare, invece che la creazione di un dio a noi conosciuto (ovvero noi stessi), la creazione di un dio alieno?
Chissà, forse la reazione negativa potrebbe nascere da questo. Un senso di minaccia nei confronti della nostra “divinità umana”.
1 febbraio 2012 at 11:01
sotto sotto credo tu non abbia così tanto torto, roberto, come invece d’istinto si potrebbe dire: aneliamo a diventare demiurghi e quando ci riusciamo pensiamo che c’è qualcosa di sbagliato nella creazione che abbiamo fatto.
probabilmente le ragioni dello scandalo sono molteplici: scandalo dello stardizzare le forme umane, scandalo nell’esserci riusciti in un modo virtuale (di per sé uno scandalo). scandalo di volere un modello unico di mercato e bellezza. scandalo, sì, nell’essere demiurghi.
probabilmente, ci sarà da ridire anche quando le modelle virtuali inizieranno a diversificarsi.
1 febbraio 2012 at 11:12
[...] la vostra attenzione sulle modelle virtuali, che standardizzano il gusto estetico occidentale: La perfezione virtuale crea nuove regole nella moda. Share this:CondivisioneFacebookTwitterEmailLinkedInRedditDiggStumbleUponTumblrStampaLike [...]
1 febbraio 2012 at 11:17
Quello di cui c’è bisogno, IMHO, è un’educazione alla diversità e magari anche alla diversificazione. Se la tecnologia venisse utilizzata per scopi demiurgici (perché no? in fondo, non lo è sempre, in ultima istanza? le tlc e l’informatica creano nuovi mondi artificiali, l’elettronica amplifica e/o estende i nostri canali percettivi, le biotecnologie plasmano la natura, etc.) senza rispondere a una volontà conformante non ci vedrei nulla di male. Tuttavia questa volta (e Zoon lo mette bene in evidenza nell’articolo) la tecnologia è stata impiegata semplicemente per proporre un modello inattuabile. E proporlo a personalità in fase di definizione e facilmente malleabili come quelle delle giovanissime a cui la linea è rivolta risulta estremamente pericoloso e scorretto.
1 febbraio 2012 at 11:22
“aneliamo a diventare demiurghi e quando ci riusciamo pensiamo che c’è qualcosa di sbagliato nella creazione che abbiamo fatto.”
sì, sono d’accordo. e credo che allo stesso tempo sia impossibile per l’uomo non creare, ovvero l’uomo è per natura una forza creatrice – demiurgica se vogliamo. il pensare che c’è qualcosa di sbagliato potrebbe forse essere – non so – la paura dell’uomo nel realizzare che ha appunto il potere di creare? un po’ come se l’uomo si spaventasse delle proprie capacità? ma questo aprirebbe poi tutto un altro discorso troppo lungo.
complimenti per gli articoli. molto interessanti. vi seguo con piacere.
1 febbraio 2012 at 11:55
grazie roberto, siamo davvero onorati dai tuoi apprezzamenti, è un piacere scrivere per persone come te.